Quando Masoud Pezeshkian, presidente dell’Iran, è apparso brevemente in pubblico la scorsa settimana per salutare i cittadini durante una manifestazione anti-Israele, tra la folla c’era anche un altro membro della sua famiglia. Yousef Pezeshkian, figlio 44enne del presidente, che lo ha voluto come suo consigliere, non vedeva né parlava con il padre da quando Israele e gli Stati Uniti avevano iniziato la guerra contro l’Iran il 28 febbraio scorso e la leadership del Paese era entrata in clandestinità. Era lì con la speranza di riuscire a intravederlo. Nel diario che pubblica su un canale Telegram, ha scritto con rammarico di non esserci riuscito.
Yousef, che ha un dottorato in fisica ed è professore universitario, tiene un diario quotidiano della guerra, in cui mescola riflessioni personali e politiche. Il diario offre uno scorcio raro su come i protagonisti della politica iraniana stiano affrontando questo momento mentre la guerra infuria e si avvicina sempre di più a loro. E for…
Quando Masoud Pezeshkian, presidente dell’Iran, è apparso brevemente in pubblico la scorsa settimana per salutare i cittadini durante una manifestazione anti-Israele, tra la folla c’era anche un altro membro della sua famiglia. Yousef Pezeshkian, figlio 44enne del presidente, che lo ha voluto come suo consigliere, non vedeva né parlava con il padre da quando Israele e gli Stati Uniti avevano iniziato la guerra contro l’Iran il 28 febbraio scorso e la leadership del Paese era entrata in clandestinità. Era lì con la speranza di riuscire a intravederlo. Nel diario che pubblica su un canale Telegram, ha scritto con rammarico di non esserci riuscito.
Yousef, che ha un dottorato in fisica ed è professore universitario, tiene un diario quotidiano della guerra, in cui mescola riflessioni personali e politiche. Il diario offre uno scorcio raro su come i protagonisti della politica iraniana stiano affrontando questo momento mentre la guerra infuria e si avvicina sempre di più a loro. E forse involontariamente, Pezeshkian porta a volte chi legge all’interno delle discussioni della leadership iraniana. Se i leader mostrano pubblicamente un atteggiamento di sfida, il giovane Pezeshkian scrive della paura nascosta sotto la facciata, mentre diversi dirigenti vengono presi di mira e uccisi dai raid israeliani. «Credo che alcune figure politiche stiano andando nel panico», ha scritto. «Il popolo è più forte e resiliente dei nostri commentatori e leader politici».
Yousef si preoccupa per suo padre, racconta che lui e i suoi due fratelli non vedono l’ora che finiscano i due anni rimanenti del mandato presidenziale, così «potremo tutti tornare alle nostre vite». Mentre l’Iran entra nella quarta settimana di guerra, con l’uccisione di un leader dopo l’altro, i superstiti si sono tutti ritirati in luoghi che sperano essere sicuri. I raid israeliani e statunitensi hanno finora ucciso l’ex Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e distrutto la sua catena di comando militare. Ali Larijani, capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza nazionale e il capo del ministero dell’intelligence, Esmaeil Khatib, tra gli altri. Pezeshkian scrive nel suo diario che proteggere la vita dei funzionari è diventata la priorità numero uno del Paese. Fermare gli omicidi mirati, dice, «è ora una questione d’onore».
Pezeshkian racconta di aver partecipato a una riunione con funzionari governativi in cui sono emerse divergenze sulla strategia da adottare. Il disaccordo più importante è il seguente: «Per quanto tempo dovremmo combattere?», ha scritto. «Per sempre? Fino a quando Israele sarà distrutto e l’America si ritirerà? Fino a quando l’Iran sarà completamente in rovina e ci arrenderemo? Dobbiamo studiare i diversi scenari». Pezeshkian dice di ricevere continuamente messaggi sulla guerra. A volte, racconta nel diario, «i messaggi ci chiedono di arrenderci e di restituire il potere al popolo», un’idea che ha liquidato come «ignorante e delirante». Ha però detto di temere che gli attacchi dell’Iran contro Paesi arabi, in risposta ai raid statunitensi e israeliani, possano ritorcerglisi contro. «È veramente triste che per difenderci dobbiamo attaccare basi Usa in Paesi amici», ha scritto. «Non so se capiranno la situazione in cui ci troviamo».
Tre alti funzionari hanno ammesso che la capacità di Israele di individuare e colpire alti dirigenti nei loro nascondigli segreti ha scosso i leader iraniani. Larijani, per esempio, aveva un potere e un’influenza unici tra le diverse fazioni e all’interno dell’apparato di sicurezza e militare. «Mi rifiutavo di crederci», ha scritto Pezeshkian alla notizia della sua morte. «Non avremmo dovuto permettere al nemico di tentare con successo un altro assassinio».
Molti si chiedono chi stia attualmente governando il Paese in assenza di Larijani. Mojtaba Khamenei, succeduto al padre come Guida suprema, non è ancora comparso in pubblico. Masoud Pezeshkian e il suo vicepresidente, Mohammad Reza Aref, si occupano della gestione quotidiana dello Stato. Ma nel suo diario, Yousef Pezeshkian afferma che, se l’Iran non riuscirà a fermare gli omicidi mirati, «perderemo la guerra». Ha anche condiviso alcuni aneddoti della sua vita personale. Una volta, ha ricordato, ha ricevuto un messaggio misterioso che lo invitava a presentarsi a un certo indirizzo. Era in preda al panico, sospettando una trappola israeliana. Ma dopo aver verificato con la sicurezza, ha capito che si trattava di un invito a un iftar per rompere il digiuno del Ramadan con amici. Una sera, riflettendo su cosa potesse riservare il futuro al suo amato Paese, si è rivolto al Corano. E poi ha condiviso la sua interpretazione di un versetto: «La mia impressione è che la calamità che stiamo affrontando sia il risultato del nostro stesso comportamento. Forse le lacrime saranno la nostra redenzione e il nostro modo di chiedere perdono».
c.2026 The New York Times Company
(Traduzione di Luis E. Moriones)