GERUSALEMME – Non è una reazione a caldo, e neanche un annuncio preparato per tempo. Sono trascorse molte ore di silenzio da quando Trump ha sorpreso il mondo — e i mercati finanziari — rivelando l’esistenza di un negoziato con gli ayatollah. Ed è già buio quando il premier israeliano Netanyahu affida a un comunicato una prima reazione ufficiale, niente affatto entusiasta. Fino a quel momento avevano parlato solo funzionari anonimi, lasciando scivolare sul tavolo indiscrezioni pesanti come l’identità del «leader di primo piano» in Iran con cui Trump ha rivelato di trattare, bruciando il nome del presidente del Parlamento Ghalibaf che non aveva fatto; e la «data obiettivo per il cessate il fuoco», il 9 aprile, in tempo per arrivare in Israele da pacificatore a ricevere il premio Israele: un onore, conferito il giorno dell’Indipendenza israeliana che quest’anno cade il 22 aprile, mai concesso a leader stranieri.
Bibi chiarisce di avergli parlato al telefono. Lo chiama «il nostro am…
GERUSALEMME – Non è una reazione a caldo, e neanche un annuncio preparato per tempo. Sono trascorse molte ore di silenzio da quando Trump ha sorpreso il mondo — e i mercati finanziari — rivelando l’esistenza di un negoziato con gli ayatollah. Ed è già buio quando il premier israeliano Netanyahu affida a un comunicato una prima reazione ufficiale, niente affatto entusiasta. Fino a quel momento avevano parlato solo funzionari anonimi, lasciando scivolare sul tavolo indiscrezioni pesanti come l’identità del «leader di primo piano» in Iran con cui Trump ha rivelato di trattare, bruciando il nome del presidente del Parlamento Ghalibaf che non aveva fatto; e la «data obiettivo per il cessate il fuoco», il 9 aprile, in tempo per arrivare in Israele da pacificatore a ricevere il premio Israele: un onore, conferito il giorno dell’Indipendenza israeliana che quest’anno cade il 22 aprile, mai concesso a leader stranieri.
Bibi chiarisce di avergli parlato al telefono. Lo chiama «il nostro amico», ma sorpresa e disappunto sono evidenti: «Trump ritiene ci sia un’opportunità per sfruttare i risultati straordinari raggiunti insieme» con la guerra «attraverso un accordo che salvaguarderà i nostri interessi vitali». Dice «ritiene», non «riteniamo». Solo il giorno prima, lanciando l’appello agli alleati a unirsi «contro questo regime fanatico», Netanyahu aveva premesso che «Israele e gli Usa lavorano insieme per la sicurezza del mondo». Ora è un’altra musica. Non commenta la decisione di Trump di sospendere l’ultimatum su Hormuz, ma avverte: «Continuiamo a colpire in Iran e in Libano. Stiamo distruggendo il programma missilistico e nucleare, e continuiamo a infliggere colpi severi a Hezbollah. Nei giorni scorsi abbiamo eliminato altri due scienziati nucleari e siamo ancora attivi: tuteleremo i nostri interessi vitali in ogni circostanza».
Vista da Gerusalemme, la svolta di Trump è l’ennesimo tradimento di un lungo flirt. «Gli israeliani ora temono non ci sia alcun piano, e si chiedono se ci si possa ancora fidare di Trump», scrive in un editoriale il Times of Israel elencando i precedenti dell’ultimo anno «in cui Trump ha accettato accordi affrettati e inefficaci pur di tirarsi via da decisioni difficili anche a costo di danneggiare altri». Come «l’accordo a sorpresa di maggio con gli Houthi in Yemen, che riportò la situazione nel Mar Rosso allo status quo precedente le 7 settimane di bombardamenti».
Trump, avverte Danny Sitrinowicz, ricercatore senior del programma “Iran e l’Asse Sciita” dell’Inss di Tel Aviv, ha semplicemente «ceduto per primo, con chiara consapevolezza che danneggiare le infrastrutture energetiche iraniane avrebbe provocato una rappresaglia significativa». Ma «qualsiasi accordo accettabile per Israele — continua — non si avvicinerà alle linee rosse dell’Iran. E, viceversa, qualsiasi accordo di Trump con l’Iran non sarà accettabile per Israele. Questo cerchio non può essere quadrato».
Se Trump guarda a Hormuz e alle borse in picchiata, il governo israeliano vede altro. Domenica il capo di Stato maggiore ha approvato i piani per il Libano: «Abbiamo appena iniziato». Eradicare Hezbollah, ufficialmente; estendere i confini, come ha chiesto ieri il ministro delle Finanze Smotrich, cacciando i civili libanesi. Ieri sono arrivati ordini di evacuazione a milioni di residenti sotto il fiume Zahrani, molto più a nord del Litani. La «zona cuscinetto» rivendicata dal ministro della Difesa Katz sta diventando altro.