Cos’è il piano in 15 punti di Trump e quali sono gli ostacoli per un’intesa con l’Iran
dal nostro inviato Filippo SantelliDUBAI – Il 28 febbraio la guerra è iniziata perché non si trovava un accordo. Ma trovare quell’accordo ora, dopo 25 giorni di guerra, non appare certo più facile. Quattro settimane di bombardamenti reciproci tra Stati Uniti, Israele ed Iran hanno infatti allargato da ogni punto di vista il fronte della discordia. Hanno moltiplicato i nodi sul tavolo, non più solo il nucleare ma anche il controllo dello stretto di Hormuz. E hanno trascinato nel gorgo di un conflitto diventato regionale, se non globale per gli interessi energetici, tanti altri attori. Il piano in 15 punti che Trump avrebbe fatto recapitare a Teheran contiene varie richieste considerate inaccettabili per il regime, che a sua volta ha alzato ancora di più l’asticella. Gli ostacoli da superare per ricostruire un equilibrio che garantisca a tutti un grado minimo di sicurezza sono davvero enormi. Ecco i principali.
Le garanzie minime
Qualunque intesa ha bisogno di un livello minimo di fiducia e dopo aver subito due att…
DUBAI – Il 28 febbraio la guerra è iniziata perché non si trovava un accordo. Ma trovare quell’accordo ora, dopo 25 giorni di guerra, non appare certo più facile. Quattro settimane di bombardamenti reciproci tra Stati Uniti, Israele ed Iran hanno infatti allargato da ogni punto di vista il fronte della discordia. Hanno moltiplicato i nodi sul tavolo, non più solo il nucleare ma anche il controllo dello stretto di Hormuz. E hanno trascinato nel gorgo di un conflitto diventato regionale, se non globale per gli interessi energetici, tanti altri attori. Il piano in 15 punti che Trump avrebbe fatto recapitare a Teheran contiene varie richieste considerate inaccettabili per il regime, che a sua volta ha alzato ancora di più l’asticella. Gli ostacoli da superare per ricostruire un equilibrio che garantisca a tutti un grado minimo di sicurezza sono davvero enormi. Ecco i principali.
Le garanzie minime
Qualunque intesa ha bisogno di un livello minimo di fiducia e dopo aver subito due attacchi da Stati Uniti ed Israele nel giro di pochi mesi, con l’esplicito obiettivo di rovesciarlo, quella del regime iraniano è azzerata. Alla nuova leadership di Teheran servono credibili impegni sul fatto che non verrà più attaccata da nessuno dei due nemici, una questione di sopravvivenza. E per questo chiede anche che gli Stati Uniti rinuncino alle loro basi nel Golfo, cosa impossibile. Da parte sua Washington chiede all’Iran di cessare ogni sostegno politico, finanziario e militare ai vari gruppi alleati che negli anni ha usato per destabilizzare il Medio Oriente e colpire Israele, come Hamas e Hezbollah, rinunciando così a parte della sua influenza sulla regione.
Quanto nucleare
La priorità per Trump e per gli Stati Uniti, come si evince da 15 punti del piano, resta sempre assicurarsi che l’Iran non sviluppi un’arma nucleare. Di questo si stava trattando prima dell’attacco del 28 febbraio e da lì si ripartirà. Il regime ha riserve di uranio arricchito per 9 mila chilogrammi, ma il vero problema sono i 440 chili di uranio al 60%, in teoria utilizzabili per ricavare degli ordigni. Trump vuole che l’Iran consegni o degradi quel materiale e sospenda ogni programma di arricchimento. E’ disposto a consentire e sostenere un progetto di nucleare civile, ma con fornitura di combustibile dall’estero. Teheran vuole invece essere autonoma in quello che definisce un programma solo civile. Potrebbe accettare di limitarsi a produrre la quantità di combustibile strettamente necessario, senza accumulare scorte, degradando o consegnando quello arricchito al 60%. Ma questo significherebbe accettare anche dei controlli terzi, che in passato sono stati un enorme problema.
Hormuz libero
La novità di questa guerra è stata il blocco di Hormuz, la strategia di guerra energetica con cui l’Iran è riuscita ad alzare a dismisura il costo del conflitto, per i vicini del Golfo che devono esportare i loro idrocarburi e per tutto il mondo che li deve comprare. Per il regime il controllo dello Stretto appare oggi come l’unica vera grande arma. Mentre per tutti gli altri è fondamentale avere la garanzia che le acque internazionali restino aperte e navigabili. Trump chiede una immediata riapertura, ma quale possa essere poi un equilibrio soddisfacente è difficile da immaginare. Tante ipotesi sono state avanzate, da una risoluzione Onu che autorizzi il dispiegamento una forza internazionale di sicurezza a un’intesa a tre tra Stati Uniti, Oman e Iran, cioè i Paesi che controllano i due lati del corridoio. Nessuna è del tutto convincente. Teheran continua a dire che dal passaggio delle navi si aspetta di ricavare un pedaggio, richiesta inaccettabile perchè si tratta di acque internazionali.
Vicini infuriati
Un’altra novità di questo conflitto sono stati gli attacchi con missili e droni che l’Iran ha lanciato contro i vicini – Emirati, Qatar, Bahrein, Kuwait, Arabia Saudita, Oman – non solo prendendo di mira le basi americane sui loro territori ma anche infrastrutture energetiche e civili. I Paesi del Golfo non possono accettare una soluzione del conflitto che li tenga perennemente sotto il tiro di Teheran, e vogliono quindi che tutto il suo arsenale di attacco, non solo il progetto nucleare, venga messo sotto controllo. Il piano di Trump parla di smantellare il programma missilistico, ma per l’Iran, proprio come su Hormuz, questo significherebbe rinunciare alle proprie armi di deterrenza quando si sono sono rivelate necessarie ed efficaci. Bisognerà discutere di una limitazione, molto complessa da definire.
Le sanzioni
Una delle leve con cui Trump potrebbe provare ad ammorbidire il regime è quella economica, la sua preferita. Tra i suoi 15 punti, in cambio di un accordo sul nucleare e su Hormuz, offre in effetti una cancellazione delle sanzioni, probabilmente e legata alla verifica del rispetto degli accordi. All’Iran le risorse sono più che mai necessarie, viste le enormi spese per la ricostruzione che dovrà affrontare quando questo guerra finirà. Certo, Trump ha sempre attaccato Obama per gli 1,7 miliardi di dollari “restituiti” a Teheran dopo l’accordo del 2015, intesa che lui stesso avrebbe stracciato appena arrivato alla Casa Bianca. Ma contraddirsi – almeno quello – non è un problema.