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“Su Hormuz servono garanzie e l’onere spetta a Teheran, i suoi vicini non si fidano più”

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Parla Rashid Al-Mohanadi, analista del Middle East Council on Global Affairs. “I Paesi del Golfo consideravano l’Iran una minaccia già prima di questo conflitto. E oggi più che mai”
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DUBAI – «Si è aperta una finestra di opportunità per arrivare a un cessate il fuoco», dice Rashid Al-Mohanadi, analista del Middle East Council on Global Affairs, think tank di Doha, esperto di sicurezza strategica. «Ma sarà fondamentale che l’Iran si impegni in maniera credibile a non minacciare più lo Stretto di Hormuz».

Eravamo rimasti all’ultimatum di Trump contro Teheran. E invece si tratta?

«Quell’ultimatum era già il segnale di un negoziato imminente o addirittura in corso, un modo con cui Trump voleva far capire all’Iran quale sarebbe l’alternativa a un accordo. E il negoziato in effetti c’è».

Il regime iraniano dice che non è vero, che non sta parlando con il nemico.

«Quello è un messaggio rivolto all’audience interna, quel che resta della leadership non può permettersi di ammettere che sta parlando con chi ha provocato un disastro del genere».

Chi arriva a questa trattativa da una posizione di maggiore forza, o di minore debolezza?

«Trump ha dichiarato che voleva un cam…

DUBAI – «Si è aperta una finestra di opportunità per arrivare a un cessate il fuoco», dice Rashid Al-Mohanadi, analista del Middle East Council on Global Affairs, think tank di Doha, esperto di sicurezza strategica. «Ma sarà fondamentale che l’Iran si impegni in maniera credibile a non minacciare più lo Stretto di Hormuz».

Eravamo rimasti all’ultimatum di Trump contro Teheran. E invece si tratta?

«Quell’ultimatum era già il segnale di un negoziato imminente o addirittura in corso, un modo con cui Trump voleva far capire all’Iran quale sarebbe l’alternativa a un accordo. E il negoziato in effetti c’è».

Il regime iraniano dice che non è vero, che non sta parlando con il nemico.

«Quello è un messaggio rivolto all’audience interna, quel che resta della leadership non può permettersi di ammettere che sta parlando con chi ha provocato un disastro del genere».

Chi arriva a questa trattativa da una posizione di maggiore forza, o di minore debolezza?

«Trump ha dichiarato che voleva un cambio di regime, e il cambio di regime non c’è. Ma non dobbiamo sottovalutare la debolezza dell’Iran che non ha molte opzioni strategiche, tra gettare tutta la regione ancora più nel caos e raggiungere un qualche tipo di accordo. I danni all’interno del Paese sono significativi, anche se il blackout informativo non li fa emergere. La sostanza è che entrambe le parti vogliono risolvere la crisi, e in questa direzione spingono gli attori regionali e globali che sono stati tutti - chi più chi meno - danneggiati».

Che forma dovrebbe avere un accordo per essere accettabile?

«Il regime iraniano ha bisogno di ottenere delle concessioni: una garanzia di lungo periodo sul fatto che Stati Uniti e Israele non attacchino, e soprattutto fondi per una ricostruzione che richiederà almeno dieci anni, che significa vedere liberate almeno una parte delle decine di miliardi oggi congelate nei Paesi vicini».

E in cambio cosa dovrebbe concedere?

«La fine del supporto ai “proxy” in Medio Oriente, una limitazione delle sue capacità di attacco e poi l’impegno a non bloccare di nuovo lo Stretto di Hormuz, che è l’unica vera carta vincente che gli iraniani hanno avuto».

Appunto, se il “ricatto” energetico li salva questa volta, perché non anche usarlo in futuro?

«Se l’Iran, che si richiama al diritto internazionale, vuole recuperare una legittimazione che in questo momento ha perso sia con i vicini che con il resto del mondo, deve fare due cose: rispettare la risoluzione Onu che chiede di non attaccare i Paesi del Golfo e riconoscere che le acque dello Stretto di Hormuz sono acque internazionali».

Una missione di sicurezza internazionale in quelle acque può aiutare?

«Può far aumentare la fiducia, ma l’aspetto chiave per trasportatori e assicuratori, che alla fine decidono, sono impegni credibili da parte dell’Iran».

Neppure i Paesi del Golfo sembrano fidarsi più.

«Tutti i Paesi del Golfo consideravano l’Iran una minaccia già prima, ma avevano idee diverse sull’entità. Ora, dopo essere stati colpiti, tutti la ritengono una minaccia immediata e diretta alle loro infrastrutture e alla loro popolazione. Per questo dico che l’onere spetta a Teheran. Non dimentichiamo però che l’attore che ha rotto l’equilibrio è Israele, che dopo il 7 ottobre ha ritenuto che la propria sicurezza richiedesse delle azioni extra territoriali. Sarà fondamentale quindi avere garanzie che non ci siano altre azioni unilaterali da parte sua. Tutto questo è molto complesso, richiede una nuova architettura di sicurezza per il Golfo in cui credo che l’Europa avrà un ruolo crescente».

Quanto è probabile un cessate il fuoco?

«Ha buone possibilità. La trattativa potrebbe saltare soprattutto se Israele compisse un altro atto unilaterale, per esempio cercando di assassinare chi in Iran sta trattando con gli Stati Uniti. Oppure se Teheran dovesse impostare un negoziato lungo e tecnico: Trump ha una soglia di attenzione molto limitata».

Quanto ci vorrebbe in caso di cessate il fuoco per ristabilire i flussi di idrocarburi?

«Il Qatar ha detto che ci vorranno dai tre ai cinque anni per riparare gli impianti e tornare ai livelli di produzione di gas liquefatto precedenti al conflitto, quindi anche se la guerra finisse ora e Hormuz riaprisse subito gli effetti sui mercati energetici si vedrebbero ancora a lungo».

C’è chi dice che la centralità energetica del Golfo è compromessa, che dopo questa crisi ci sarà sempre un rischio associato a Hormuz.

«Più Paesi considereranno il rischio e staranno attenti a non rifornirsi in un unico luogo. Il Golfo però non è facilmente rimpiazzabile e i suoi impianti hanno i margini per assorbire quel rischio, anche abbassando i prezzi».

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