Il cablo Usa segreto che imbarazza Netanyahu: “Se scoppia la rivolta in Iran saranno massacrati”
dal nostro inviato Fabio TonacciTEL AVIV – In un cablo del Dipartimento di Stato americano, la grande bugia di Israele rivolta al popolo iraniano. Quell’invito a sollevarsi contro il regime degli ayatollah, ripetuto ancora ieri in televisione da Netanyahu, è ipocrita e falso, perché certa è, in chi lo sta lanciando, la consapevolezza della mattanza a cui andrà incontro ogni rivolta a Teheran.
Questa storia la scopre e la pubblica il Washington Post, ed è interessante per la notizia che contiene, e anche, forse soprattutto, per il timing della sua uscita. Dunque, andiamo con ordine. Il quotidiano ha potuto visionare in esclusiva un cablo riservato dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. È datato venerdì 13 marzo ed è la sintesi degli incontri che i diplomatici americani hanno avuto, nei due giorni precedenti, con alti ufficiali israeliani del Consiglio nazionale di sicurezza, del ministero della Difesa e del ministero degli Affari esteri. Questi hanno ammesso che i manifestanti in Iran «sarebbero massacrati»…
TEL AVIV – In un cablo del Dipartimento di Stato americano, la grande bugia di Israele rivolta al popolo iraniano. Quell’invito a sollevarsi contro il regime degli ayatollah, ripetuto ancora ieri in televisione da Netanyahu, è ipocrita e falso, perché certa è, in chi lo sta lanciando, la consapevolezza della mattanza a cui andrà incontro ogni rivolta a Teheran.
Questa storia la scopre e la pubblica il Washington Post, ed è interessante per la notizia che contiene, e anche, forse soprattutto, per il timing della sua uscita. Dunque, andiamo con ordine. Il quotidiano ha potuto visionare in esclusiva un cablo riservato dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. È datato venerdì 13 marzo ed è la sintesi degli incontri che i diplomatici americani hanno avuto, nei due giorni precedenti, con alti ufficiali israeliani del Consiglio nazionale di sicurezza, del ministero della Difesa e del ministero degli Affari esteri. Questi hanno ammesso che i manifestanti in Iran «sarebbero massacrati» dai Guardiani della Rivoluzione se dovessero davvero scendere in strada contro il regime, come (inizialmente) Trump e (tuttora) Netanyahu li sollecitano a fare. Anche perché, sempre secondo l’opinione degli ufficiali israeliani, «il regime non sta crollando», anzi è tenace, intenzionato a «combattere fino alla fine», nonostante aver perduto la Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio scorso, il giorno uno di questa guerra.
Alla luce del cablo, la cui autenticità è stata confermata da due funzionari del Dipartimento di Stato, le parole del primo ministro dello Stato ebraico (ieri sera: «Stiamo indebolendo questo regime nella speranza di dare al popolo iraniano la possibilità di rovesciarlo, non sarà facile, ma se perseveremo, daremo loro la possibilità di prendere il mano il proprio destino») suonano ancora più vuote, fasulle e pericolose. Persino Trump è dovuto tornare sui propri passi: in un’intervista alla Fox News, ha riconosciuto che non ci sono le condizioni per organizzare la rivolta di piazza senza che essa finisca in un bagno di sangue. Proprio lui, il presidente del «gli aiuti stanno arrivando», promessa non mantenuta a chi in quei giorni di gennaio affrontava la morte e le milizie Basij pur di esprimere il proprio dissenso.
Ed è interessante, come detto, anche il timing scelto dalla fonte del Washington Post, probabilmente interna all’amministrazione centrale, per divulgare il cablo e che lo fa suonare come un avviso ai naviganti. Molte sono le voci che descrivono la Casa Bianca infastidita da alcune accelerazioni di Israele, come quando i caccia dell’Idf hanno bombardato i depositi del petrolio a Teheran. Non è chiaro nemmeno se l’operazione per uccidere Ali Larjani, che qualcuno considerava un potenziale interlocutore per negoziare la tregua con gli americani, sia stata pienamente condivisa con Trump. La nota del Dipartimento di Stato che sbugiarda Netanayahu, inoltre, esce nel pieno della bufera scatenata da Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, dimessosi in polemica con l’amministrazione perché, a suo dire, ha attaccato l’Iran «su pressione di Israele e della sua potente lobby americana».
Vero che gli iraniani, dopo gennaio, sono disillusi, e - ragiona Narges Bajoghli, esperto di Medio Oriente alla Johns Hopkins University - non hanno mai creduto fino in fondo alla sincerità del sostegno di Stati Uniti e Israele. «Adesso però, dopo questo cablo, si sentiranno proprio traditi».