Hormuz, passano dieci petroliere. Il G7: “Sostegno ai Paesi colpiti”
dalla nostra inviata Anna LombardiDUBAI – Lo Stretto di Hormuz resta chiuso: ma non sbarrato. Nell’ultima settimana, mentre Stati Uniti, Europa e Paesi del Golfo si scervellavano su come “liberare” dal controllo dei pasdaran, il cruciale snodo energetico, da cui transita il 20 per cento di gas naturale liquefatto e un quinto del petrolio mondiale — ipotizzando perfino di occuparne la costa coi marines — almeno dieci navi sono riuscite ad attraversarlo. Lo riporta Lloyd’s List, affidabile servizio di notizie e dati marittimi. Alcune battenti bandiere di nazioni amiche: Cina, India, Pakistan, Malesia. Altre, parte della flotta ombra iraniana, quelle che navigano sotto bandiere di Aruba, Palau e Madagascar, sanzionate dagli Stati Uniti. Qualcuna, invece di Paesi o armatori che sono riusciti a mettersi d’accordo direttamente con Teheran, sfruttando canali indiretti: perfino persone della diaspora iraniana. In almeno un caso, poi, è stato pagato un ingente pedaggio (metodo, dice il New York Times che ora gli ayatollah ora …
DUBAI – Lo Stretto di Hormuz resta chiuso: ma non sbarrato. Nell’ultima settimana, mentre Stati Uniti, Europa e Paesi del Golfo si scervellavano su come “liberare” dal controllo dei pasdaran, il cruciale snodo energetico, da cui transita il 20 per cento di gas naturale liquefatto e un quinto del petrolio mondiale — ipotizzando perfino di occuparne la costa coi marines — almeno dieci navi sono riuscite ad attraversarlo. Lo riporta Lloyd’s List, affidabile servizio di notizie e dati marittimi. Alcune battenti bandiere di nazioni amiche: Cina, India, Pakistan, Malesia. Altre, parte della flotta ombra iraniana, quelle che navigano sotto bandiere di Aruba, Palau e Madagascar, sanzionate dagli Stati Uniti. Qualcuna, invece di Paesi o armatori che sono riusciti a mettersi d’accordo direttamente con Teheran, sfruttando canali indiretti: perfino persone della diaspora iraniana. In almeno un caso, poi, è stato pagato un ingente pedaggio (metodo, dice il New York Times che ora gli ayatollah ora vorrebbero istituzionalizzare con una tassa di transito). A tutte è stata imposta una medesima condizione: passare da acque territoriali iraniane, seguendo una rotta alternativa a quella tradizionale di Hormuz. Hanno cioè dovuto circumnavigare l’isola di Larak, consentendo alle Guardie della Rivoluzione e alle autorità portuali iraniane di seguirle letteralmente a vista.
Ora Teheran sta offrendo quell’opportunità anche a Tokyo. Lo ha confermato venerdì sera il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi all’agenzia giapponese Kyodo News: «Ne sto discutendo col vostro governo. Siamo pronti a garantirvi un passaggio sicuro». Una tentazione non da poco per il Giappone, che importa oltre il 90 per cento del suo petrolio greggio proprio dal Medio Oriente, ed è fortemente dipendente dalle esportazioni che passano per Hormuz. Le condizioni dell’offerta non sono note. E nemmeno se la premier nipponica Sanae Takaichi — che ha incontrato Donald Trump solo pochi giorni fa a Washington — sia effettivamente intenzionata ad accettare. Ma intanto gli analisti considerano l’offerta un modo per riaffermare il controllo di Teheran sullo Stretto. Ritenendolo pure un tentativo di allontanare gli interessi americani da quelli di Paesi — come il Giappone, appunto, che potrebbero essere disposti in qualche modo a entrare in guerra. Tokyo è infatti tra i primi firmatari — insieme ad altri cinque, Italia compresa — di una dichiarazione in cui si dicono disposti a contribuire alla sicurezza di Hormuz. Col numero di “volenterosi” salito ieri a 22. Un concetto ribadito ieri pure dai ministri degli Esteri del G7: «Sosteniamo il diritto dei Paesi vittime degli ingiustificati attacchi da parte dell’Iran o dei suoi alleati a difendere i propri territori e a proteggere i propri cittadini».
Intanto, l’esercito statunitense sostiene però un’altra storia: la capacità dell’Iran di controllare Hormuz sarebbe stata «indebolita» dal recente bombardamento pesante di una struttura sotterranea dove erano stoccati missili e altre armi pesanti. Lo afferma l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Centcom, Comando Centrale Usa: «La struttura è stata neutralizzata, i radar missilistici usati per monitorare i movimenti delle navi distrutti».
Sarà. Ma intanto ieri l’Iran ha compiuto un ennesimo gesto di sfida: caricando dall’isola di Kharg che Donald Trump vorrebbe conquistare, 4 milioni di barili su due superpetroliere. «Siamo pronti a rispondere con misure senza precedenti a un ennesimo attacco americano su Kharg» hanno ringhiano i pasdaran. La nuova minaccia è destabilizzazione la sicurezza dello Stretto di Bab el-Mandeb, porta del Mar Rosso, ingaggiando gli alleati yemeniti (al momento “dormienti”) Houthi.