«Trump non capisce che i leader iraniani non sono immobiliaristi come lui, disposti a tollerare toni forti perché poi ci si mette d’accordo. Sono un gruppo ideologico, oggi guidato dall’ala più intransigente. Frasi come “vi bombarderò fino a riportarvi all’età della pietra”, li spingono a sfidarlo di più». Husain Haqqani è l’ex ambasciatore pachistano negli Stati Uniti, oggi direttore del dipartimento Asia meridionale e centrale dell’Hudson Institute di Washington ed è diplomatico in residenza presso l'Anwar Gargash Diplomatic Academy di Abu Dhabi, l’istituto che forma i diplomatici del Golfo.
In Europa è allarme carburante. Ma la fine della guerra non si vede.
«Purtroppo il conflitto si è trasformato in un braccio di ferro fra la resistenza fanatica di Teheran e la capacità del presidente Usa di sopportare bassi indici di gradimento, un mercato azionario negativo e prezzi del petrolio sempre più alti. Vincerà chi resiste di più. Di sicuro la guerra è impopolare. L’altro ieri col…
«Trump non capisce che i leader iraniani non sono immobiliaristi come lui, disposti a tollerare toni forti perché poi ci si mette d’accordo. Sono un gruppo ideologico, oggi guidato dall’ala più intransigente. Frasi come “vi bombarderò fino a riportarvi all’età della pietra”, li spingono a sfidarlo di più». Husain Haqqani è l’ex ambasciatore pachistano negli Stati Uniti, oggi direttore del dipartimento Asia meridionale e centrale dell’Hudson Institute di Washington ed è diplomatico in residenza presso l'Anwar Gargash Diplomatic Academy di Abu Dhabi, l’istituto che forma i diplomatici del Golfo.
In Europa è allarme carburante. Ma la fine della guerra non si vede.
«Purtroppo il conflitto si è trasformato in un braccio di ferro fra la resistenza fanatica di Teheran e la capacità del presidente Usa di sopportare bassi indici di gradimento, un mercato azionario negativo e prezzi del petrolio sempre più alti. Vincerà chi resiste di più. Di sicuro la guerra è impopolare. L’altro ieri col suo discorso senza novità, Trump ha innervosito molti americani, gli alleati europei e dei Paesi del Golfo che speravano in una svolta, oltre che gli iraniani. La verità è che ascolta solo l’umore della sua base. Se devo fare una previsione, la guerra finirà quando il mondo Maga ne avrà abbastanza».
Cosa glielo fa pensare?
«Trump vuole la vittoria a tutti i costi. E gli iraniani intendono negargliela con ostinazione. Sono due avversari che non si comprendono e tengono il mondo in ostaggio di questa guerra. Il problema è che Trump e i suoi non hanno un piano e credono che le minacce siano sufficienti. Invece bombardare non basta. Così com’è irrealistica l’ipotesi di invadere l’Iran, un paese da 90 milioni di abitanti, con poche migliaia di uomini. Evidentemente, gli Usa hanno già dimenticato come andò in Iraq, dove pure le loro forze in campo erano molte di più».
Trump ha parlato di altre 4-6 settimane.
«Perché vuol far qualcosa di eclatante per poter dire di essersi spinto oltre, attuando le minacce. Solo a quel punto, dichiarerà vittoria. Ma intanto l’Iran tiene botta: e porta avanti la sua guerra asimmetrica, attaccando i paesi del Golfo. Che sono spazientiti e già chiedono una tempistica, una strategia, un piano d’uscita. Con Trump, però, è questione di ego. Bisognerà persuaderlo che la situazione è grave ed è meglio uscire dalla crisi che aggravarla».
Come si fa?
«È vero che l’Iran non può avere l’arma nucleare, né continuare a essere una minaccia per Israele e per i paesi arabi vicini. Ma quel che serve è una combinazione di sanzioni, minacce e negoziati. Finora gli americani non hanno dimostrato di avere la capacità di una strategia a più livelli».
Il suo paese, il Pakistan, è impegnato a mediare.
«Ha trasmesso i messaggi che si sono scambiati Stati Uniti e Iran. Aspettava un secondo round di messaggi e invece sono arrivate le posizioni intransigenti espresse da Trump nel suo discorso, seguito della dura risposta iraniana. Islamabad e Pechino hanno anche elaborato un piano in cinque punti, ma per ora il divario fra le parti è troppo ampio. Teheran non si fida, vuole garanzie. Non si è impegnata in colloqui. Però ascolta. E questa è l’unica speranza che abbiamo di poter raggiungere un accordo. Il momento arriverà. Ma non presto».
E nel frattempo?
«Il conflitto continuerà. Anche perché Teheran ha capito che gli Stati Uniti non sono poi così forti. Non sono stati capaci di abbattere il regime. Il momento è difficile. Ma è per questo che esiste la diplomazia: per risolvere le situazioni più complicate».