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La lettera di Pezeshkian agli americani: “Scegliete tra scontro e dialogo”

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L’apertura del presidente iraniano: “Non siamo vostri nemici”. Ma il ministero degli Esteri: “Non abbiamo chiesto una tregua”
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Sceglie di parlare direttamente agli americani, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, poche ore prima del discorso di Trump alla nazione. «Il popolo iraniano non nutre alcuna ostilità verso gli statunitensi, gli europei o i Paesi confinanti», scrive in una missiva diffusa dalla presidenza. Denuncia «l’aggressione americana», rivendica il diritto «a una legittima autodifesa». Non nomina mai il cessate il fuoco ma sembra aprire alla possibilità di un negoziato: «Il mondo si trova a un bivio. Proseguire sulla strada dello scontro è più costoso e inutile che mai. La scelta tra scontro e dialogo è reale e di grande importanza; il suo esito plasmerà il futuro per le generazioni a venire».

Pezeshkian, espressione delle fazioni riformiste minoritarie all’interno del sistema della Repubblica islamica, è rimasto finora ai margini del processo decisionale sulla guerra, concentrato nelle mani dei pasdaran, ma è anche colui il quale, quando le armi taceranno, dovrà fare i conti con la cri…

Sceglie di parlare direttamente agli americani, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, poche ore prima del discorso di Trump alla nazione. «Il popolo iraniano non nutre alcuna ostilità verso gli statunitensi, gli europei o i Paesi confinanti», scrive in una missiva diffusa dalla presidenza. Denuncia «l’aggressione americana», rivendica il diritto «a una legittima autodifesa». Non nomina mai il cessate il fuoco ma sembra aprire alla possibilità di un negoziato: «Il mondo si trova a un bivio. Proseguire sulla strada dello scontro è più costoso e inutile che mai. La scelta tra scontro e dialogo è reale e di grande importanza; il suo esito plasmerà il futuro per le generazioni a venire».

Pezeshkian, espressione delle fazioni riformiste minoritarie all’interno del sistema della Repubblica islamica, è rimasto finora ai margini del processo decisionale sulla guerra, concentrato nelle mani dei pasdaran, ma è anche colui il quale, quando le armi taceranno, dovrà fare i conti con la crisi economica e infrastrutturale del Paese. Conosce i numeri, lo stato reale delle cose. Teme che l’Iran possa trovarsi in grossi guai se la guerra non cesserà presto.

Il suo tentativo, due settimane fa, di avviare una de-escalation con il Golfo scusandosi per gli attacchi, aveva suscitato l’ira e l’immediata censura dell’ala più dura dell’apparato. Indiscrezioni riportare dal sito di opposizione, Iran International, sostengono che il presidente sia stato messo da parte anche sulla nomina del ministro dell’Intelligence su cui i pasdaran rivendicano diritto di veto in tempo di guerra. E sulla possibile tregua ieri sono arrivare anche le smentite del ministero degli Esteri: «Non l’abbiamo chiesta, sono notizie false e prive di fondamento». Lo stesso capo della diplomazia, Abbas Araghchi, pur confermando lo scambio di messaggi diretti con l’inviato Usa Steve Witkoff, ha negato che ci siano negoziati in corso. Ma al di là delle smentite e delle minacce incrociate, dietro le quinte la diplomazia si muove, parallelamente alle armi e ai soldati americani. L’offerta degli Usa è una tregua in cambio della riapertura di Hormuz. Gli iraniani invece vogliono la fine permanente del conflitto, non un cessate il fuoco che lasci aperta la porta a nuovi attacchi. Un eventuale ingresso della Cina come garante potrebbe cambiare gli equilibri.

È in questo quadro che arriva la lettera di Pezeshkian, espressione delle fazioni meno oltranziste del sistema. Ieri ha parlato anche Hassan Rouhani, l’ex presidente iraniano, considerato un moderato, l’uomo che fece l’accordo sul nucleare con Obama. Ha chiesto al governo di prepararsi a porre fine alla guerra in modo “onorevole”: «È essenziale coordinare le risorse nazionali per prevenire incursioni nelle isole del Golfo Persico e mantenere il controllo dello Stretto di Hormuz». Ha anche sollecitato l’immediata attuazione di «riforme fondamentali nelle politiche perché il popolo ha esaurito tutte le sue argomentazioni contro i funzionari». Rouhani, certo, parla solo a un pezzo di sistema, quello più aperto al negoziato, è inviso ai duri e ai pasdaran, ma il suo intervento dice che il sistema, a Teheran, è meno monolitico di quanto appaia.

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