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Il Nobel Bjaljatski: “In Ucraina si lotta tra bene e male. Bisogna fermare l’imperialismo russo”

Ales Bjaljatski appena arrivato a Vilnius, in Lituania, dopo essere stato scarcerato ed espulso dalla Bielorussia 

 

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Intervista esclusiva con l’attivista bielorusso premiato per la pace nel 2022 mentre era dietro le sbarre e rilasciato lo scorso dicembre: “Il mio Paese è diventato un enorme carcere, Lukashenko è un dittatore come Putin. Nell’Est si decidono le sorti dell’Europa”
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Lo chiamano “l’anima e la coscienza della Bielorussia”. Si batte per la democrazia nella sua patria martoriata sin da quando era uno studioso di letteratura sotto l’Urss. Il 26 aprile di trent’anni fa fondò il centro per i diritti umani Vjasna, “Primavera”, diventando una spina nel fianco dell’“ultimo dittatore d’Europa” Aleksandr Lukashenko tuttora al potere. Un impegno che Ales Bjaljatski ha pagato col carcere: oltre sette anni su 63.

Era dietro le sbarre anche nel 2022 quando il Comitato del Nobel per la pace lo premiò insieme all’ong russa Memorial e al Centro ucraino per le libertà civili. Alla cerimonia, al posto suo c’era una simbolica sedia vuota. Poche settimane dopo veniva condannato a 10 anni di carcere con accuse palesemente inventate di contrabbando e finanziamento di disordini pubblici.

È riuscito a ritirare il premio soltanto tre mesi fa dopo che il 13 dicembre è stato rilasciato con la mediazione degli Usa insieme ad altri 122 detenuti politici ed espulso. «Nella nostr…

Lo chiamano “l’anima e la coscienza della Bielorussia”. Si batte per la democrazia nella sua patria martoriata sin da quando era uno studioso di letteratura sotto l’Urss. Il 26 aprile di trent’anni fa fondò il centro per i diritti umani Vjasna, “Primavera”, diventando una spina nel fianco dell’“ultimo dittatore d’Europa” Aleksandr Lukashenko tuttora al potere. Un impegno che Ales Bjaljatski ha pagato col carcere: oltre sette anni su 63.

Era dietro le sbarre anche nel 2022 quando il Comitato del Nobel per la pace lo premiò insieme all’ong russa Memorial e al Centro ucraino per le libertà civili. Alla cerimonia, al posto suo c’era una simbolica sedia vuota. Poche settimane dopo veniva condannato a 10 anni di carcere con accuse palesemente inventate di contrabbando e finanziamento di disordini pubblici.

È riuscito a ritirare il premio soltanto tre mesi fa dopo che il 13 dicembre è stato rilasciato con la mediazione degli Usa insieme ad altri 122 detenuti politici ed espulso. «Nella nostra regione si combatte una lotta tra bene e male che deciderà le sorti dell’Europa intera. Nessuno sarà mai al sicuro se non fermeremo l’imperialismo russo», ci dice in videocollegamento in quest’intervista esclusiva con Repubblica, la prima a un quotidiano occidentale dal rilascio, capelli bianchi, uno sguardo e un sorriso che emanano una serenità contagiosa.

È stato incarcerato due volte, nel 2011 e nel 2021. Com’è stata questa seconda prigionia?

«Il carcere bielorusso ha ereditato il peggio dei gulag sovietici. Il regime ha collaudato uno schema di pressioni fisiche e psicologiche retaggio dei tempi staliniani concepito per sopprimere il tuo “io”. Lo applica a tutti, ma in particolare ai detenuti politici: umiliazioni, perquisizioni, punizioni arbitrarie per infrazioni minori, privazione del sonno e di contatti col mondo esterno, celle di rigore. Non importa se sei un premio Nobel o quanti anni hai: ti mettono in questa cella e resti lì a congelare come un cane. Sei sempre nel mirino delle autorità carcerarie. È estenuante. Nel tempo il regime è diventato semi-fascista. Se la scorsa volta potevo leggere media d’opposizione, stavolta no, innanzitutto perché non ne esistono più: tutti i giornalisti indipendenti sono all’estero o in galera. Se allora ricevevo migliaia di lettere, ora la censura non lo permette più. L’anno scorso ho ricevuto soltanto una lettera. Da mia moglie. L’unico aspetto positivo è che oramai ci sono così tanti detenuti politici che puoi comunicare con gente che la pensa come te, mentre nel 2011 ero l’unico tra delinquenti. Ma se durante la precedente detenzione tutti i prigionieri politici ne uscirono vivi, stavolta sono iniziate le morti dietro le sbarre. Se ti ammali, cavartela è affare tuo. Al momento del rilascio mi hanno confiscato tutto, fino all’ultimo foglio: le poche lettere ricevute, i diari, due manoscritti e oltre 300 pagine di appunti e memorie».

