Iran, un mese di guerra: la scommessa persa di Trump per un conflitto breve diventato crisi globale
dal nostro inviato Paolo BreraGERUSALEMME – In un mese di guerra, Israele e Stati Uniti hanno colpito circa 20mila obiettivi in Iran, spendendo almeno 60 miliardi di dollari secondo stime degli analisti, senza contare i costi indiretti, e uccidendo più di 4mila persone tra la Repubblica islamica e il Libano. Ma nonostante una schiacciante superiorità economica, tecnologica e militare contro un paese fiaccato da sanzioni e tensioni sociali interne, Trump e Netanyahu non hanno vinto.
L’attacco del 28 febbraio
Il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno lanciato un decapitation strike coordinato contro il regime degli Ayatollah: bombardieri stealth americani, missili cruise da navi e sottomarini, intelligence israeliana e attacchi cyber contro radar e comunicazioni. Dal punto di vista militare è stato un successo: ha eliminato la Guida suprema, Alì Khamenei, insieme a membri del vertice politico e della sicurezza nazionale iraniana. Ma rasare al suolo la leadership non ha impedito la reazione a catena: attacchi i…
GERUSALEMME – In un mese di guerra, Israele e Stati Uniti hanno colpito circa 20mila obiettivi in Iran, spendendo almeno 60 miliardi di dollari secondo stime degli analisti, senza contare i costi indiretti, e uccidendo più di 4mila persone tra la Repubblica islamica e il Libano. Ma nonostante una schiacciante superiorità economica, tecnologica e militare contro un paese fiaccato da sanzioni e tensioni sociali interne, Trump e Netanyahu non hanno vinto.
L’attacco del 28 febbraio
Il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno lanciato un decapitation strike coordinato contro il regime degli Ayatollah: bombardieri stealth americani, missili cruise da navi e sottomarini, intelligence israeliana e attacchi cyber contro radar e comunicazioni. Dal punto di vista militare è stato un successo: ha eliminato la Guida suprema, Alì Khamenei, insieme a membri del vertice politico e della sicurezza nazionale iraniana. Ma rasare al suolo la leadership non ha impedito la reazione a catena: attacchi iraniani a Israele e alle basi americane in Medio Oriente, quelli di Hezbollah dal Libano e il blocco di Hormuz con effetti devastanti sui mercati energetici globali.
La “Furia epica” di Trump
Nelle prime 24 ore dell’Operazione Epic Fury gli americani hanno colpito più di mille obiettivi secondo il loro Comando Centrale. L’aviazione israeliana ne ha colpiti altri 750. Nonostante il costo esorbitante dell’attacco, con missili come i Tomahawk da 3,5 milioni di dollari l’uno, secondo il Center for Strategic & International Studies il ritmo dei colpi è aumentato fino al decimo giorno per distruggere le capacità difensive e consentire l’uso di missili meno costosi come i Jdam. Poi è calato: secondo la Difesa Usa i due paesi hanno colpito oltre 15mila obiettivi nelle prime due settimane, ma dopo un mese si calcola non superino i 20mila.
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Le 5 ragioni del conflitto
L’ottimismo dell’Oman, ultimo grande mediatore sul nucleare iraniano, non ha scongiurato l’attacco. Ma più diventavano evidenti i rischi globali e le conseguenze, più crescevano i dubbi sulle motivazioni rivendicate da americani e israeliani che sono sostanzialmente cinque.
La prima è impedire che l’Iran acquisisse armi nucleari: secondo Washington e Tel Aviv era a un passo. Accusavano Teheran di avere accelerato l’arricchimento dell’uranio, ridotto la cooperazione con gli ispettori e sviluppato vettori balistici in grado di lanciare testate nucleari. Accuse smentite sia dall’Oman, secondo cui Teheran era disponibile a rispettare i limiti di un accordo; sia dall’Aiea, secondo cui non c’era minaccia imminente. E dopo gli attacchi congiunti americani e israeliani del 2025 le capacità atomiche iraniane erano già compromesse.
La seconda ragione era il diritto di autodifesa israeliana contro le minacce dirette e indirette della rete di alleati di Teheran: Hezbollah in Libano, milizie sciite in Siria e Iraq, Houthinello Yemen. La terza era la protezione della libertà di navigazione e della stabilità energetica: la sicurezza delle rotte, soprattutto dello Stretto di Hormuz, con l’Iran accusato di minacciare il traffico petrolifero.
Il quarto motivo è la deterrenza: ristabilire la credibilità strategica americana nella regione, dimostrare che gli attacchi indiretti delle milizie filo iraniane non sono tollerati e dissuadere altri paesi da sviluppare armi atomiche. L’ultima ragione, la più sbandierata, era il cambio di regime “liberando” le donne dall’oppressione e promuovendo le istanze democratiche degli iraniani.
I (pochi) risultati ottenuti
Il vertice politico-religioso è stato effettivamente decapitato: sono stati uccisi Khamenei, Larijani, il comandante generale dei Pasdaran Pakpour, il capo di stato maggiore Mousavi, il ministro della difesa Nasirzadeh e il comandante navale dei Pasdaran Tangsiri. Più un lungo elenco di ufficiali di intelligence e ingegneri nucleari. Ma il cambio di regime non c’è stato, e israeliani e americani hanno finito per rimuoverlo dagli obiettivi dichiarati.
