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Marines verso il Golfo: l’ipotesi di un blitz su un’isola strategica

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Trump nega di voler mandare boots on the ground ma la Task Force Tripoli tre giorni fa ha superato Singapore: entro una settimana arriverà nelle acque di Hormuz
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Trump nega di voler mandare boots on the ground ma una formazione d’assalto dei marines continua a dirigersi a tutta velocità verso il Golfo. La Task Force Tripoli tre giorni fa ha superato Singapore: entro una settimana arriverà nelle acque di Hormuz. E tutti si chiedono come il Pentagono intenda impiegarla e quanto potrà incidere sull’esito del conflitto.

Si tratta di una pedina molto combattiva e autonoma: può gestire da sola un’operazione anfibia, coordinando attacchi dal mare e dal cielo. Le tre grandi navi — Tripoli, Iwo Jima e Arlington — hanno una stiva allagabile da cui salpano direttamente i mezzi da sbarco con veicoli blindati e cannoni. Sul ponte ci sono i convertiplani Osprey, che si alzano come elicotteri e volano alla velocità di aerei: ognuno trasporta 24 militari. E soprattutto può contare sul volume di fuoco di una ventina di caccia “invisibili ai radar” F35B a decollo verticale. Lo strumento più efficace però sono i 2200 fanti di marina, addestrati a superare q…

Trump nega di voler mandare boots on the ground ma una formazione d’assalto dei marines continua a dirigersi a tutta velocità verso il Golfo. La Task Force Tripoli tre giorni fa ha superato Singapore: entro una settimana arriverà nelle acque di Hormuz. E tutti si chiedono come il Pentagono intenda impiegarla e quanto potrà incidere sull’esito del conflitto.

Si tratta di una pedina molto combattiva e autonoma: può gestire da sola un’operazione anfibia, coordinando attacchi dal mare e dal cielo. Le tre grandi navi — Tripoli, Iwo Jima e Arlington — hanno una stiva allagabile da cui salpano direttamente i mezzi da sbarco con veicoli blindati e cannoni. Sul ponte ci sono i convertiplani Osprey, che si alzano come elicotteri e volano alla velocità di aerei: ognuno trasporta 24 militari. E soprattutto può contare sul volume di fuoco di una ventina di caccia “invisibili ai radar” F35B a decollo verticale. Lo strumento più efficace però sono i 2200 fanti di marina, addestrati a superare qualsiasi ostacolo.

Pur agguerrito, questo squadrone però ha capacità limitate. Si è ipotizzato che possa essere mandato a espugnare l’isola di Kharg: il terminale dove viene esportato il 90 per cento del greggio iraniano. Occuparlo permetterebbe di soffocare l’economia della Repubblica Islamica, ponendo il regime con le spalle al muro. Le difese dell’isola sono state colpite più volte e i bombardieri B1 hanno smantellato con ordigni da due tonnellate i bunker dei missili antinave sulla costa. Raid che appaiono come la premessa a un’offensiva.

Kharg però si trova in fondo al Golfo Persico, a 483 chilometri dallo Stretto di Hormuz: prenderla di sorpresa è impossibile e la distanza moltiplica i rischi di agguati di droni e barchini kamikaze. Le colossali cisterne di petrolio potrebbero venire incendiate, favorendo nel fumo la resistenza dei pasdaran trincerati in un’area troppo vasta per i duemila fanti americani.

Un bersaglio alternativo potrebbe essere l’isola di Qeshm, a ridosso dello Stretto. Ma è molto grande: 1300 chilometri quadrati. Più di Okinawa che fu conquistata nel 1945 da 183 mila militari, con quasi cinque mesi di battaglia e 50 mila tra morti e feriti. I Guardiani della Rivoluzione l’hanno riempita di basi sotterranee e posizioni scavate nella roccia, pronti a lottare fino all’ultimo come i soldati nipponici.

Chi conosce bene la situazione del Golfo crede che la Task Force Tripoli sia perfetta per mettere a segno un colpo più circoscritto ma di portata strategica. Nel mirino potrebbero esserci quattro isolette: Abu Musa, Sirri, la Piccola e la Grande Tunb. Furono occupate da Teheran ai tempi dello Shah, ma gli Emirati Arabi Uniti continuano a rivendicarne la proprietà: formalmente quindi non si tratterebbe di un’invasione dell’Iran. I pasdaran le hanno riempite fortificazioni, costruendo su ciascuna un aeroporto. Le ultime tre sono disabitate e questo può dare via libera ai bombardamenti. Conquistare obiettivi simili è la missione a cui i marines si preparano: sono identiche agli atolli cinesi del Pacifico.

La nuova linea d’azione del Corpo prevede di occupare isole simili e poi trasformarle in “cupole missilistiche”: basi avanzate protette contro ogni raid dal cielo e in grado a loro volta di tenere sotto tiro la navigazione. Cosa significa? Che gli iraniani perderebbero la possibilità di muovere le loro petroliere attraverso Hormuz e lasciare passare quelle di Pechino, Mosca e altri alleati. Non avrebbero più il controllo del Golfo, che però non sarebbe liberato dalla minaccia dei loro attacchi. C’è poi un effetto simbolico: la bandiera a stelle e strisce issata dai marines in diretta tv permetterebbe forse a Trump di dichiararsi vincitore e sospendere la campagna aerea.

Scenari teorici che si devono misurare con una moltitudine di incognite. La Tripoli, ammiraglia della squadra Usa, ha sostituito la nave omonima che nel 1991 è stata squarciata da una mina davanti al Kuwait. Un’esplosione che all’epoca ha convinto il Pentagono a rinunciare a ogni sbarco.

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