✕

Cuba, la rivoluzione è finita. Il futuro leader Raúl Guillermo Castro farebbe vergognare lo zio

(agf)
Norberto Fuentes è uno scrittore e giornalista, autore di “Hemingway in Cuba” che osserva gli eventi della sua isola nelle ultime settimane
4 minuti di lettura

Appena è comparso davanti a quelli che i cubani chiamano “mezzi di comunicazione”, il presidente Miguel Díaz-Canel, teso e stanco, ha finalmente ammesso che sono in corso colloqui con gli Stati Uniti. Nel delineare i tre punti essenziali da affrontare nel corso di questo dialogo, li ha descritti così:

  1. Determinare quali siano i problemi bilaterali cui trovare una soluzione.
  2. Stabilire quali siano le strade da percorrere per risolvere tali problemi.
  3. Determinare se vi sia la volontà di intraprendere azioni concrete a vantaggio dei nostri popoli, il che implica identificare delle aree di cooperazione che consentano di affrontare le minacce e garantire la sicurezza e la pace di entrambi i Paesi.

“È una tematica –ha detto- che si sta conducendo in modo serio e responsabile, perché incide sui rapporti bilaterali tra le due nazioni e richiede enormi e ardui sforzi per trovare soluzioni e creare spazi di intesa che ci consentano di andare avanti e prendere le distanze dalla contrapposizion…

Appena è comparso davanti a quelli che i cubani chiamano “mezzi di comunicazione”, il presidente Miguel Díaz-Canel, teso e stanco, ha finalmente ammesso che sono in corso colloqui con gli Stati Uniti. Nel delineare i tre punti essenziali da affrontare nel corso di questo dialogo, li ha descritti così:

  1. Determinare quali siano i problemi bilaterali cui trovare una soluzione.
  2. Stabilire quali siano le strade da percorrere per risolvere tali problemi.
  3. Determinare se vi sia la volontà di intraprendere azioni concrete a vantaggio dei nostri popoli, il che implica identificare delle aree di cooperazione che consentano di affrontare le minacce e garantire la sicurezza e la pace di entrambi i Paesi.

“È una tematica –ha detto- che si sta conducendo in modo serio e responsabile, perché incide sui rapporti bilaterali tra le due nazioni e richiede enormi e ardui sforzi per trovare soluzioni e creare spazi di intesa che ci consentano di andare avanti e prendere le distanze dalla contrapposizione”.

Troppe parole per ammettere pubblicamente ciò che è ovvio. Vale a dire, detto senza mezzi termini: la capitolazione.

La Capitolazione

Non so se vi rendiate conto che stanno chiedendo agli americani che cosa debba fare, d’ora in poi, il governo cubano. I giornalisti del New York Times non si lasciano ingannare da quel linguaggio di improbabile pacificazione. “L’annuncio è stato considerato come un ultimo sforzo disperato di un regime indebolito per mantenersi al potere, mentre il governo di Trump intensificava la pressione sullo Stato comunista al potere da 67 anni.”

Leggete l’articolo di Christopher Sabatini e Katrin Hansing: “Trump non è preparato per ciò che ha iniziato a Cuba” (The New York Times, 12 marzo 2026). Il disprezzo con cui contempla la manovra cubana dovrebbe servire da avvertimento a Díaz-Canel e alla sua coorte.

È anche importante rileggere quell’ultima riga delle aspirazioni cubane: “… e prendere le distanze dalla contrapposizione”. Prendere le distanze dalla contrapposizione! Sentite, se c’è una cosa difficile da assimilare in tutto questo è che stia accadendo in una rivoluzione che hanno ereditato da Fidel Castro. Una rivoluzione che esisteva, precisamente, a causa della contrapposizione.

Jean-Paul Sartre lo aveva già visto in Ideologia e rivoluzione, il suo acuto testo sulla Rivoluzione cubana, dove comprese molto presto che, nel caso di Cuba, erano gli eventi a dettare il contenuto della Rivoluzione — e non il contrario, come in altri processi in cui si pretendeva di definirne a priori il contenuto ideologico. Le “improvvisazioni” non erano altro che una tecnica difensiva. La Rivoluzione cubana doveva adattarsi costantemente alle manovre del nemico.

Come vediamo, è la strada sbagliata quella che sta imboccando l’attuale dirigenza cubana. Non è difficile immaginare cosa avrebbe fatto Fidel con questa leadership oggi installata nel Palazzo della Rivoluzione. Ebbene, in realtà, nessuno di loro sarebbe arrivato neppure vicino a una delle strade adiacenti.

Raúl, il prossimo leader

La presenza torva e impositiva di uno strano personaggio che osserva la diatriba di Díaz-Canel da un seggio in prima fila, alla destra del podio presidenziale, aiuta a spiegare meglio la situazione. È un uomo di 41 anni, corpulento e con un’inequivocabile aria da bullo. Si chiama Raúl Guillermo Rodríguez Castro. Dal suo seggio, il suo atteggiamento silenzioso ha un significato chiaramente decifrabile per i cubani, allenati da sei decenni di messaggi subliminali televisivi. È qualcosa di più del solo osservare se Díaz-Canel si stia attenendo al copione stabilito.