Quanto alla corsa al nucleare, americani e israeliani non ne avevano fornito prove; e la guerra non ha influito sulla situazione: l’uranio arricchito resta nei depositi. È andata ancora peggio con la sicurezza delle rotte: la guerra non ha ridotto il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz, ma ne ha provocato il collasso totale mandando in tilt il sistema economico mondiale.
Intanto Hezbollah ha ripreso a colpire Israele con decine di missili quotidiani, e la minaccia degli Houthiè intatta. Se gli americani volevano dimostrare il loro dominio strategico sull’area, la guerra finora è stata un disastro d’immagine. Anche il diritto di Israele all’autodifesa non ne esce rafforzato: la guerra ha demolito l’immagine del suo “insuperabile” scudo spaziale, bucato quotidianamente dai missili iraniani e dai razzi di Hezbollah.
Le vittime del conflitto: migliaia di morti
Il costo umano è devastante: secondo la Ong iraniana per i diritti umani Hrana, in Iran dal 28 febbraio al 22 marzo sono stati uccisi 1.407 civili, di cui almeno 214 bambini, 1.167 militari e 657 persone dallo status incerto: in totale 3.231 morti. In Libano, dove Israele ha risposto all’attacco di Hezbollah con uccisioni mirate, bombardamenti e la preparazione di un attacco di terra, i morti sono più di mille.
La scommessa persa di Trump: forza massima, guerra breve
La scommessa di Trump, colpire forte per costringere l’Iran a trattare in fretta, non è stata vinta. Di fronte al rischio di stallo e di una lunga guerra, ha inviato a Teheran tramite il Pakistan una proposta in 15 punti che per ora non ha portato la pace, ma ha ravvivato la diplomazia. I suoi obiettivi divergono da quelli di Netanyahu, che intende spezzare il sistema di deterrenza iraniano ridisegnando con la forza gli spazi di sicurezza e forse i confini stessi di Israele, come dice ufficialmente il ministro delle Finanze Smotrich.
Trump mira a chiudere il conflitto, ma Teheran insiste che qualunque cessate il fuoco includa anche il Libano. Netanyahu ha saldato il fronte iraniano a quello libanese, dove ci sono già più di un milione di sfollati. Ogni chilometro guadagnato in Libano da Israele aumenta il rischio di una nuova radicalizzazione sciita e di una lunga guerra d’attrito.
Cisgiordania e Gaza: il fronte non dichiarato
Mentre la comunità internazionale è alle prese con la crisi, una nuova impennata di violenza dei coloni contro i palestinesi sta infiammando la Cisgiordania. E la situazione è sempre più grave anche a Gaza, dove l’Idf sta stabilizzando la Linea Gialla come confine con nuovi avamposti: Israele si è mangiato più di metà della Striscia e uccide quotidianamente altri palestinesi nella caccia ai “terroristi” per stabilizzare il nuovo confine, violando il cessate il fuoco e il piano di Trump per il ritiro graduale dell’Idf.
La minaccia degli Houthi sul Mar Rosso e la guerra degli Stretti
Un’altra grave minaccia viene dallo Yemen: gli Houthi, alleati dell’Iran, sono entrati oggi in guerra lanciando un missile su Israele e hanno minacciato la chiusura dello Stretto di Bab al-Mandeb. Se Hormuz è la strettoia del petrolio del Golfo, Bab al-Mandeb lo è nel collegamento tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden, condizionando la navigazione verso Suez. Il conflitto minaccia così di colpire entrambe le arterie marittime cruciali, scatenando una crisi sistemica devastante.
Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 attraverso lo Stretto di Hormuz sono transitati in media 20 milioni di barili al giorno, il 20% del consumo globale. E passa da lì anche una quota significativa del commercio di LNG, importante anche per l’Europa. Il Brent vola oltre i cento dollari al barile mettendo i mercati azionari sotto pressione e scatenando timori inflazionistici. Già penalizzata dalla rinuncia alle forniture russe per la guerra in Ucraina, l’Europa è costretta a ripensare un’altra volta le sue scelte energetiche. E l’Ocse teme un nuovo shock globale per il rincaro dell’energia.
Da crisi regionale a crisi globale
Gli effetti del conflitto vanno ormai ben oltre quelli di una guerra regionale. Il coinvolgimento dei paesi del Golfo è un’altra pericolosa deriva. Arabia Saudita, Emirati e Qatar, attaccati dall’Iran perché ospitano basi americane, temono che un cessate il fuoco senza conseguenze rafforzi l’Iran, ma sanno di essere i primi bersagli di un’escalation fuori controllo.
La guerra di Trump e Bibi contro l’Iran sta sconvolgendo il mondo, e non solo per le bombe: mette in crisi l’equilibrio del Golfo, la sicurezza del Libano, la tenuta del Mar Rosso, la già fragilissima Cisgiordania, il prezzo del petrolio, la catena del gas, la diplomazia regionale e la credibilità dell’idea stessa che si possa imporre un nuovo ordine mediorientale con la sola forza. Non è una guerra confinata, ma una crisi che espone fragilità e ridisegna i rapporti anche tra alleati storici come Stati Uniti ed Europa, che non ha accolto l’invito a entrare nel conflitto per liberare Hormuz. E nessuno dei protagonisti sembra avere una via d’uscita percorribile.