La violenza sessuale è diventata un tratto distintivo del conflitto in Sudan, scoppiato il 15 aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi e le Forze di Supporto Rapido (Rsf), generando una delle più gravi crisi umanitarie al mondo. A pochi giorni dal quarto anniversario, Medici Senza Frontiere (Msf) denuncia schemi chiari di abusi diffusi e sistematici che persistono anche al di là delle linee del fronte.
“Ogni giorno, quando la gente va al mercato, si verificano quattro o cinque casi di stupro. Nei campi succede lo stesso. Gli uomini si coprono la testa e violentano le donne. Se ci sono più donne, si può provare a scappare, ma se una è sola è quasi impossibile mettersi in salvo”, racconta una donna della regione del Darfur. Le violenze ormai sistematiche non risparmiano neppure le zone lontane dai fronti attivi. Nel Darfur meridionale, il 34% delle persone intervistate da Msf ha subito aggressioni mentre lavorava nei campi, e il 22% mentre raccoglieva legna o cercava acqua e cibo. Tra l…
La violenza sessuale è diventata un tratto distintivo del conflitto in Sudan, scoppiato il 15 aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi e le Forze di Supporto Rapido (Rsf), generando una delle più gravi crisi umanitarie al mondo. A pochi giorni dal quarto anniversario, Medici Senza Frontiere (Msf) denuncia schemi chiari di abusi diffusi e sistematici che persistono anche al di là delle linee del fronte.
“Ogni giorno, quando la gente va al mercato, si verificano quattro o cinque casi di stupro. Nei campi succede lo stesso. Gli uomini si coprono la testa e violentano le donne. Se ci sono più donne, si può provare a scappare, ma se una è sola è quasi impossibile mettersi in salvo”, racconta una donna della regione del Darfur. Le violenze ormai sistematiche non risparmiano neppure le zone lontane dai fronti attivi. Nel Darfur meridionale, il 34% delle persone intervistate da Msf ha subito aggressioni mentre lavorava nei campi, e il 22% mentre raccoglieva legna o cercava acqua e cibo. Tra le vittime ci sono anche bambini, testimoni e sopravvissuti a orrori che nessuno dovrebbe affrontare.
Tra gennaio 2024 e novembre 2025 almeno 3.396 sopravvissute si sono rivolte ai centri supportati da Msf per ricevere assistenza medica e psicologica. In questi centri donne e ragazze costituiscono il 97% delle persone assistete dall’organizzazione. Numeri, avverte Medici Senza Frontiere, che rappresentano solo la punta dell’iceberg, poiché molte donne non riescono a raggiungere in sicurezza le strutture di cura. “Questa guerra si sta combattendo sulla pelle di donne e ragazze. Sfollamenti, collasso dei sistemi di supporto comunitario, mancanza di accesso alle cure sanitarie e profonde disuguaglianze di genere permettono a questi abusi di continuare in tutto il Sudan”, denuncia Ruth Kauffman, responsabile medica di Msf per le emergenze.
Dopo la conquista di El Fasher da parte delle Rsf, il 26 ottobre 2025, Msf ha curato oltre 140 sopravvissute in fuga dalla città verso Tawila. Il 94% di loro era stato aggredito da uomini armati, spesso da più aggressori e davanti ai familiari, con l’obiettivo deliberato di umiliare e intimidire le comunità non arabe. “Due delle donne del nostro gruppo sono state violentate dalle Rsf davanti ai nostri occhi. Erano 4 o 5 uomini che agivano insieme. Una ragazza di 22 anni è morta sul posto. Anche questo è successo tra El Fasher e Gorney”, racconta una donna di 27 anni di Tawila, nel Nord Darfur.
Solo tra dicembre 2025 e gennaio 2026, altri 732 sopravvissuti sono stati identificati nei campi profughi intorno a Tawila, dove le donne hanno denunciato aggressioni durante il viaggio e all’interno dei campi, in contesti resi ancora più pericolosi da sovraffollamento, scarsa sicurezza e condizioni igienico-sanitarie precarie.
"Queste persone sono state sistematicamente tradite da coloro che avevano il mandato di proteggerle. La leadership internazionale non è riuscita a dimostrare la volontà politica necessaria per porre fine alla guerra in Sudan e garantire la protezione dei civili”, si legge nel rapporto. L’appello di Medici Senza Frontiere è che le parti in conflitto pongano fine agli abusi e rispondano alle loro azioni. Allo stesso tempo, l’organizzazione sollecita le Nazioni Unite, i donatori e gli attori umanitari a rafforzare urgentemente i servizi sanitari e di protezione nel Darfur e in tutto il Sudan, per salvare vite e dare speranza a chi da quasi quattro anni ormai vive un crisi umanitaria senza precedenti.