Com’è la vita dopo il carcere?

«Dopo una detenzione così dura, quando ti trovi in libertà così all’improvviso – perché ci hanno rilasciato senza alcun preavviso - fai fatica a descrivere i sentimenti che provi. È come se uscissi da una stanza buia senz’aria e fossi catapultato in un ambiente pieno di luce e ossigeno. Mi sono sentito quasi felice, se si può dire così. Ma non mi sono ancora ripreso del tutto. Anche se sono in libertà da tre mesi, una parte di me si sente ancora in galera. La più grande felicità è stata ritrovarmi con mia moglie (Natalia Pinchuk, ndr) perché in quattro anni e mezzo ci avevano permesso di vederci una volta sola».

Come vive quest’esilio forzato?

«Nel 2020 avevo deciso consapevolmente di restare in Bielorussia pur sapendo di andare incontro all’arresto. Non volevo andarmene. Non ho scelto io l’espulsione. Un sapore amaro c’è. Ma, francamente, dopo tanti anni in carcere, non mi importa dove mi trovi. Mi importa essere libero. E trovarsi in patria adesso non avrebbe senso perché la Bielorussia è ormai un regime totalitario. Tutto il Paese è diventato un enorme carcere. Qualsiasi attività d’opposizione viene soppressa».

Le espulsioni forzate hanno lo scopo di indebolire l’opposizione?

«Certo. La presenza di un difensore dei diritti umani in prigione è di per sé un chiaro indicatore del fatto che la democrazia non esiste più lì. Quella di Lukashenko è una strategia in due tappe: prima le purghe che sono ancora in corso, poi la deportazione in violazione del diritto internazionale».

Due settimane fa altri detenuti politici bielorussi sono stati rilasciati con la mediazione degli Stati Uniti in cambio dell’allentamento delle sanzioni. Come valuta questa strategia?

«Da un lato sono contento di trovarmi in libertà, ma d’altro canto va capito che questa giostra continua. Alcuni vengono rilasciati, altri vengono mandati in galera e, alla fine, tutto resta come prima: sì, in tutto negli scorsi mesi 250 detenuti politici sono stati liberati, ma oltre mille restano dentro. È un circolo vizioso senza fine. Ciascuno fa il suo gioco: gli statunitensi puntano a far scarcerare più gente possibile, Lukashenko mira a ottenere la revoca delle sanzioni Usa e Ue. È importante fermare la repressione affinché questa caccia alle streghe, ai “nemici del popolo”, finisca. Altrimenti questo traffico di prigionieri politici continuerà all’infinito: alcuni saranno incarcerati, altri liberati e in cambio verranno chiesti sempre nuovi benefici».

Gli Usa però sembrano oramai avere sdoganato Lukashenko. Donald Trump ci ha parlato due volte, ha mandato più volte i suoi inviati a Minsk e allentato le sanzioni. Lo considera prematuro?

«I negoziati tra statunitensi e Lukashenko ricordano le trattative con i terroristi che prendono ostaggi. I detenuti politici non sono che merce di scambio. Io la vedo così. Senza le sanzioni, non ci sarebbero neppure i negoziati. Perché Lukashenko sta bene in Bielorussia, tiene tutto sotto controllo, ma soffre le difficoltà economiche crescenti e sta cercando una via d’uscita. Nel profondo è un dittatore post-sovietico che si sente a suo agio soltanto nel “club dei dittatori”. La società democratica europea gli è completamente estranea. I suoi migliori amici sono Vladimir Putin, gli Zar dell’Asia centrale, il regime iraniano, Kim Jong-un con cui ha appena stretto un trattato d’amicizia. Una questione a parte è il suo sostegno alla guerra di Putin in Ucraina: mette a disposizione campi di addestramento e apparecchiature elettroniche e ospita gli Oreshnik che possono colpire tutto il territorio Ue. E porta avanti una guerra ibrida contro i Paesi confinanti mandando ondate di migranti o palloni aerostatici per il contrabbando che bloccano il traffico aereo. Per il regime sono “ostili” non solo i nemici interni, ma anche i Paesi confinanti. Rappresenta un pericolo sia per l’Ucraina sia per la Ue. Perciò abolire le sanzioni politiche ed economiche ora sarebbe imprudente finché non verrà fermata la repressione».

