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Takaichi da Trump: missione impossibile della lady di ferro giapponese per evitare impegni militari

(reuters)

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La premier aveva programmato la visita all’alleato a Washington in condizioni completamente diverse. Il rischio è che la Casa Bianca torni a chiedere aiuto per Hormuz. Ecco cosa potrebbe offrire Tokyo
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PECHINO - Sanae Takaichi si era preparata per un incontro completamente diverso. Sarebbe dovuta andare a Washington prima del faccia a faccia tra Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping, per assicurarsi che gli alleati fossero sulla stessa lunghezza d’onda per quanto riguarda la posizione sulla Cina, e avrebbe voluto concentrarsi sugli accordi di investimenti nipponici negli Usa. E invece visto che il viaggio cinese di Trump ora è stato rimandato e visto soprattutto che nel frattempo il presidente statunitense ha lanciato la propria guerra all’Iran, l’incontro in agenda domani alla Casa Bianca assume nuovi contorni per la premier giapponese: una missione molto complicata.

Trump, che lo scorso fine settimana aveva chiesto a diversi Paesi, Giappone incluso, di mandare navi da guerra nello Stretto di Hormuz per garantire che quel passaggio fondamentale rimanesse navigabile in sicurezza, ha poi capito che il suo appello era caduto nel vuoto e ieri stizzito ha dichiarato di non avere bi…

PECHINO - Sanae Takaichi si era preparata per un incontro completamente diverso. Sarebbe dovuta andare a Washington prima del faccia a faccia tra Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping, per assicurarsi che gli alleati fossero sulla stessa lunghezza d’onda per quanto riguarda la posizione sulla Cina, e avrebbe voluto concentrarsi sugli accordi di investimenti nipponici negli Usa. E invece visto che il viaggio cinese di Trump ora è stato rimandato e visto soprattutto che nel frattempo il presidente statunitense ha lanciato la propria guerra all’Iran, l’incontro in agenda domani alla Casa Bianca assume nuovi contorni per la premier giapponese: una missione molto complicata.

Trump, che lo scorso fine settimana aveva chiesto a diversi Paesi, Giappone incluso, di mandare navi da guerra nello Stretto di Hormuz per garantire che quel passaggio fondamentale rimanesse navigabile in sicurezza, ha poi capito che il suo appello era caduto nel vuoto e ieri stizzito ha dichiarato di non avere bisogno dell’aiuto di nessuno: potrebbe però ricambiare idea e continuare a fare pressione su Tokyo.

Il Giappone è il Paese che più dipende dalle importazioni energetiche attraverso lo Stretto: il 90%.Due giorni fa, in Parlamento, la premier giapponese ha spiegato che mandare navi a Hormuz sarebbe “giuridicamente difficile”. Ha affermato che gli Stati Uniti non hanno presentato alcuna richiesta formale: ma se Trump dovesse chiederlo esplicitamente nello Studio Ovale domani davanti ai media ciò metterebbe Takaichi in una posizione scomoda. È vincolata non soltanto dalla Costituzione pacifista giapponese, ma anche da un’opinione pubblica che si oppone massicciamente a questa guerra.

Oggi, alla vigilia dell’incontro, la “lady di ferro del Sol Levante” ha affermato che spiegherà a Trump cosa il Giappone “può e non può fare” in Medio Oriente: "Intendiamo chiarirlo, nel rispetto delle leggi giapponesi" e ciò comprenderà una spiegazione del motivo per cui il dispiegamento delle Forze di Autodifesa (l'esercito giapponese, ndr) sarebbe "giuridicamente molto difficile", ha ripetuto. Dovrà insomma trovare un modo per manifestare il proprio sostegno a Trump senza però rimanere invischiata nella guerra.

Tokyo ha offerto in passato supporto a operazioni militari statunitensi in Medio Oriente: ad esempio l’invio di dragamine nel Golfo Persico nel 1991, ma soltanto dopo la fine della guerra. L'invio di navi giapponesi in una zona di conflitto sarebbe giuridicamente rischioso e profondamente impopolare. Meno del 10% dei giapponesi sostiene gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele contro l'Iran, secondo un sondaggio pubblicato questa settimana dal quotidiano Asahi. “Il mondo è in attesa di sapere cosa Takaichi dirà al leader più imprevedibile del mondo”, scrive il quotidiano Nikkei.

L’ex premier Shinzo Abe, mentore di Takaichi e buon amico di Trump, nel 2015 modificò la legge per consentire missioni all’estero ricorrendo alla forza in circostanze limitate: solamente se un attacco, anche contro un partner stretto in materia di sicurezza, minaccia la sopravvivenza del Giappone e non sono disponibili altri mezzi per affrontarlo. E Takaichi ha già detto che non è questo il caso al momento.“Sebbene l'invio delle Forze di Autodifesa nello Stretto di Hormuz rimanga un'ipotesi irrealizzabile, Takaichi sembra stia cercando di promuovere una posizione che possa risultare gradita a Trump”, scrive il Japan Times. “Una delle possibilità accennate da Takaichi prevede l’invio di un cacciatorpediniere e di aerei da pattugliamento nella regione a fini di ricerca e studio”, una volta raggiunto un cessate-il-fuoco però. “Un'altra opzione potenzialmente più immediata per Takaichi potrebbe essere quella di appoggiare formalmente una coalizione di nazioni che condividono gli stessi principi, volta a garantire la libertà di navigazione nello stretto e che non comporterebbe l'impegno a inviare le Forze di Autodifesa”.

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