Dal Vietnam, alla Somalia e all’Iran: l’incubo del pilota disperso che tiene in scacco l’America
di Enrico FranceschiniLONDRA – “Non c’è niente che eguagli la situazione in cui il tuo velivolo viene abbattuto in territorio ostile. L’adrenalina va a mille. Il nemico ti dà la caccia per ucciderti o catturarti. E sai di avere una sola priorità: sopravvivere”. Così Ronald Young, un ex-pilota di cacciabombardieri americano, ricorda l’esperienza vissuta nel 2003 quando il suo aereo è colpito e cade in Iraq nei primi giorni della guerra lanciata dagli Stati Uniti contro il regime di Saddam Hussein. Lanciatosi con il paracadute, Young si nasconde per alcune ore in una fossa insieme al proprio co-pilota, rischiando di morire di ipotermia. Poi vengono presi prigionieri dalle forze irachene, picchiati, torturati e scambiati da un’unità all’altra, da un gruppo all’altro, finché sono entrambi rilasciati in un accordo fra il Pentagono e i loro rapitori. L’Air Force Usa aveva immediatamente lanciato una missione di soccorso per cercare di localizzarli e trarli in salvo, ma non riesce a trovarli.
Il ricatto politico
…LONDRA – “Non c’è niente che eguagli la situazione in cui il tuo velivolo viene abbattuto in territorio ostile. L’adrenalina va a mille. Il nemico ti dà la caccia per ucciderti o catturarti. E sai di avere una sola priorità: sopravvivere”. Così Ronald Young, un ex-pilota di cacciabombardieri americano, ricorda l’esperienza vissuta nel 2003 quando il suo aereo è colpito e cade in Iraq nei primi giorni della guerra lanciata dagli Stati Uniti contro il regime di Saddam Hussein. Lanciatosi con il paracadute, Young si nasconde per alcune ore in una fossa insieme al proprio co-pilota, rischiando di morire di ipotermia. Poi vengono presi prigionieri dalle forze irachene, picchiati, torturati e scambiati da un’unità all’altra, da un gruppo all’altro, finché sono entrambi rilasciati in un accordo fra il Pentagono e i loro rapitori. L’Air Force Usa aveva immediatamente lanciato una missione di soccorso per cercare di localizzarli e trarli in salvo, ma non riesce a trovarli.
Il ricatto politico
La vicenda di Young in Iraq, ricordata dal New York Times, dà un’idea di quello che sta provando il pilota americano caduto in Iran e delle valutazioni che starà facendo in questo momento la Casa Bianca. Sul terreno, il non identificato pilota disperso in Iran è oggetto di una duplice caccia, ammesso che sia vivo: quella degli iraniani per catturarlo (la televisione locale ha reso noto una taglia per chiunque lo prenderà) e delle squadre di soccorso delle forze speciali statunitensi per salvarlo. “Definire le missioni di soccorso altamente pericolose o spaventose è dire poco”, dice alla Cbs News un ex-comandante di paracadutisti che ne ha guidate varie. Chiamate in gergo “Combat Search and Rescue” (Csar - Combattere, Cercare e Salvare), sono operazioni che necessitano di agire con grande rapidità in territorio nemico, con il forte rischio di esporre le forze di soccorso a nuove perdite o a essere a loro volta prese come prigionieri. In genere, afferma l’ex-ufficiale dei parà, coinvolgono squadre di 24 paracadutisti, pronti a gettarsi da elicotteri Black Hawk, appoggiati da aerei da ricognizione a bassa quota e aerei da combattimento pronti a intervenire per colpire forze nemiche. La U.S. Air Force ha un’unità speciale addestrata esclusivamente per questo genere di missioni. Ma nei corridoi del potere, salvarlo non è solo una priorità umana: ha anche un formidabile valore politico. Come altri Paesi, in primo luogo Israele, che lancia missioni perfino per recuperare il corpo delle sue vittime di guerra, l’America fa di tutto per evitare che i propri militari finiscano in mano al nemico: perché il ricatto a cui si espone è enorme. Da un lato, c’è l’imbarazzo per il danno sofferto. Dall’altro, la necessità di liberare il prigioniero senza interrompere la guerra o cedere alle condizioni del nemico. La storia abbonda di casi simili. Se la missione di soccorso riporta a casa il prigioniero senza perdite, può essere un trionfo per la Casa Bianca. Ma se il soccorso non riesce o addirittura causa altri prigionieri, le conseguenze politiche rischiano di essere pesanti. Pesantissime. Nel 1980 il fallimento della missione della Delta Force in Iran per liberare i 52 diplomatici americani presi in ostaggio a Teheran diventa un fattore decisivo nella mancata rielezione del democratico Jimmy Carter, e nella vittoria del suo avversario repubblicano, Ronald Reagan, alle elezioni presidenziali che si tengono pochi mesi dopo. Nel 1993 il tragico bilancio della battaglia di Mogadiscio, evocata dal film “Black Hawk Down”, convince il presidente Clinton a ritirare le proprie forze dalla Somalia. Non a caso, Donald Trump non ha ancora detto una parola sul pilota disperso in Iran.
