“La mia patria bombarda la mia casa”. I 500mila iraniani di Dubai ora hanno paura di perdere tutto
dal nostro inviato Filippo SantelliDUBAI – “Il mio Paese natale è sotto attacco. E il mio Paese adottivo è attaccato dal mio Paese natale”, dice Yasmin, nome di fantasia, inghiottendo indietro le lacrime. Il suo Paese natale è l’Iran, da oltre un mese sotto le bombe di Stati Uniti e Israele, lì vivono i genitori, la famiglia, amici di cui ora non ha più notizie. Il Paese che l’ha adottata invece, ormai vent’anni fa quando da giovane neolaureata andò alla ricerca di una vita più libera, sono gli Emirati, contro cui i pasdaran hanno scatenato la loro ritorsione di droni e di missili. Tra Abu Dhabi e soprattutto Dubai vivono mezzo milione di iraniani come Yasmin. Negli ultimi anni anche per loro questo Paese è stato il porto franco, un luogo dove vivere lontano dal regime e non troppo lontano dai propri cari, oppure per aggirare le sanzioni e continuare a fare affari con il mondo. Questa guerra però rischia di renderli ospiti indesiderati: l’ultima stretta – di cui da giorni nella comunità si vociferava – è il divieto di …
DUBAI – “Il mio Paese natale è sotto attacco. E il mio Paese adottivo è attaccato dal mio Paese natale”, dice Yasmin, nome di fantasia, inghiottendo indietro le lacrime. Il suo Paese natale è l’Iran, da oltre un mese sotto le bombe di Stati Uniti e Israele, lì vivono i genitori, la famiglia, amici di cui ora non ha più notizie. Il Paese che l’ha adottata invece, ormai vent’anni fa quando da giovane neolaureata andò alla ricerca di una vita più libera, sono gli Emirati, contro cui i pasdaran hanno scatenato la loro ritorsione di droni e di missili. Tra Abu Dhabi e soprattutto Dubai vivono mezzo milione di iraniani come Yasmin. Negli ultimi anni anche per loro questo Paese è stato il porto franco, un luogo dove vivere lontano dal regime e non troppo lontano dai propri cari, oppure per aggirare le sanzioni e continuare a fare affari con il mondo. Questa guerra però rischia di renderli ospiti indesiderati: l’ultima stretta – di cui da giorni nella comunità si vociferava – è il divieto di entrare negli Emirati per tutti i cittadini con passaporto iraniano, anche se con permesso di residenza, comparso ieri sui siti delle principali compagnie aeree. Chi è fuori è fuori, e chi è dentro si domanda: per quanto? Se l’escalation dovesse continuare il timore è che le autorità emiratine vadano oltre: limiti ai conti in banca, espulsione dal Paese, confisca dei beni.
Contro il regime
Yasmin, che lavora nel settore degli eventi, si sente un po’ più al riparo di tanti connazionali: ha un secondo passaporto oltre a quello iraniano a farle da “scudo”. Molti dei suoi amici non hanno la stessa fortuna e sono terrorizzati. Le voci nelle chat dei connazionali sono incontrollate. Come tanti della diaspora però Yasmin è una radicale oppositrice del regime – “non uso la parola Iran, questo regime non è il mio l’Iran” – a cui attribuisce tutta la colpa: “Ha attaccato un Paese amico che ci ha accolto e apprezzato: dall’inizio di questo conflitto sono stati pazienti, hanno sempre distinto tra l’Iran e noi iraniani, elogiandoci pubblicamente”.
Due sponde dello stesso mare
Alcune stime dicono che i beni riconducibili a cittadini iraniani negli Emirati superano i 500 miliardi di dollari. Ma ancora prima di essere economici, i legami tra i due Paesi che si guardano dalle sponde opposte del Golfo Persico, uno arabo e uno persiano, sono storici e culturali. Una parte significativa della popolazione degli Emirati ha le proprie radici ancestrali nel Sud dell’Iran. E di iraniani ne sono arrivate varie ondate: prima, nel 19esimo secolo, i commercianti; poi negli anni ‘80 del secolo scorso, dopo la rivoluzione islamica, parte della borghesia in fuga dal fanatismo dell’ayatollah, con una valigia di competenze e capitali che hanno contribuito a dare il primo slancio allo sviluppo degli Emirati. Con il progressivo isolamento internazionale di Teheran poi Dubai, notoriamente poco vigile sui flussi finanziari, è rimasta per tanti iraniani uno dei pochi canali aperti con il mondo.
Le oche e gli scatoloni
Anche per questo gli attacchi dell’Iran sono stati vissuti come uno shock negli Emirati. Nessun altro Paese del Golfo è stato altrettanto bersagliato dai pasdaran: il bilancio al momento dice quasi 2500 tra droni e missili, alcuni dei quali hanno colpito edifici civili, provocato morti, sfruttando l’immagine globale di Dubai per colpirla. La prima risposta della autorità è stata chiudere una serie di istituzioni iraniane gestite direttamente dal regime degli ayatollah. E’ incatenato il cancello dell’Iran Club, centro culturale e ricreativo con ristorante, piscina e rassegna cinematografica di pellicole persiano: le uniche anime vive all’interno sono una guardia e uno stormo di oche. Ed è stato chiuso con provvedimento amministrativo lo storico ospedale iraniano, una decoratissima struttura degli anni ’70 donata dallo scià sopravvissuta chissà come in mezzo ai turbo grattacieli di Dubai. Dall’altra parte della strada, nelle residenze che fanno parte del complesso, alcune persone stanno caricando mobili, tappeti ed altri oggetti su dei camion. Se ne vanno? Nessuno risponde alle domande, ma è risaputo che tutti i funzionari stipendiati dal governo iraniano – come gli amministratori dell’ospedale - hanno ricevuto l’ordine di lasciare il Paese: voli diretti non ce ne sono più, ma pare sia aperta una tratta che passa dall’Afghanistan.
Ostilità aperta
Era un modo per mandare un segnale di disappunto a Teheran, senza toccare le attività dei privati cittadini iraniani, dai manager come Yasmin, agli imprenditori, ai commercianti di oro, argento o spezie del souk di Dubai. Fin da subito però alcuni membri della diaspora hanno raccontato anche di visti revocati a chi allo scoppio della guerra si trovava per qualche ragione fuori dagli Emirati, sebbene residente da tempo, persone a cui è stato impedito di tornare a casa. Il divieto di ingresso e transito comunicato ieri – sebbene con qualche eccezione – rende la cosa ufficiale e si accompagna a una retorica sempre più dura degli Emirati, il più deciso tra i Paesi del Golfo nell’invocare una soluzione “completa” alla minaccia Iran. Secondo una indiscrezione del Wall Street Journal sarebbero pronti anche a scendere in guerra pur scongiurare il rischio che la loro immagine e la loro sicurezza, i loro flussi commerciali e la loro bolla immobiliare, restino a tempo indefinito sotto il ricatto dei pasdaran. Dopo questo conflitto Dubai sarà ancora un porto franco per gli iraniani? “Se arrivassero a decidere di espellerli lo comprenderei - dice Yasmin -. Anche se c’è di mezzo la mia vita”.