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Gli Houthi all’attacco, ora tocca al Mar Rosso. Arrivati 2200 marines

(afp)

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I guerriglieri dello Yemen: “Tra le opzioni chiudere Bab el Mandeb”. Colpita base Usa in Arabia Saudita, 12 soldati americani feriti
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DUBAI – Dopo essere rimasti silenti per un mese anche gli Houthi scendono in guerra a fianco dell’Iran, in un’ulteriore escalation del conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele. Ieri la milizia sciita che controlla gran parte dello Yemen, esponente del cosiddetto “asse della resistenza” finanziato e armato da Teheran, ha lanciato due missili – entrambi intercettati - contro Israele. Oltre a far salire la pressione su Tel Aviv, il cui scudo di difesa mostra diverse crepe, i suoi colpi sono anche un avvertimento per il resto del mondo. Con l’Iran che già blocca Hormuz, crocevia degli idrocarburi del Golfo, se gli Houthi tornassero a bersagliare le navi in transito di fronte alle sue coste anche lo Stretto di Bab el Mandeb, porta d’accesso al Mar Rosso, si chiuderebbe. E la tempesta sui flussi globali di energia e di merci, strozzati in due snodi chiave dalla guerra asimmetrica di Teheran, diventerebbe perfetta.

I miliziani avevano già provocato quel blocco nel 2023, dopo l’offensiva …

DUBAI – Dopo essere rimasti silenti per un mese anche gli Houthi scendono in guerra a fianco dell’Iran, in un’ulteriore escalation del conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele. Ieri la milizia sciita che controlla gran parte dello Yemen, esponente del cosiddetto “asse della resistenza” finanziato e armato da Teheran, ha lanciato due missili – entrambi intercettati - contro Israele. Oltre a far salire la pressione su Tel Aviv, il cui scudo di difesa mostra diverse crepe, i suoi colpi sono anche un avvertimento per il resto del mondo. Con l’Iran che già blocca Hormuz, crocevia degli idrocarburi del Golfo, se gli Houthi tornassero a bersagliare le navi in transito di fronte alle sue coste anche lo Stretto di Bab el Mandeb, porta d’accesso al Mar Rosso, si chiuderebbe. E la tempesta sui flussi globali di energia e di merci, strozzati in due snodi chiave dalla guerra asimmetrica di Teheran, diventerebbe perfetta.

I miliziani avevano già provocato quel blocco nel 2023, dopo l’offensiva di Israele su Gaza, vietando la rotta Est-Ovest da cui transitano il 30% dei commerci globali. Nonostante le missioni di sicurezza internazionali e la (fragile) tregua tra gli Houthi e i vicini-nemici sauditi, ancora oggi il traffico nel Mar Rosso è ridotto a metà, con molte compagnie che preferiscono circumnavigare l’Africa. Con il nuovo conflitto però i porti sauditi sulle sue sponde sono diventati una preziosa alternativa a Hormuz: da lì passano rifornimenti essenziali per i Paesi del Golfo, da lì escono ogni giorno 4 milioni di barili di greggio saudita spedito via tubo attraverso il Paese (e diretto per lo più in Asia). Se anche Bab el Mandeb fosse chiuso – o se gli Houthi attaccassero i porti sauditi – anche quel petrolio sparirebbe dal mercato, portando la riduzione di offerta vicino ai 15 milioni di barili. In questo scenario il prezzo potrebbe salire verso 150 dollari, a cui si aggiungerebbero altri rincari del gas e dei costi dei trasporti, già decollati. Uno shock enorme.

Sia con le parole - a supporto di Iran e Hezbollah - che con gli attacchi, gli Houthi sembrano segnalare che per ora il loro obiettivo è Israele, non Stati Uniti o Arabia Saudita. Colpire direttamente le infrastrutture o gli interessi dei vicini del Golfo romperebbe la tregua che hanno chiuso con Riad, importante per la loro tenuta interna, e rischierebbe di trascinare sia sauditi che emiratini nel conflitto. Ma la chiusura dello Stretto «è tra le opzioni», ha detto un funzionario del governo degli Houthi. Significa che da domani i mercati dovranno prezzare il rischio, decisamente concreto, del “doppio soffocamento”. E che, in assenza di passi avanti nelle trattative, la guerra sta ancora salendo di intensità.

Proprio ieri i primi 2.200 marines di rinforzo inviati da Trump sono arrivati in Medio Oriente e secondo indiscrezioni il Pentagono valuta di dispiegarne altri 10mila, portando il totale a 17mila. Sono numeri lontani da quelli dell’invasione dell’Iraq, ma compatibili con operazioni a terra più limitate. D’altra parte le capacità balistiche dell’Iran paiono ancora integre. Un missile ieri ha colpito la base americana Prince Sultan in Arabia Saudita, ferendo dodici soldati e danneggiando un importante aereo di supporto alle operazioni. Anche Kuwait, Bahrein ed Emirati sono stati bersagliati con intensità superiore ai giorni precedenti: contrariamente a quanto rivendicano i pasdaran tutti i missili sono stati intercettati, ma i detriti hanno causato feriti e danni a porti e acciaierie.

I Paesi del Golfo continuano a vivere in una precaria normalità, con una guerra che si vede poco, messaggi di allerta a parte, ma c’è. Ieri sera all’ippodromo-astronave di Dubai si è tenuta la trentesima edizione della World Cup, la gara di galoppo più ricca al mondo, che le autorità hanno fatto di tutto per non cancellare, con lo sceicco ad applaudire dal palco il purosangue (americano) vincitore. I cavalli continuano a correre, ma il Medio Oriente si avvita in una crisi sempre più profonda.

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