KABUL – I governi di Pakistan e Afghanistan dichiarano di mirare solo a installazioni militari, ma lunedì sera a Kabul nel centro di riabilitazione per tossicodipendenti Omed — vuole dire speranza — centinaia di pazienti sono stati feriti e uccisi, molti carbonizzati (il ministero dell’Interno parla di 400 morti, ma sono numeri da confermare). Tutti civili. Che il centro sia non lontano da strutture militari (si trova in quello che era il famoso Camp Phoenix, americano) potrebbe fare pensare ad un errore. Il che non rassicura.
Per quanto venga definito conflitto a bassa intensità, tra Pakistan e Afghanistan è una guerra a tutti gli effetti che rischia di protrarsi a lungo per l’intransigenza dei contendenti, la complessità della situazione politica e la riluttanza ad adottare una soluzione diplomatica.
Oggi il bazar era gremito come sempre, ma la gente non parlava d’altro. Nessuno può prevedere quando nuovi attacchi avranno luogo e dove. Inoltre la chiusura del confine tra i due Pae…
KABUL – I governi di Pakistan e Afghanistan dichiarano di mirare solo a installazioni militari, ma lunedì sera a Kabul nel centro di riabilitazione per tossicodipendenti Omed — vuole dire speranza — centinaia di pazienti sono stati feriti e uccisi, molti carbonizzati (il ministero dell’Interno parla di 400 morti, ma sono numeri da confermare). Tutti civili. Che il centro sia non lontano da strutture militari (si trova in quello che era il famoso Camp Phoenix, americano) potrebbe fare pensare ad un errore. Il che non rassicura.
Per quanto venga definito conflitto a bassa intensità, tra Pakistan e Afghanistan è una guerra a tutti gli effetti che rischia di protrarsi a lungo per l’intransigenza dei contendenti, la complessità della situazione politica e la riluttanza ad adottare una soluzione diplomatica.
Oggi il bazar era gremito come sempre, ma la gente non parlava d’altro. Nessuno può prevedere quando nuovi attacchi avranno luogo e dove. Inoltre la chiusura del confine tra i due Paesi in atto da mesi e il conseguente blocco degli scambi commerciali hanno fatto lievitare i prezzi di molti beni, primi fra tutti quelli alimentari. Il riso, cibo essenziale, ha triplicato il costo, verdure base come le patate l’hanno raddoppiato. I rincari colpiscono una popolazione già estremamente provata, popolazione che negli ultimi due anni è cresciuta di oltre quattro milioni a causa dei rientri forzati ordinati dal Pakistan e dall’Iran, senza che il governo di Kabul abbia saputo adottare misure per il loro ritorno e l’integrazione. Alcuni quartieri di Kabul sono diventati autentici alveari dove si ammassano famiglie poverissime e dove il problema della scarsità d’acqua, già grave, si è fatto gravissimo. Chi si è stabilito nelle campagne non vive meglio.
Il rapporto tra Afghanistan e Pakistan è da sempre conflittuale. Ora questo accusa Kabul di ospitare gruppi sovversivi pachistani, in particolare i talebani pachistani, che passerebbero regolarmente la frontiera per attaccare Islamabad. L’India sarebbe complice. Kabul naturalmente nega categoricamente ogni responsabilità. Molti afghani ritengono la situazione insolubile e prevedono un aumento delle ostilità, con il Pakistan militarmente superiore capace di colpire l’Afghanistan dove e quando vuole. In passato, durante la guerra civile, quando gli scontri si facevano particolarmente intensi, migliaia di persone si rifugiavano nei paesi confinanti, Pakistan e Iran per primi. Ora sarebbe impossibile.
L’interesse della comunità internazionale per l’Afghanistan si è quasi azzerato negli ultimi anni. La guerra in atto tra gli Stati Uniti, Israele e l’Iran, di proporzioni e conseguenze enormi per l’economia e stabilità mondiali, contribuisce a peggiorare la situazione. «Chi si vuole occupare di noi quando un conflitto molto più grande è in atto?» chiedono.
Siamo in tempo di Ramadan. Che così tanti civili siano stati uccisi durante il mese del digiuno ha suscitato indignazione. C’è chi ha gridato a crimini contro l’umanità, chi ha maledetto e invocato vendetta. Tra pochi giorni sarà la festa dell’Id (importante come il nostro Natale). Festeggiare con l’incubo di nuovi bombardamenti non risulterà facile.
Abito in un condominio popolare del quartiere di Qala-i-Fatullah. Nel cortile interno ogni giorno giocano decine di bambini (un giorno ne ho contati centoquattro). Fortissime le grida e i rumori. Oggi niente, silenzio assoluto. Tutti in casa. Non ci sono posti sicuri a Kabul.
L’autore vive a Kabul e lavora per l’Ong Nove Caring Humans