Che cosa pensa della restrizione ai visti ai bielorussi decisa da alcuni Paesi europei? Molti bielorussi fuggiti dalla repressione si ritrovano con passaporti scaduti o senza alcun documento, ma faticano a ottenere asilo…

«È l’unica cosa che mi preoccupa: che le sanzioni contro il regime di Lukashenko non colpiscano anche il popolo bielorusso. Non deve succedere. È importante che i cittadini bielorussi possano mantenere contatti con i Paesi stranieri, ottenere visti, viaggiare per il mondo. Che gli studenti universitari possano andare all’estero, frequentare università straniere o semplicemente di viaggiare. Questi viaggi sono importanti: mostrano loro come si vive in Occidente e li convincono a scegliere una Bielorussia filoeuropea. Putin ha lanciato la sua guerra contro Kiev per allontanare il popolo russo dall’Europa e Lukashenko ha distrutto l’opposizione con lo stesso obiettivo. L’Europa deve fare l’opposto: continuare a mandare segnali che la Bielorussia è un Paese europeo, fa parte del continente europeo e che deve fare una scelta filoeuropea».

Nel 2020 il popolo bielorusso aveva fatto una scelta votando contro Lukashenko alle presidenziali, ma non è bastato a rovesciare il regime. Che cosa ci vuole perché cada Lukashenko?

«È una questione complessa. Senza dubbio senza l’indebolimento dell’imperialismo russo è difficile fare progressi. Senza il sostegno di Putin, adesso parleremmo del regime di Lukashenko al passato. Tuttavia, sono ottimista. Vediamo segnali positivi nello spazio post-sovietico. Molti Paesi ex Urss si stanno allontanando da Mosca, come la Moldova. Sono esempi da seguire. E il 2020 è la prova che anche la società bielorussa è cambiata radicalmente rispetto a trent’anni fa. Il sostegno del regime è minimo. Sì, non osa alzare la testa per via della repressione ma vuole il cambiamento e questo ci fa sperare che presto o tardi la situazione cambierà. Bisogna sostenere la società democratica bielorussa, indipendentemente da dove si trovi, in patria o all’estero. Contiamo molto sulla solidarietà dei Paesi esteri, in particolare europei. Da soli è difficile combattere. Combattere insieme sarà più facile».

Ha potuto ritirare il Nobel soltanto lo scorso gennaio. Nel 2022 che cosa ha pensato della scelta del Comitato del Nobel di assegnare il premio per la pace ad attivisti di Russia, Ucraina e Bielorussia?

«Condivido la scelta perché fa vedere che in questa regione si combatte una lotta tra bene e male che alla fine deciderà le sorti non solo di Russia Ucraina e Bielorussia, ma di tutta l’Unione Europea e del mondo intero. Siamo tutti interconnessi. Che la Bielorussia diventi un Paese democratico è nell’interesse di tutti. I nostri vicini non saranno mai al sicuro finché la Bielorussia resterà sotto l’influenza russa. Molto dipende dalla misura in cui si riuscirà a frenare l’aggressivo imperialismo russo. Gli ucraini, di fatto, stanno combattendo anche per la nostra libertà. Io sono un simbolo in questo contesto. Il premio è stato conferito a me non come persona, ma come rappresentante di tutti i bielorussi che provano a rovesciare il regime, vogliono cambiamenti democratici e subiscono repressioni per questo. Per l’eroica lotta non violenta che portano avanti da decenni».

L’ong che lei ha fondato, Vjasna, sta per compiere trent’anni. Com’è cambiato il suo attivismo in quest’arco di tempo?

«Quando ho cominciato a fare opposizione nel 1996, pensavo che la crisi dei diritti umani in Bielorussia sarebbe durata due o tre anni al massimo. E invece dura oramai da trent’anni. Non lo avrei mai immaginato. In totale ho trascorso più di sette anni in galera sotto il regime di Lukashenko, ma non mi sono mai pentito di aver scelto questa strada. La vita in ogni caso va avanti, indipendentemente da dove la si passi, in libertà o in carcere. L’importante è come la si vive».

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