Libano, altro missile sull’Unifil colpita la base degli italiani: “Nessun ferito e lievi danni”
dal nostro inviato Paolo BreraGERUSALEMME – Non si è fatto male nessuno, ed è una buona notizia in uno spicchio di mondo in cui ogni giorni ti sorvolano 300 proiettili israeliani e cento di Hezbollah. Ieri pomeriggio uno di questi ha colpito le strutture della base Unifil italiana di Shama, nell’ovest libanese, a una manciata di chilometri dalla Linea Blu di demarcazione tra i due paesi. Un paio di veicoli danneggiati, danni al ristorante del campo. I 120 soldati italiani ospitati sono tutti in salvo: era stato dato l’allarme, hanno avuto tempo di scendere nel bunker.
Insomma è andata bene anche questa volta, ed è la terza per gli italiani da quando israeliani e americani hanno attaccato l’Iran scatenando guerra aperta in tutta la regione. Era già successo il 16 marzo, quando frammenti dell’esplosione di un razzo di Hezbollah intercettato dai sistemi antimissile israeliani caddero all’interno del perimetro della base. Senza dimenticare l’attacco dell’11 marzo alla base avanzata italiana nel Kurdistan iracheno…
GERUSALEMME – Non si è fatto male nessuno, ed è una buona notizia in uno spicchio di mondo in cui ogni giorni ti sorvolano 300 proiettili israeliani e cento di Hezbollah. Ieri pomeriggio uno di questi ha colpito le strutture della base Unifil italiana di Shama, nell’ovest libanese, a una manciata di chilometri dalla Linea Blu di demarcazione tra i due paesi. Un paio di veicoli danneggiati, danni al ristorante del campo. I 120 soldati italiani ospitati sono tutti in salvo: era stato dato l’allarme, hanno avuto tempo di scendere nel bunker.
Insomma è andata bene anche questa volta, ed è la terza per gli italiani da quando israeliani e americani hanno attaccato l’Iran scatenando guerra aperta in tutta la regione. Era già successo il 16 marzo, quando frammenti dell’esplosione di un razzo di Hezbollah intercettato dai sistemi antimissile israeliani caddero all’interno del perimetro della base. Senza dimenticare l’attacco dell’11 marzo alla base avanzata italiana nel Kurdistan iracheno, a Erbil: anche lì, a Camp Singara, i 300 militari italiani si salvarono grazie al bunker, mentre saltavano in aria infrastrutture e veicoli. In quell’occasione il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ne attribuì la responsabilità alle milizie locali di Hezbollah, fedeli agli iraniani.
Sull’episodio di ieri non sono stati fatte per ora attribuzioni ufficiali di responsabilità: «Un razzo, la cui origine è ancora in fase di accertamento, ha colpito la base di Shama, quartier generale del contingente italiano e del settore Ovest di Unifil», dice Unifil segnalando «solo lievi danni alle infrastrutture». Crosetto, aggiunge, è in contatto con le autorità militari e con il comandante del contingente italiano «per ricevere aggiornamenti costanti sulla situazione e sulle condizioni del personale».
L’aria, a questa latitudine, è torrida nonostante il maltempo che imperversa. Mentre suonava l’allarme alla base italiana, in quella del battaglione indonesiano la tromba squillava il dolore per le tre bare allineate nell’hangar prima del ritorno a casa dei corpi dei tre soldati Unifil morti il 29 e il 30: il soldato Farizal Rhomadhon, ucciso da un colpo d’artiglieria; il capitano Zulmi Aditya Iskandar e il sergente Muhammad Nur Ichwan, uccisi a Bani Hayyan da un’esplosione che ha fatto saltare in aria il loro blindato.
Tra il 2 marzo, quando Hezbollah ha attaccato Israele in sostegno dell’Iran, secondo il ministero della Sanità libanese «il numero totale delle vittime ha raggiunto quota 1.318, con 3.935 feriti, 50 dei quali solo nelle ultime 24ore». Dopo aver demolito i ponti sul Litani, su ordine del ministro della Difesa Katz l’Idf ha iniziato a demolire le case dei villaggi libanesi oltre la Linea Blu, sostenendo siano basi di Hezbollah. Il progetto, ha spiegato Katz, è «neutralizzare le minacce seguendo il modello di Beit Hanun e Rafah a Gaza», dove non è rimasto in piedi quasi nulla.
In questo inferno che intrappola i contadini libanesi e i caschi blu dell’Onu l’Italia è presente con un totale di 1.300 uomini in tutto il Libano. Fanno quello che possono con regole di ingaggio ferree: cercano di proteggere i civili garantendo il lavoro delle Ong; ma nella terra di mezzo chiunque si muova è sospetto e finisce nel mirino, come sta succedendo sistematicamente ai sanitari libanesi e ai giornalisti.
La situazione è così degradata che Parigi ha chiesto la convocazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu: il capo delle operazione di pace Onu, Jean-Pierre Lacroix, sottolinea che Unifil «mantiene contatti costanti con le parti» per «prevenire conflitti e favorire la de-escalation». E chiede «un sostegno forte e unanime» per una missione che molti vorrebbero chiudere, chi per inutilità e chi per sospetto: gli israeliani hanno più volte accusato i caschi blu di fare da scudi umani di Hezbollah permettendo loro di piazzare rampe di lancio dei missili nei pressi delle basi. Il destino delle forze di pace, tra ritiro e rilancio del mandato, si deciderà probabilmente a giugno. Le cancellerie europee intanto insistono perché si rafforzi lo Stato laico libanese come garante di un vero confine.