NEW YORK – L’ultimatum di 48 ore all’Iran scade stasera, con la minaccia di distruggere le infrastrutture elettriche se non per riaprirà lo Stretto di Hormuz. I marines navigano verso la regione per possibili operazioni di terra, mentre il New York Times rivela che i Servizi segreti israeliani del Mossad avevano presentato un piano per provocare rivolte e la caduta del regime subito dopo l’inizio dei raid. Nello stesso tempo però i negoziatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner stanno riannodando i fili della trattativa, definendo squadra e condizioni che potrebbero mettere fine alla guerra. Le mosse del presidente Trump suonano contraddittorie, ma i collaboratori sostengono che fa parte del suo piano.
Venerdì il capo della Casa Bianca aveva detto che stava considerando di ridurre l’intervento, ma sabato alle 7,44 della sera ha pubblicato un messaggio con cui minacciava di distruggere le infrastrutture elettriche dell’Iran, se non avesse riaperto Hormuz entro 48 ore senza co…
NEW YORK – L’ultimatum di 48 ore all’Iran scade stasera, con la minaccia di distruggere le infrastrutture elettriche se non per riaprirà lo Stretto di Hormuz. I marines navigano verso la regione per possibili operazioni di terra, mentre il New York Times rivela che i Servizi segreti israeliani del Mossad avevano presentato un piano per provocare rivolte e la caduta del regime subito dopo l’inizio dei raid. Nello stesso tempo però i negoziatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner stanno riannodando i fili della trattativa, definendo squadra e condizioni che potrebbero mettere fine alla guerra. Le mosse del presidente Trump suonano contraddittorie, ma i collaboratori sostengono che fa parte del suo piano.
Venerdì il capo della Casa Bianca aveva detto che stava considerando di ridurre l’intervento, ma sabato alle 7,44 della sera ha pubblicato un messaggio con cui minacciava di distruggere le infrastrutture elettriche dell’Iran, se non avesse riaperto Hormuz entro 48 ore senza condizioni. La risposta prevedibile del regime è stata che se lo farà, bloccherà completamente lo Stretto, ora navigabile per i Paesi non considerati nemici. I Paesi della regione poi hanno lanciato l’allarme, perché temono rappresaglie sui loro impianti. L’ambasciatore americano all’Onu Walz ha detto che il sistema elettrico è un obiettivo legittimo, se sostiene le operazioni militari, come peraltro era avvenuto in Iraq durante la Guerra del Golfo. Allora però erano state prese di mira le infrastrutture per la distribuzione dell’elettricità, non la produzione, perché sarebbe lungo e costoso ricostruirle. Per non parlare del fatto che la centrale più grande è quella nucleare di Bushehr, con i rischi di contaminazione radioattiva che comporterebbe colpirla.
Nel frattempo i marines navigano verso il Golfo, alzando la pressione con la prospettiva di azioni di terra per occupare il terminale petrolifero sull’isola di Kharg, la costa da dove viene minacciata la navigazione a Hormuz, o magari un raid per sequestrare i 400 chili di uranio arricchito nelle mani degli ayatollah. Il segretario della Nato Rutte ha detto che una coalizione di 22 Paesi si sta preparando a garantire la sicurezza dello Stretto, composta da membri dell’Alleanza, più Australia, Bahrein, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda ed Emirati Arabi Uniti. Trump ieri ha parlato col cancelliere tedesco Merz e con il premier britannico Starmer, ma poi ha ripetuto ai media israeliani che «i Paesi della Nato non fanno nulla ed è una vergogna». Walz ha confermato che l’Iran ha sviluppato missili per colpire l’Europa. Il tycoon poi ha attaccato il presidente israeliano Herzog: «È un bugiardo, debole e patetico. Aveva promesso di perdonare Netanyahu ma non lo ha fatto. Bibi dovrebbe concentrarsi sulla guerra, invece di queste sciocchezze». Se da una parte la macchina militare accelera, dall’altra la diplomazia ha ripreso a lavorare, forse proprio nella prospettiva che l’offensiva faccia cadere il regime, oppure lo fiacchi al punto di riprendere il dialogo alle condizioni di Washington.
Secondo Axios, Witkoff e Kushner stanno ponendo le basi per la ripresa delle trattative, sulla base di sei punti: blocco del programma missilistico per cinque anni; zero arricchimento dell’uranio; smantellamento dei laboratori nucleari di Natanz, Fordow e Isfahan; limiti ferrei al ripristino delle centrifughe; trattati per limitare gli armamenti, con un massimo di mille missili; fine dei finanziamenti ai proxy come Hezbollah, Houthi e Hamas. Il ministro degli Esteri di Teheran Araghchi ha risposto che per normalizzare Hormuz serve il cessate il fuoco e l’impegno a non attaccare più, mentre finalizzare l’accordo richiederebbe anche le riparazioni per i danni subiti. Fonti americane escludono di chiamarle così, però potrebbero scongelare i fondi iraniani all’estero. Per la mediazione gli Usa preferirebbero il Qatar all’Oman. Aspettando che scada l’ultimatum di oggi, le eventuali operazioni di terra o la ripresa del dialogo, gli americani hanno un’idea abbastanza chiara di cosa vorrebbero, mentre il prezzo della benzina sale più di quanto era accaduto dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Secondo un sondaggio della Cbs, il 92% chiede di chiudere il conflitto appena possibile.