Tutto sembra indicarlo: Raúl Guillermo è il nostro prossimo leader. Per ora, è lui a condurre i colloqui con i nemici di un tempo, cioè i nemici di suo padre… e di suo zio. Sebbene non abbia altra storia se non quella di aver fatto da guardia del corpo al nonno, di aver spintonato chiunque gli si mettesse davanti, di aver acquisito proprietà e locali notturni e di aver mostrato una voracità sessuale che a L’Avana sta diventando leggendaria, quando si tratta di parlare con gli americani è lui il prescelto. Raúl Castro non si fiderà di Díaz-Canel, né di qualcuno simile a lui, per una missione tanto delicata — dalla quale potrebbe facilmente emergere il prototipo cubano di Delcy Rodríguez.

Non gli è nemmeno andata male al nipote nel suo nuovo ruolo. Secondo fonti molto affidabili, ha fatto esclamare al segretario di Stato Marco Rubio, dall’altra parte della linea di dialogo: “È come parlare tra cubani di Hialeah!”.

Tra battute, darsi del tu e chiamarsi a vicenda “chico”, non è assurdo pensare che, tra gli argomenti suggeriti dal nonno al nipote, ci sia l’inutilità di bombardare L’Avana. Accidenti, chico, perché bombardare ciò che, di fatto, è già bombardato? Non hai visto come sta questa città? Proprio come Berlino o Dresda dopo il maggio del 1945. O forse questo richiederebbe una cultura eccessiva.

Il problema, tuttavia, non risiede ora nella pesante presenza di un nipote senza confini né in un suo pari alla presidenza degli Stati Uniti. È un problema d’origine. Il punto è che Raúl Castro non è mai stato un vero rivoluzionario. Ma Fidel, alla fine, malato e stanco, e tradito dall’Unione Sovietica, si lasciò sopraffare da lui.

Così, stanno negoziando.

Negoziando?

Quello che stanno facendo è arrendersi. Che alla lunga vengano divorati non ha importanza. Lui (Díaz-Canel) non conta nulla. Né alcuno dei suoi accoliti, tutti panciuti, che ricordano quel personaggio obeso dei fumetti di Little Orphan Annie che facevano saltare i bottoni delle camicie. Bisogna però capirlo. Essere compassionevoli. Lui è lì e non fa altro che lottare per la propria sopravvivenza. D’altra parte, nessuno ha fatto nulla per Cuba. L’hanno lasciata alla deriva. Dov’è la Russia? E l’Angola, perdio, ricca di petrolio, dove abbiamo lasciato duemila compagni morti per la sua indipendenza!

Invasione?

Insomma, per ora gli yankee non invaderanno. Cioè — secondo le regole di Trump — potrebbero farlo in qualsiasi momento. (Niente gli piace più di un bello spettacolo televisivo.) Ma cerchiamo di essere ottimisti. Questo potrebbe dare respiro, avvicinarsi alla situazione lasciata da Obama, e, se i cubani saranno capaci di manovrare, potrebbero incamminarsi sulla via cinese/vietnamita. L’esperienza di Cina e Vietnam è migliore di quella di una restaurazione controrivoluzionaria. Speriamo che sia quella la direzione.

Alla fine, non sarebbe così drammatico che il capitalismo si diffondesse a Cuba, se un Partito Comunista ben temprato lo usasse e lo controllasse; il problema sono quei personaggi ripugnanti che — da Miami — stanno già spartendosi la torta. Il problema dal punto di vista morale. Meaning? Benvenuto Mister Marshall !— se tutto va bene. Preparate gli squadroni della morte — se tutto va male. (Ci sono 600.000 militanti comunisti registrati da eliminare su quell’isola.)Il sogno è finito

Il sogno è finito, amici. Ergo, questo è un affare tra negozianti di alto calibro in Florida (mi riferisco ai milionari cubano-americani, tra cui spicca Jorge Más Santos, indicato come l’uomo che sta dietro Marco Rubio) e il celebre «Cangrejo» (Raúl Guillermo Rodríguez Castro), proprietario — tra le altre attività — di un bordello a L’Avana.

Tutti gli altri si dimentichino di partecipare alla festa della pignatta. Perché la cosa curiosa è che i cubani di entrambe le sponde resteranno con un pugno di mosche.

Davvero, non avrei mai pensato che la Rivoluzione cubana sarebbe finita in modo così umiliante. Povero Fidel. Ma Sartre aveva previsto anche questo. Non solo l’avanzare in contropiede, ma anche le insidie di un futuro inaccessibile.

«Il futuro diventa la sua speranza: l’Isola attende da esso la sua salvezza; ma ne ha anche paura. Può piombarle addosso come un ladro.»

Traduzione di Luis E. Moriones

Leggi i commenti