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Israele, approvata la legge per la pena di morte ai palestinesi condannati per terrorismo

(reuters)

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La norma che si applica solo ai residenti in Cisgiordania e Gaza è stata contestata degli europei: “Anti democratica”. Dubbi anche in Israele
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Esecuzione tramite impiccagione, sedia elettrica o iniezione letale entro novanta giorni dalla condanna per terrorismo. Isolamento dei prigionieri in strutture inaccessibili, dove non potranno ricevere visite dei familiari e potranno comunicare coi propri legali solo in video. Nessuna possibilità di ricorrere in appello. Né sarà necessaria l’unanimità dei giudici per pronunciare le sentenze. Eccola la draconiana legge approvata ieri dal parlamento israeliano in via definitiva, per i palestinesi condannati per terrorismo «razzista». Ovvero, «aver causato intenzionalmente la morte, con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua terra». Quella proposta mesi fa dal deputato Limor Son Har-Melech di Otzma Yehudit, “Potere ebraico”, del partito di estrema destra del ministro estremista e messianico Itamar Ben-Gvir, punto di riferimento dei coloni violenti, che l’ha fortemente voluta. E sponsorizzata, sfoggiando spillette a forma di capp…

Esecuzione tramite impiccagione, sedia elettrica o iniezione letale entro novanta giorni dalla condanna per terrorismo. Isolamento dei prigionieri in strutture inaccessibili, dove non potranno ricevere visite dei familiari e potranno comunicare coi propri legali solo in video. Nessuna possibilità di ricorrere in appello. Né sarà necessaria l’unanimità dei giudici per pronunciare le sentenze. Eccola la draconiana legge approvata ieri dal parlamento israeliano in via definitiva, per i palestinesi condannati per terrorismo «razzista». Ovvero, «aver causato intenzionalmente la morte, con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua terra». Quella proposta mesi fa dal deputato Limor Son Har-Melech di Otzma Yehudit, “Potere ebraico”, del partito di estrema destra del ministro estremista e messianico Itamar Ben-Gvir, punto di riferimento dei coloni violenti, che l’ha fortemente voluta. E sponsorizzata, sfoggiando spillette a forma di cappio.

La legge è stata approvata con una maggioranza schiacciante di 62 voti a favore e 48 contro: uno dei partiti ultraortodossi della coalizione si è opposto. Mentre il testo finale ha incassato il sostegno del partito di opposizione (ma nazionalista di destra) di Avigdor Lieberman. Non si applicherà ai miliziani di Hamas che parteciparono al massacro del 7 ottobre, poiché è in fase di approvazione una legge specifica e la creazione di un tribunale dedicato a loro. «Oggi lo Stato di Israele cambia le regole del gioco: chiunque uccida ebrei non potrà più respirare e godere di condizioni di vita dignitose in prigione. Questo è il giorno della giustizia per le vittime e di deterrenza per i nostri nemici», ha affermato Ben-Gvir dopo il voto.

Inascoltata, dunque, la richiesta di ritirare la legge avanzata poche ore prima dai ministri degli Esteri di Germania, Francia, Regno Unito e anche Italia, che in un testo congiunto avevano detto chiaro: «L’adozione del provvedimento rischia di minare gli impegni in materia di principi democratici. Esortiamo la Knesset e il governo ad abbandonarla».

Il fatto è che la legge mira chiaramente a punire solo i palestinesi in tutte le zone su cui Israele esercita il suo controllo. La formulazione è infatti tale che l’onere della prova di natura ideologica imposto, rende impossibile la sua applicazione al terrorismo nazionalista ebraico.

E pensare che Israele aveva abolito la pena capitale nel 1954, mantenendola solo per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e alcuni crimini previsti dalla legge militare. Applicandola, d’altronde, solo due volte, moltissimo tempo fa. L’ultima; nel 1962: quando sul patibolo finì il nazista Adolf Eichmann. In realtà, durante le discussioni preparatorie interne della Commissione per la Sicurezza Nazionale, l’avvocato del Ministero della Giustizia Lilach Wagner, insieme a rappresentanti dell’esercito, hanno provato ad avvertire che l’introduzione della pena di morte in Cisgiordania tramite una legge civile è legalmente «molto problematica»: in contraddizione con i trattati internazionali di cui Israele è firmatario, compresa la moratoria sulle esecuzioni delle Nazioni Unite, del 2007. Allo stesso modo, pure il ministero degli Esteri ha affermato che gli emendamenti non affrontano pienamente le difficoltà politiche e giuridiche che la legge solleva in ambito internazionale.

E siccome perfino il Consiglio di Sicurezza si era opposto, la formulazione della legge è stata ammorbidita su pressioni del premier Benjamin Netanyahu: è stata, ad esempio, eliminata la clausola che imponeva che i residenti della Cisgiordania fossero processati esclusivamente da tribunali militari. Ai giudici è stata concessa la facoltà di esercitare la propria discrezionalità e infliggere l’ergastolo anziché la pena di morte. Infine, è stata rimossa la formulazione originale che prevedeva l’applicazione della legge a chiunque avesse arrecato danno a un cittadino o residente israeliano. Ma resta una legge feroce

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