«Donald Trump è andato in guerra privo di un piano, senza l’approvazione del Congresso, guardandosi bene dal consultare gli alleati e ottenere il supporto di una coalizione internazionale. Sprovvisto di un obiettivo definito, non sa nemmeno cosa può definire “un successo”: capace di uscirsene lasciando che siano gli altri a porre rimedio ai suoi guai». Kim Ghattas è la nota giornalista libanese-olandese, editorialista di The Atlantic e del Financial Times, autrice del saggio Black Wave, essenziale per comprendere la genesi delle attuali dinamiche mediorientali. Negli Usa è in uscita con The Best Kind of American: A True Story of Murder, War, and America's Undoing in the Middle East chenel 2027 approderà anche in Italia, pubblicato da NR edizioni.
Trump parla di una trattativa che l’Iran nega. Che succede?
«È un conflitto difficile da decifrare, animato com’è da attori imprevedibili. Americani e iraniani si atteggiano, mentono, lanciano minacce che non vorrebbero realizzare e poi …
«Donald Trump è andato in guerra privo di un piano, senza l’approvazione del Congresso, guardandosi bene dal consultare gli alleati e ottenere il supporto di una coalizione internazionale. Sprovvisto di un obiettivo definito, non sa nemmeno cosa può definire “un successo”: capace di uscirsene lasciando che siano gli altri a porre rimedio ai suoi guai». Kim Ghattas è la nota giornalista libanese-olandese, editorialista di The Atlantic e del Financial Times, autrice del saggio Black Wave, essenziale per comprendere la genesi delle attuali dinamiche mediorientali. Negli Usa è in uscita con The Best Kind of American: A True Story of Murder, War, and America's Undoing in the Middle East chenel 2027 approderà anche in Italia, pubblicato da NR edizioni.
Trump parla di una trattativa che l’Iran nega. Che succede?
«È un conflitto difficile da decifrare, animato com’è da attori imprevedibili. Americani e iraniani si atteggiano, mentono, lanciano minacce che non vorrebbero realizzare e poi mettono in atto. L’unico prevedibile è Benjamin Netanyahu, che voleva questa guerra da 40 anni. Personalmente, non credo che una soluzione sia vicina, ma per ora, almeno, siamo scampati a un’escalation peggiore».
Quali sono gli ostacoli?
«Trump e Netanyahu vorrebbero una capitolazione iraniana simile a quella di tedeschi e giapponesi alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Non accadrà: Teheran non si dirà sconfitta. Per arrivare a qualcosa di concreto servirebbero colloqui approfonditi, ma richiedono conoscenze tecniche e capacità negoziali sofisticate : lì dove abbiamo un Trump impaziente e un Witkoff poco preparato».
Dunque?
«Uno scenario plausibile è che il regime iraniano sopravviva, si radicalizzi e continui a rappresentare una minaccia per la regione. È il timore dei Paesi del Golfo, che non vogliono un vicino armato di missili e droni che blocchi la ripresa delle loro economie. Un altro è il collasso dell’Iran: ma neanche questo è positivo. Il crollo di un Paese con 90 milioni di abitanti, significa caos, profughi, povertà, insicurezza. Lo scenario ideale sarebbe una ribellione popolare organizzata e capace di prendere il controllo del sistema. O un colpo di Stato che porti al potere persone nuove, interessate a instaurare buoni rapporti con la regione. Ma non lo vedo all’orizzonte».
La rivolta auspicata da Trump non c’è stata.
«Difficile scendere in piazza sotto le bombe. Per quanto odi il tuo governo, sei comunque aggredito da una potenza esterna. Oggi metà degli iraniani pensano a sopravvivere e starsene al sicuro. Il restante 50 per cento è diviso tra sostenitori fanatici del governo e oppositori privi della forza di combattere e contrastare la violenta oppressione interna di un regime profondamente radicato: e questo dimostra quanto fossero sbagliate le valutazioni di Trump e Israele».
Qual è la posizione dei Paesi del Golfo?
«Temono un compromesso. Non volevano la guerra né hanno incoraggiato gli Stati Uniti a farla. Ma sono furiosi con l’Iran che li ha presi di mira e hanno paura che Trump molli troppo presto e Teheran resti un problema loro. Sono resilienti, ma la guerra ne ha messo in luce le fragilità: flussi di capitali, di petrolio e di persone si sono interrotti. D’altronde, le cose non torneranno come prima nemmeno alla fine del conflitto. I paesi del Golfo riorienteranno i loro investimenti. E ora che hanno capito che la presenza americana è un bersaglio e non uno scudo, ripenseranno anche a come proteggersi».
Del fronte libanese cosa pensa?
«La genesi di questa intera guerra risiede nell’invasione del Libano del 1982 che gli israeliani condussero con l’assenso degli americani: fu allora che nacque Hezbollah aiutato degli iraniani. Per decenni Iran e Israele hanno combattuto in Libano una guerra per procura. Ancora oggi, il destino di quel piccolo stato mediterraneo è destinato a influenzare enormemente gli equilibri della regione».
A cosa mira Israele?
«Vuol spopolarne l’area meridionale per creare una zona cuscinetto lungo il confine. Ma è una campagna che rischia di restituire a Hezbollah uno slancio e consenso che invece aveva perso da tempo. Perché se Israele rioccupa il Libano meridionale, i miliziani diventeranno il movimento di resistenza all’occupazione. In pratica lì Israele sta vanificando quanto cerca di raggiungere nel resto della regione».
Come finirà?
«Per gli iraniani e per Trump, è in gioco la sopravvivenza. Se ci sono vie d’uscita ragionevoli, potrebbero intraprenderle: magari anche solo per prendere tempo. Insomma, difficilmente finirà qui».