“I miei bambini di Gaza traumatizzati dalla guerra”
di Padre Gabriel RomanelliQui nella Parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza abbiamo una cosa che i bambini chiamano “piscina”. In realtà è una specie di grande bacinella, un po’ come quelle piscine gonfiabili per neonati. Naturalmente, con il caldo, i bambini ti chiedono se possono andare a giocare nella “piscina”. Purtroppo non abbiamo abbastanza acqua e non possiamo certo sprecare le nostre scarse risorse. Dobbiamo usare un po’ di fantasia, trovare altre attività: gare, musica, e quando è possibile calcio e basket.
Lo sport riduce il nervosismo dei piccoli. I bambini sono immersi nella violenza da così tanto tempo da esserne profondamente influenzati. La violenza si diffonde nelle menti e nei corpi. La guerra è stata così lunga che alcuni non hanno più ricordi coscienti del tempo di prima. Il loro comportamento ne risente, inevitabilmente. Se li lasciamo fare, giocano alla guerra in modo molto violento: formano due gruppi, sempre gli stessi, e si azzuffano.
Qualche giorno fa camminavo davanti alla chiesa, …
Qui nella Parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza abbiamo una cosa che i bambini chiamano “piscina”. In realtà è una specie di grande bacinella, un po’ come quelle piscine gonfiabili per neonati. Naturalmente, con il caldo, i bambini ti chiedono se possono andare a giocare nella “piscina”. Purtroppo non abbiamo abbastanza acqua e non possiamo certo sprecare le nostre scarse risorse. Dobbiamo usare un po’ di fantasia, trovare altre attività: gare, musica, e quando è possibile calcio e basket.
Lo sport riduce il nervosismo dei piccoli. I bambini sono immersi nella violenza da così tanto tempo da esserne profondamente influenzati. La violenza si diffonde nelle menti e nei corpi. La guerra è stata così lunga che alcuni non hanno più ricordi coscienti del tempo di prima. Il loro comportamento ne risente, inevitabilmente. Se li lasciamo fare, giocano alla guerra in modo molto violento: formano due gruppi, sempre gli stessi, e si azzuffano.
Qualche giorno fa camminavo davanti alla chiesa, nel piccolissimo cortile che la separa dal convento delle suore di Madre Teresa dove abbiamo allestito piccole strutture per fare lezione ai bambini. Gli spazi nelle sale della parrocchia non bastano, ma in quel punto resta un’area dove i bambini possono giocare. Avvicinandomi, vedo che stanno costruendo delle piccole capanne, bellissime, con i cartoni degli aiuti umanitari che abbiamo ricevuto dal Patriarcato latino di Gerusalemme. Avevano realizzato vere e proprie casette con tetti, muri,una sala da pranzo, un bagno. Sono andato subito a prendere la macchina fotografica: comunico molto sui social network. Qui è tutto piccolo: il mio ufficio si trova a pochi metri,ma quando sono tornato la graziosa capanna era già stata devastata, calpestata. In mezzo ai pezzi di cartone schiacciati vedo un bambino, Georges, e gli chiedo: «Che cosa è successo?». Mi risponde con naturalezza: «La casa è stata bombardata». Un altro gruppo aveva distrutto la capanna. Quando hanno finito di demolirla, il gioco era terminato. A dire il vero non sapevo se ridere o piangere.
Un’altra volta un bambino di tre anni, Milad, mostra il braccio alla sorella piangendo. Evidentemente è stato punto da un insetto, ha un grosso pomfo rosso, e la sorella gli chiede: «Che cosa ti è successo? È stata una zanzara?». Con il ritorno del caldo, è vero, siamo di nuovo invasi da zanzare e mosche. Ma Milad risponde: «No, sono stato attaccato da un quadricottero».
Dopo questo episodio ha cominciato a rifiutare il cibo. Ha solo tre anni! I suoi genitori sono persone molto coraggiose. Lo circondano di amore, cercano di riportarlo alla vita, è così fragile! Come lui, a Gaza ci sono migliaia e migliaia di bambini che hanno visto la morte troppo presto. I responsabili del comitato di sicurezza hanno deciso di far proseguire le attività nel cortile: non appena si annuncia un pericolo, lanciano il segnale di allarme e tutti corrono a rifugiarsi. Non si possono lasciare i bambini a sé stessi. Non possiamo abbandonarci ai nostri sentimenti più cupi. Coraggio!
Grazie ai bambini, la nostra quotidianità conserva un’apparenza di normalità: ci sono i giochi, lo studio, le attività. Abbiamo ampliato il nostro piccolo coro: i ragazzi riescono a cantare a due voci, sembra quasi di essere a una messa nella Cappella Sistina! Certo, a volte vogliono cantare prima ancora di conoscere la melodia, e allora dico: «Aspettate! Non andate più veloci della musica!»… e ridiamo insieme.
Finora abbiamo imparato canti gregoriani tradotti in arabo, ma di recente mi hanno detto di voler cantare in latino. In genere la nostra Congregazione prega nella lingua locale e, come chiede anche la Chiesa, nelle nostre missioni cerchiamo di insegnare, per quanto possibile, alcuni canti gregoriani elementari. Un giorno alcuni bambini e adolescenti hanno fatto una richiesta e si sono mostrati irremovibili: «Nella parrocchia greco-ortodossa cantano in greco e quindi noi, nella parrocchia latina, vogliamo cantare in latino, non solo in arabo!» E va bene, ho detto di sì. E ora stanno imparando a cantare in latino il “Tantum Ergo”, che conoscono già nella loro lingua madre. Sanno anche il “Gloria”. Ieri abbiamo celebrato l’Ascensione del Signore, la festa in cui commemoriamo la salita di Cristo verso Dio quaranta giorni dopo Pasqua. Il coro ha intonato il “Christus Vincit!”. È stata una vera gioia sentirli cantare a piena voce davanti alla nostra piccola comunità. Certo, ci sono ancora dei progressi da fare, ma mi sembra che il canto faccia loro molto bene.
La mia speranza, oltre alla vita eterna, è di vedere questa guerra finire una volta per tutte. Questi bambini e questi adolescenti ne usciranno cambiati per sempre, segnati dall’esperienza della violenza, ma anche dal sentimento umano e spirituale di essere stati protetti qui, nella parrocchia e in particolare nella chiesa: lo dicono già. E questo mi scalda l’anima.
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