Sono entrati subito in azione, ripetendo le tattiche messe a punto in quattro anni di guerra. Gli Shahed forniti dall’Iran ai russi hanno fatto esordio in Ucraina nel marzo 2022 e adesso le squadre di intercettori di Kiev vanno in trasferta per abbatterli nei cieli del Golfo. Stando alle indiscrezioni di Intelligence Online, quelle arrivate negli Emirati Arabi hanno già falciato le prime prede, contribuendo a sventare gli attacchi contro le installazioni petrolifere. Lo avrebbero fatto per dimostrare l’efficienza dei droni intercetta-droni, progettati in patria e costruiti con una spesa di circa cinquemila euro: una risposta low cost contro la minaccia a basso costo delle bombe volanti.
Zelensky aveva detto che i team ucraini “non saranno coinvolti nell’attività operativa, perché non siamo in guerra con l’Iran”. In pochi giorni però 201 militari e tecnici di aziende private hanno raggiunto i Paesi bersagliati dalla rappresaglia dei pasdaran: ben undici governi hanno domandato aiu…
Sono entrati subito in azione, ripetendo le tattiche messe a punto in quattro anni di guerra. Gli Shahed forniti dall’Iran ai russi hanno fatto esordio in Ucraina nel marzo 2022 e adesso le squadre di intercettori di Kiev vanno in trasferta per abbatterli nei cieli del Golfo. Stando alle indiscrezioni di Intelligence Online, quelle arrivate negli Emirati Arabi hanno già falciato le prime prede, contribuendo a sventare gli attacchi contro le installazioni petrolifere. Lo avrebbero fatto per dimostrare l’efficienza dei droni intercetta-droni, progettati in patria e costruiti con una spesa di circa cinquemila euro: una risposta low cost contro la minaccia a basso costo delle bombe volanti.
Zelensky aveva detto che i team ucraini “non saranno coinvolti nell’attività operativa, perché non siamo in guerra con l’Iran”. In pochi giorni però 201 militari e tecnici di aziende private hanno raggiunto i Paesi bersagliati dalla rappresaglia dei pasdaran: ben undici governi hanno domandato aiuto a Kiev.
Quello che chiedono è di acquisire le conoscenze accumulate dagli ucraini nel localizzare i piccoli velivoli teleguidati, realizzati in vetroresina, che sfuggono ai radar concepiti per individuare i grandi aerei da combattimento. Vogliono poi capire come strutturare uno schermo “multilistrato”, con diversi sistemi contraerei che intervengono contro gli incursori per non lasciarne passare nessuno: solo Israele dispone di un’organizzazione del genere. Ma lo Stato ebraico conta su tre livelli di missili terra-aria: anche i meno cari – i Tamir dell’Iron Dome – costano tra 40 e 100 mila euro. Invece gli arabi attualmente impiegano soprattutto i Patriot statunitensi, che hanno un prezzo di tre milioni ad esemplare, con scorte in esaurimento: finora gli iraniani avrebbero scagliati oltre 3500 Shahed.
Gli ucraini hanno sviluppato tattiche per eliminare gli incursori con i cannoni: quelli dei caccia F16 e Mirage 2000 o quelli piazzati a bordo elicotteri. Oppure impiegano quelli contraerei su affusti terrestri. I più efficaci sono gli Skynex di Rheinmetall Italia: il Qatar li ha adottati per difendere i Mondiali di Calcio del 2022 senza mai utilizzarli mentre le batterie donate a Kiev dalla Germania ogni notte fanno strage di drone. Ora i tecnici mandati da Zelensky stanno insegnando ai militari dell’Emirato come gestire meglio queste armi a tiro rapido, che hanno proiettili sincronizzati per creare un muro di schegge davanti ai droni. In genere basta una raffica di quattro-cinque colpi, con una spesa inferiore a quattromila euro.
I più richiesti sono i droni anti-drone, che le start up ucraine hanno messo a punto a partire dal 2024: si dirigono sui bersagli grazie a sensori acustici o ottici e li inseguono finché non li distruggono. Sono semplici da usare e costano poco. Molti sono stati realizzati in collaborazione con altre compagnie occidentali. Ci sono però due problemi. Anzitutto, la legge ucraina attualmente vieta l’esportazione di materiali bellici perché ritiene prioritaria la lotta contro gli invasori. La presidenza ha promesso più volte di eliminare questo limite e parecchie società hanno creato filiali all’estero per aggirare il divieto. Ma – e questo è l’ostacolo maggiore – nessuno in Europa produce numeri sufficienti a soddisfare le esigenze degli emiri, che stanno chiedendo la consegna di decine di migliaia di esemplari in tempi celeri. Nel Vecchio Continente a occuparsene sono soltanto aziende di dimensioni modeste, tutte fondate negli ultimi due anni, che non possono soddisfare questi requisiti.
Sembra inevitabile che i Paesi del Golfo si rivolgano agli Stati Uniti, dove due Big hanno lavorato con Kiev per elaborare droni intercettori. Una è la Project Eagle fondata da Eric Schmidt, l’ex ceo di Google che ha investito sull’Ucraina: il loro Merops è stato adottato dal Pentagono, che ne sta mandando diecimila per proteggere le basi statunitensi del Medio Oriente. Il prezzo è di 15 mila dollari, inferiore a quello degli Shahed. L’altra è Anduril, guidata dall’ex manager di Facebook Palmer Luckey e che ha profondi intrecci con Palantir di Pete Thiel: offre un catalogo di apparati per localizzare e neutralizzare i drone come Anvil e Roadrunner. Sono l’avanguardia della nuova Silicon Valley bellica californiana.
Zelensky vorrebbe compensare lo svantaggio industriale proponendo ad emiratini, sauditi e qatarini di aprire catene di montaggio locali per i brevetti ucraini, con una trasmissione di tecnologie che interessa molto i Paesi del Golfo. In cambio chiede investimenti per sviluppare l’innovazione in patria. E anche mezzi che questi Paesi stanno dismettendo, come i dodici Mirage 2000 del Qatar identici a quelli regalati dalla Francia: un baratto di difese, contro gli stessi droni ma su fronti diversi.