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La guerra delle bozze, il fragile negoziato Usa-Iran si decide su nucleare e Hormuz

(reuters)

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Stati Uniti e Repubblica islamica sono distanti e ci sono anche le richieste di Israele e Golfo: in ballo la supremazia regionale
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DUBAI – Un negoziato, per interposto Pakistan, è iniziato. Ma basta confrontare i “15 punti” di Trump e le “cinque condizioni” di Teheran per capire quando sia abissale la distanza tra i nemici, e quanto sia cresciuta dopo 26 giorni di Furia epica. All’eterna, irrisolta, questione nucleare, l’offensiva di Stati Uniti e Israele e la controffensiva dell’Iran hanno aggiunto il nodo di Hormuz, rivelatosi per il regime la vera grande assicurazione sulla vita. Un’arma che, insieme agli attacchi con missili e droni, ha coinvolto nel conflitto tutti i Paesi del Golfo, minandone gli equilibri, e - per via energetica - pure il resto del mondo.

Garanzie di sopravvivenza

Dopo essere stato attaccato due volte nel giro di pochi mesi, con l’obiettivo dichiarato - e fallito - di un cambio di regime, Teheran ora vuole garanzie che Stati Uniti e Israele non ci provino più. Garanzie “oggettive”, scrive nelle sue condizioni, termine tutto da declinare. Da parte loro gli Stati Uniti chiedono che l’Ir…

DUBAI – Un negoziato, per interposto Pakistan, è iniziato. Ma basta confrontare i “15 punti” di Trump e le “cinque condizioni” di Teheran per capire quando sia abissale la distanza tra i nemici, e quanto sia cresciuta dopo 26 giorni di Furia epica. All’eterna, irrisolta, questione nucleare, l’offensiva di Stati Uniti e Israele e la controffensiva dell’Iran hanno aggiunto il nodo di Hormuz, rivelatosi per il regime la vera grande assicurazione sulla vita. Un’arma che, insieme agli attacchi con missili e droni, ha coinvolto nel conflitto tutti i Paesi del Golfo, minandone gli equilibri, e - per via energetica - pure il resto del mondo.

Garanzie di sopravvivenza

Dopo essere stato attaccato due volte nel giro di pochi mesi, con l’obiettivo dichiarato - e fallito - di un cambio di regime, Teheran ora vuole garanzie che Stati Uniti e Israele non ci provino più. Garanzie “oggettive”, scrive nelle sue condizioni, termine tutto da declinare. Da parte loro gli Stati Uniti chiedono che l’Iran interrompa ogni sostegno finanziario e militare alle varie milizie che da anni usa per destabilizzare l’area e colpire Israele, come Hamas ed Hezbollah. Per il regime significherebbe vedere limitata la propria influenza, cosa che ovviamente non vuole: chiede infatti che cessino le ostilità (di Israele) anche contro gli altri “gruppi di resistenza”.

Quanto nucleare

La priorità per Trump resta sempre assicurarsi che l’Iran non sviluppi un’arma nucleare. E da questo punto di vista il suo nuovo piano riprende le richieste dei negoziati precedenti al conflitto: Teheran deve consegnare le scorte di uranio arricchito, a cominciare dai 440 chili al 60% che “preludono” a un ordigno, e chiudere tutti gli impianti di arricchimento. In cambio promette un sostegno al nucleare civile, ma con combustibile importato dall’estero. L’Iran però sostiene che dopo i bombardamenti subiti quell’uranio è sepolto sotto montagne di macerie. E non vuole rinunciare alla capacità di prodursene altro in casa. Paradossalmente il nucleare è il tema che ha più tentativi di mediazione alla spalle: un’ipotesi era che l’Iran limitasse l’arricchimento allo stretto necessario per l’uso civile, senza scorte. Anche se riproporrebbe l’annoso problema dei controlli.

Di chi è Hormuz

Il fronte tutto nuovo invece è il blocco di Hormuz, l’arma con cui il regime è riuscito ad alzare a dismisura il prezzo del conflitto, per i vicini del Golfo che da lì devono esportare gas e petrolio e per tutto il mondo che li deve comprare. Per evitare che il ricatto si riproponga in futuro gli Stati Uniti vogliono che l’Iran assicuri ora e per sempre libero transito attraverso le acque internazionali. Teheran invece alza l’asticella e reclama il riconoscimento della sua sovranità sullo Stretto, “diritto naturale e legale” con cui riscuotere pedaggio. È una richiesta irricevibile, per tutto il mondo. Non è chiaro però che forma possa prendere un compromesso di libera navigazione, tra ipotesi di missioni internazionali e triangolazioni con il neutrale Oman.

Missili e droni

Discorso simile riguarda l’arsenale di missili e droni che Teheran sta lanciando non solo contro Israele e le basi Usa, ma anche contro le infrastrutture energetiche e civili dei Paesi del Golfo. Smantellarlo del tutto, come chiedono gli Stati Uniti, significherebbe per il regime rinunciare a un’arma di deterrenza. Limitare gittata e numero di missili lascerebbe i vicini sotto una minaccia perenne, che almeno Emirati e Arabia Saudita, oltre ovviamente ad Israele, non paiono disposti a tollerare.

Le sanzioni

La carota che Trump mette sul piatto è quella economica, da sempre suo cavallo di battaglia. Tra i 15 punti per il cessate il fuoco c’è la cancellazione delle sanzioni che soffocano l’Iran. Il regime ha disperato bisogno di risorse, viste le enormi spese per la ricostruzione che dovrà affrontare. Ma anche qui rilancia, chiedendo pure il pagamento dei danni di guerra.

Le linee rosse

Vero è che in ogni negoziato le richieste iniziali vanno lette in chiave tattica. Specie quelle pubbliche di Teheran, che prova a proiettare dentro e fuori un’immagine di forza per strappare più concessioni, sperando che Trump abbia più urgenza di lei di chiudere il conflitto. Tattica a parte però, immaginare un compromesso complessivo che soddisfi le linee rosse di tutti gli attori, compresi Israele e i Paesi del Golfo, e restituisca un grado minimo di stabilità al Medio Oriente, appare davvero difficile. Un’intesa solo parziale eviterebbe ulteriori escalation, lo scenario peggiore e non certo impossibile. Ma rischierebbe di collassare al primo soffio di vento.

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