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Missili sulle raffinerie, Teheran bombarda Golfo e Israele. Colpito primo F-35 Usa

(afp)

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Dagli impianti in Qatar alla raffineria in Arabia Saudita, l’Iran ha colpito i principali complessi energetici. La rappresaglia promessa dagli ayatollah come risposta all’attacco israeliano su South Pars
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DUBAI – Il Medio Oriente brucia: letteralmente. Nelle ultime 24 ore missili e droni iraniani hanno infatti colpito — in modo più o meno grave — i principali complessi energetici del Golfo: gli impianti di gnl a Ras Laffan, in Qatar. Quelli del gas di Habshan e del petrolio a Bab, sobborghi di Abu Dhabi, Emirati Arabi. La raffineria Samref di Yanbu, nella parte di Arabia Saudita affacciata sul Mar Rosso. E, ancora, le raffinerie di Mina Al Ahmadi e Mina Abdullah della Kuwait Petroleum Corporation. Fino ai petrolchimici Bazan a Haifa, in Israele.

Eccola la rappresaglia promessa dagli ayatollah come risposta all’attacco israeliano su South Pars: il più grande giacimento di gas naturale al mondo, quello al largo del Golfo Persico condiviso da Iran (60 per cento) e Qatar (40 per cento). Risorsa cruciale di Teheran, perché principale fonte di energia elettrica del Paese. Importante pure per il Qatar, che con le sue esportazioni di gas soddisfa un quinto del fabbisogno globale. L’escala…

DUBAI – Il Medio Oriente brucia: letteralmente. Nelle ultime 24 ore missili e droni iraniani hanno infatti colpito — in modo più o meno grave — i principali complessi energetici del Golfo: gli impianti di gnl a Ras Laffan, in Qatar. Quelli del gas di Habshan e del petrolio a Bab, sobborghi di Abu Dhabi, Emirati Arabi. La raffineria Samref di Yanbu, nella parte di Arabia Saudita affacciata sul Mar Rosso. E, ancora, le raffinerie di Mina Al Ahmadi e Mina Abdullah della Kuwait Petroleum Corporation. Fino ai petrolchimici Bazan a Haifa, in Israele.

Eccola la rappresaglia promessa dagli ayatollah come risposta all’attacco israeliano su South Pars: il più grande giacimento di gas naturale al mondo, quello al largo del Golfo Persico condiviso da Iran (60 per cento) e Qatar (40 per cento). Risorsa cruciale di Teheran, perché principale fonte di energia elettrica del Paese. Importante pure per il Qatar, che con le sue esportazioni di gas soddisfa un quinto del fabbisogno globale. L’escalation annunciata non si è fatta attendere: ieri gli allarmi sono risuonati in tutti i Paesi del Golfo. Oltre agli impianti energetici, sono stati presi di mira pure siti militari (già attaccati in precedenza): Sheikh Isa in Bahrein, al-Dhafra negli Emirati Arabi, al-Kharj in Arabia Saudita. Quest’ultima, principale stazione di rifornimento dei caccia americani. E infatti è stato colpito pure un F-35 statunitense del valore di 100 milioni di dollari, che ha poi effettuato un atterraggio di emergenza presso una base non specificata. Prima volta in questa guerra che l’Iran colpisce un aereo americano.

La situazione è sempre più incendiaria, e ora ne fa le spese anche Doha. L’attacco iraniano sulla raffineria ha assestato un duro colpo ai suoi interessi. Così come quello israeliano a South Pars, il giacimento che condivide parzialmente coi dirimpettai. Tanto che mercoledì, dopo il raid, i qatarini hanno contattato freneticamente l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, il Centcom (Comando unificato delle Forze Armate Usa) e alti funzionari dell’amministrazione Usa: per sapere se davvero gli americani avevano precedentemente approvato l’attacco israeliano. Secondo una ricostruzione del solitamente ben informato Axios, Witkoff ha dovuto organizzato in gran fretta una chiamata tra Trump e l’emiro del Qatar. E solo allora The Donald ha sostenuto su Truth di non essere stato informato dell’attacco (ma gli israeliani lo hanno già smentito). Assicurando che «Netanyahu non farà più raid sul prezioso giacimento. A meno che l’Iran non attacchi per primo il Qatar. In tal caso, faremo saltare in aria l’intero giacimento di South Pars», ha tuonato. Una dichiarazione che, da questa parte del mondo, non ha tranquillizzato nessuno.

A interpretare il mood di un certo mondo arabo ci ha dunque provato Badr Albusaidi, ministro degli Esteri dell’Oman: Paese mediatore, amico di Iran e Stati Uniti. Lo ha scritto chiaro in un editoriale sull’’Economist: «Questa guerra è una catastrofe». Il segno che «l’amministrazione Trump ha perso il controllo della sua politica estera». Perché — parola di mediatore — a febbraio « un accordo fra Teheran e Washington era possibile». Dito puntato, poi, contro la «leadership israeliana»; per aver convinto Trump che «la morte della Guida Suprema iraniana avrebbe portato alla resa incondizionata». Conclusione amara: «Lasciarsi trascinare è un errore di calcolo». Sarà. Ma intanto gli Stati Uniti annunciano la vendita di armi difensive per un valore di 16,46 miliardi a Emirati e Kuwait, i Paesi più colpiti dalla guerra, certo. Ma non esattamente un distensivo segno di pace.

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