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Pierbattista Pizzaballa, il cardinale del dialogo in conflitto con Netanyahu dopo gli orrori di Gaza

(afp)

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A lungo ritenuto troppo morbido nei confronti dello Stato ebraico, con la guerra è entrato in rotta di collisione con il premier
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Quando è arrivato la prima volta a Gerusalemme, il 7 ottobre del 1990, non avrebbe mai pensato che sarebbe rimasto così a lungo. E invece dalla Città Santa Pierbattista Pizzaballa non se ne è mai andato. Diventando il volto della Chiesa cattolica in uno dei periodi più difficili della sua vita in Terrasanta. In particolare a partire da un altro 7 ottobre, quello del 2023: «Uno spartiacque per l’intero Medio Oriente», come ha detto più volte.

Nativo della provincia di Bergamo, tanto schietto da apparire a tratti burbero, 61 anni, Pierbattista Pizzaballa è – a giudizio universale - uno dei religiosi che meglio conosce la Terrasanta: quella di ieri, perché ha a lungo studiato (e poi insegnato) la Bibbia e la lingua ebraica, antica e moderna. E quella di oggi: dal 2004 ha ricoperto per dodici anni il ruolo – delicatissimo – di Custode di Terra Santa. Ovvero responsabile della comunità di frati francescani chiamata a vegliare, custodire e preservare non soltanto i luoghi della tradizione b…

Quando è arrivato la prima volta a Gerusalemme, il 7 ottobre del 1990, non avrebbe mai pensato che sarebbe rimasto così a lungo. E invece dalla Città Santa Pierbattista Pizzaballa non se ne è mai andato. Diventando il volto della Chiesa cattolica in uno dei periodi più difficili della sua vita in Terrasanta. In particolare a partire da un altro 7 ottobre, quello del 2023: «Uno spartiacque per l’intero Medio Oriente», come ha detto più volte.

Nativo della provincia di Bergamo, tanto schietto da apparire a tratti burbero, 61 anni, Pierbattista Pizzaballa è – a giudizio universale - uno dei religiosi che meglio conosce la Terrasanta: quella di ieri, perché ha a lungo studiato (e poi insegnato) la Bibbia e la lingua ebraica, antica e moderna. E quella di oggi: dal 2004 ha ricoperto per dodici anni il ruolo – delicatissimo – di Custode di Terra Santa. Ovvero responsabile della comunità di frati francescani chiamata a vegliare, custodire e preservare non soltanto i luoghi della tradizione biblica: ma anche la comunità cattolica del Medio Oriente. È in questi anni che ha messo a punto le capacità di mediazione per le quali è famoso.

Queste capacità, assieme all’esperienza maturata a Gerusalemme, sono state fondamentali nella scelta di papa Francesco di nominarlo (era il 2020) Patriarca dei latini. Da allora, Pizzaballa non ha avuto un momento di pace: prima la necessità di risanare i conti del Patriarcato, che era sull’orlo della bancarotta, poi gli attacchi contro i cristiani nella Città vecchia. Infine il 7 ottobre 2023: quando era a casa, in Italia, con la famiglia per festeggiare la nomina a cardinale, avvenuta pochi giorni prima.

Nella settimana successiva all’attacco, da neo-porporato si disse pronto a offrirsi come ostaggio al posto dei bambini nelle mani di Hamas. Una mossa che ha alimentato le voci di chi nella comunità cristiana palestinese non lo ha mai amato troppo: perché non parla l’arabo ma parla perfettamente l’ebraico. E soprattutto perché con gli israeliani ha sempre mantenuto un dialogo aperto. Critiche di cui lui non si è mai curato troppo, smentendo con i fatti chi lo accusava di essere filo-israeliano.

Dalla fine del 2023, quando nel mondo le voci che si levavano contro l’offensiva a Gaza erano pochissime, il cardinale non ha mai smesso di chiedere che le armi si fermassero. A Pasqua del 2024 è stato il primo a entrare a Gaza: con sé portava camion di aiuti per la parrocchia della Sacra Famiglia e non solo. «Se devo scegliere fra voi e una cassa di mele, scelgo una cassa di mele», rispondeva in quei giorni a chi gli chiedeva di andare con lui. Da allora, il flusso degli aiuti che la sua squadra è riuscita a portare nella Striscia non si è mai fermato. Come non si sono mai fermati i suoi appelli e le sue critiche: «Quello che accade a Gaza non è accettabile. Il mondo non può restare in silenzio», ha detto a più riprese.

Queste prese di posizione nel tempo hanno irritato in maniera crescente il governo e la diplomazia israeliana, che a più riprese ha protestato: in Vaticano e direttamente con lui. Anche in questo caso, Pizzaballa è andato dritto per la sua strada: «Serve un cambio di leadership da entrambe le parti: altrimenti sarà impossibile trovare soluzioni»; «non è possibile negare l’aspirazione dei palestinesi a uno Stato sovrano e all’autodeterminazione», sono due delle frasi che gli abbiamo sentito ripetere in questi mesi. Parole che hanno contribuito ad aumentare la sua fama al di là di Gerusalemme: lo scorso anno, nel corso del conclave che portò all’elezione di papa Leone XIV, il numero di persone che faceva il tifo per lui era impressionante.

Per Israele le sue ultime uscite pubbliche sono state particolarmente sgradite: sia quella sul Board of peace, che ha definito «operazione colonialista», che quella sulla «comunità internazionale che permette a Israele di fare a Gaza ciò che la Russia non può fare in Ucraina». Queste frasi sicuramente non hanno favorito la sua posizione in queste settimane di negoziazioni sulle celebrazioni della Settimana santa. Non sbaglia troppo chi legge in quello di ieri (anche) uno sgambetto a un uomo considerato negli ambienti della diplomazia israeliana eccessivamente critico e vocale.

Da questa ultima crisi il Patriarca pare uscire rafforzato: il governo israeliano ora promette «misure» per i prossimi giorni. Che probabilmente significa la possibilità di celebrare almeno in parte i riti della Settimana santa al Santo Sepolcro. Come andrà lo capiremo presto: quello che pare certo è che l’eremo in cui Pizzaballa dice spesso di volersi ritirare - «lontano da tutti, e soprattutto dai giornalisti» - dovrà aspettare ancora un po’.

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