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Il no europeo a Washington. Macron: “Non siamo parte in causa nel conflitto iraniano”

Emmanuel Macron 

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Domani il Consiglio a Bruxelles sulla guerra e sulle sanzioni a Mosca. Faccia a faccia stasera tra il leader francese e Merz
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BRUXELLES – L’Europa arriva paralizzata al Consiglio europeo di domani e conferma il “no” alla richiesta di Donald Trump di partecipare al conflitto con l’Iran. Il vertice di domani infatti sembra destinato a non assumere alcuna decisione né sulle modalità con cui liberare lo stretto di Hormuz dal blocco navale imposto dall’Iran né su come alleggerire i cittadini dal peso del caro-petrolio. E addirittura vengono previsti tempi lunghi persino per una eventuale missione di pace dell’Onu.

Basta ascoltare le parole del presidente francese Emmanuel Macron — che stasera incontrerà il Cancelliere tedesco, Friedrich Merz — per capire la distanza che ormai cresce tra il Nuovo e il Vecchio Continente. La Francia parteciperà a scorte militari nel Golfo Persico quando la situazione «sarà più calma». Di certo non «nel contesto attuale dei bombardamenti». Ma la replica al presidente americano è ancora più netta quando ricorda che «non siamo parte in causa nel conflitto e pertanto la Francia no…

BRUXELLES – L’Europa arriva paralizzata al Consiglio europeo di domani e conferma il “no” alla richiesta di Donald Trump di partecipare al conflitto con l’Iran. Il vertice di domani infatti sembra destinato a non assumere alcuna decisione né sulle modalità con cui liberare lo stretto di Hormuz dal blocco navale imposto dall’Iran né su come alleggerire i cittadini dal peso del caro-petrolio. E addirittura vengono previsti tempi lunghi persino per una eventuale missione di pace dell’Onu.

Basta ascoltare le parole del presidente francese Emmanuel Macron — che stasera incontrerà il Cancelliere tedesco, Friedrich Merz — per capire la distanza che ormai cresce tra il Nuovo e il Vecchio Continente. La Francia parteciperà a scorte militari nel Golfo Persico quando la situazione «sarà più calma». Di certo non «nel contesto attuale dei bombardamenti». Ma la replica al presidente americano è ancora più netta quando ricorda che «non siamo parte in causa nel conflitto e pertanto la Francia non prenderà mai parte ad operazioni per aprire o liberare lo Stretto di Hormuz nel contesto attuale». Un modo per sottolineare che la guerra nel Golfo non è stata concordata con l’Unione europea e l’Ue non è stata nemmeno consultata. E quando, allora, si realizzeranno le condizioni per un intervento solo difensivo, in ogni caso si tratterà di un’iniziativa «completamente separata dalle operazioni militari e dai bombardamenti in corso». E dovrebbe prevedere la partecipazione di altri partner come l’India e non può quindi riguardare Aspides, la missione europea impegnata nel Mar Rosso. Ampliare lo spettro di un futuro contingente di pace significa in primo luogo non trasformare l’Europa nel nemico del mondo sciita e nell’obiettivo da colpire nei prossimi anni. E garantire che il flusso di petrolio possa scorrere normalmente sia verso ovest sia verso est. Una linea che Eliseo condivide con Germania e Gran Bretagna. E anche con l’Italia.

Sulla stessa posizione il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa: «La situazione nello Stretto di Hormuz deriva dal fatto che è in corso una guerra alla quale non prendiamo parte. È una guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, con ripercussioni sullo Stretto di Hormuz». E per porre una fine bisognerebbe «ricorrere alla diplomazia» che rappresenta «anche l’unico modo per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz».

Quindi inevitabilmente domani i 27 leader discuteranno di tutto questo, ma senza modificare l’attuale linea non interventista. Anzi, la presenza a Bruxelles del Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, sarà l’occasione per verificare se e quando le Nazioni Unite potranno assumere un ruolo pacificatore. Ma per una soluzione del genere ci vorrà tempo, non si tratta di una strada percorribile ora. Bensì solo quando il conflitto sarà terminato. Per ora l’impegno europeo, dunque, può essere solo per una de-escalation. Anche perché, ammette l’Alto Rappresentante per la politica estera Ue, Kaja Kallas, «nessuno è disposto a mettere a rischio la propria gente nello Stretto di Hormuz. Dobbiamo trovare soluzioni diplomatiche per mantenere aperto questo canale, in modo da evitare una crisi alimentare, una crisi dei fertilizzanti e una crisi energetica».

Eppure, anche sul versante energetico il rischio dello stallo è altissimo. Una ricetta condivisa per ridurre il peso delle bollette al momento non c’è.

L’altro punto all’ordine del giorno del Consiglio europeo è il sostegno all’Ucraina. I leader cercheranno di convincere il premier ungherese Viktor Orban a dare il via libera al prestito da 90 miliardi di euro a favore di Kiev. E sperano di persuaderlo aiutando il governo ucraino a riparare l’oleodotto di Druzhba che porta il petrolio russo a Budapest.

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