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Altre crepe tra i Maga, Gabbard smentisce le ragioni della guerra in Iran

(reuters)

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La leader dell’intelligence in Senato dopo le dimissioni del capo dell’antiterrorismo fa capire che Teheran non rappresentava una minaccia
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NEW YORK – Si vedono le prime crepe nell’amministrazione Trump, sulla guerra in Iran e non solo. Forse non abbastanza per metterlo in crisi, ma almeno per scuotere le certezze. Dopo le clamorose dimissioni del capo dell’antiterrorismo Joe Kent martedì, ieri è stata la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard a far capire che la comunità del comparto sicurezza non è convinta della logica, le conseguenze e gli obiettivi dell’intervento in Iran. Nelle stesse ore il nuovo capo della Homeland Security Markwayne Mullin è finito sulla graticola nelle audizioni per la sua conferma, ostruita dal repubblicano Rand Paul. Il sito Axios poi ha parlato con funzionari anonimi poco convinti dell’allineamento tra gli obiettivi del presidente e del premier israeliano Netanyahu nel lungo termine.

Ieri la Commissione intelligence del Senato ha tenuto l’audizione annuale sulle minacce globali contro gli Stati Uniti, a cui oltre a Gabbard hanno partecipato anche i capi della Cia John Ratcl…

NEW YORK – Si vedono le prime crepe nell’amministrazione Trump, sulla guerra in Iran e non solo. Forse non abbastanza per metterlo in crisi, ma almeno per scuotere le certezze. Dopo le clamorose dimissioni del capo dell’antiterrorismo Joe Kent martedì, ieri è stata la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard a far capire che la comunità del comparto sicurezza non è convinta della logica, le conseguenze e gli obiettivi dell’intervento in Iran. Nelle stesse ore il nuovo capo della Homeland Security Markwayne Mullin è finito sulla graticola nelle audizioni per la sua conferma, ostruita dal repubblicano Rand Paul. Il sito Axios poi ha parlato con funzionari anonimi poco convinti dell’allineamento tra gli obiettivi del presidente e del premier israeliano Netanyahu nel lungo termine.

Ieri la Commissione intelligence del Senato ha tenuto l’audizione annuale sulle minacce globali contro gli Stati Uniti, a cui oltre a Gabbard hanno partecipato anche i capi della Cia John Ratcliffe e quello dell’Fbi Kash Patel, e quelli dei servizi militari. La direttrice nazionale ha saltato un passaggio chiave della sua relazione scritta, in cui si leggeva che dopo l’operazione Midnight Hammer dello scorso giugno «il programma di arricchimento nucleare di Teheran è stato annientato, e da allora non ci sono stati tentativi di ricostruire i loro impianti». I laboratori sono stati colpiti e gli ingressi sigillati col cemento. Il senatore democratico Warner le ha chiesto perché, e lei ha risposto che il tempo stringeva e quindi ha affrettato la lettura. «Io credo - le ha risposto Warner - che volesse omettere le parti che contraddicono il presidente». Gabbard invece ha detto che «prima dell’operazione Epic Fury, l’Iran stava cercando di riprendersi dagli attacchi di giugno rifiutandosi di rispettare gli obblighi dell’Aiea», cosa diversa da una imminente minaccia di attacco contro gli Stati Uniti. Allora il senatore Ossof le ha letto il passaggio originale, chiedendo se questa minaccia esistesse davvero e giustificasse la guerra, ma lei ha evitato di esprimere giudizi, rispondendo che «solo il presidente Trump ha il potere di stabilire cosa sia o non sia una minaccia imminente».

Ratcliffe e Patel sono rimasti allineati, ripetendo che le capacità missilistiche e militari dell’Iran costituivano comunque un pericolo non ignorabile, ma un altro problema è venuto dagli effetti dell’intervento. Il capo della Casa Bianca ha detto che gli attacchi contro i paesi della regione e il blocco dello stretto di Hormuz hanno sorpreso tutti, ma Gabbard ha ammesso che «da lungo tempo la valutazione della comunità dell’intelligence è che l’Iran lo avrebbe usato come leva». Non ha spiegato però quali avvertimenti aveva dato a Trump.

La direttrice nazionale dell’intelligence ha servito in Iraq ed è nota per le sue posizioni contro simili interventi. Aveva lasciato il Partito democratico per unirsi alla campagna di Trump anche per questo motivo e forse ora si sente tradita. Non è stata inclusa, almeno pubblicamente, nei momenti decisivi sulle operazioni in Venezuela e Iran, e il dimissionario Kent è un suo amico personale. Quindi c’è il sospetto che appartenga all’ala dissidente, come peraltro il vice presidente Vance, e adesso o sta cercando di cancellare le tracce, oppure si consegna al suo destino.

Il sito Axios ha scritto che non è sola, perché alcuni funzionari dell’amministrazione iniziano a denunciare le differenze di vedute e obiettivi fra Netanyahu e Trump: «Israele non odia il caos come noi. Noi vogliamo la stabilità. Netanyahu non così tanto, almeno in Iran». La sua strategia della decapitazione punta a creare le condizioni per il cambio di regime, che non è la priorità Usa.

Qualche crepa è emersa anche nelle audizioni di Mullin, chiamato a gestire l’immigrazione e la sicurezza interna, la cui conferma è minacciata dall’opposizione del repubblicano Paul. Non ancora una crisi, ma il segno che i dubbi montano.

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