Bush senior nella Seconda guerra mondiale
La storia delle missioni di soccorso aeree inizia nella Prima guerra mondiale, quando piloti inglesi e americani effettuano atterraggi di fortuna in Francia per cercare di salvare i loro colleghi abbattuti nei duelli aerei o dalla contraerea nemica. L’unità speciale dei parà dell’Air Force americana ha il suo battesimo del fuoco nella Seconda guerra mondiale, quando paracaduta due chirurghi militari nella giungla di Burma (l’odierna Myanmar) per operare soldati feriti. Il primo salvataggio con elicotteri avviene un anno più tardi, quando un tenente americano ritrova e riporta in salvo quattro Marines da dietro le linee giapponesi. Un pilota americano che si lancia con il paracadute dopo l’abbattimento del suo aereo, durante il secondo conflitto mondiale, e viene salvato da un un’unità della Marina militare, è destinato a essere famoso: si chiama George Herbert Walker Bush, diventerà deputato, ambasciatore all’Onu e a Pechino, direttore della Cia, vicepresidente e presidente degli Stati Uniti. Del salvataggio esiste perfino un video in bianco e nero su YouTube, una testimonianza del suo eroismo che ha contribuito non poco alla carriera politica di Bush senior.
John McCain in Vietnam
L’era moderna delle missioni Csar comincia con la guerra in Vietnam, quando i reparti speciali Usa compiono innumerevoli operazioni per cercare di recuperare piloti caduti o soldati in trappola. Non sempre sono possibili: nel 1967 John McCain, futuro senatore repubblicano e candidato alla Casa Bianca, all’epoca un pilota della U.S. Navy, viene abbattuto con il suo bombardiere e gravemente ferito durante un volo in Vietnam del Nord. Poiché è figlio di un ammiraglio, Hanoi offre di liberarlo in uno scambio di prigionieri, ma McCain rifiuta un trattamento speciale e rimane nei campi di prigionia per sei anni. Per questo in America è stato considerato un eroe nazionale da tutti, tranne che da Donald Trump, che nelle primarie repubblicane del 2016 lo definisce “un perdente”. Sempre durante la guerra del Vietnam, un’operazione di soccorso Usa, chiamata Bat 21, finisce malissimo, con la perdita di svariati aerei ed elicotteri e multiple vittime fra i membri della squadra di recupero, inviata a cercare di salvare il pilota di un caccia caduto dietro le linee nemiche.
I due piloti italiani
In era più recente, nel 1991, durante la guerra del Golfo per la liberazione del Kuwait invaso dall’Iraq, il maggiore Gianmarco Bellini e il capitano Maurizio Cocciolone vengono abbattuti alla guida di un caccia Tornado dopo avere portato a termine la loro missione di sganciare bombe sul nemico: lanciatisi con il paracadute, sono entrambe catturati dalle forze irachene, separati e imprigionati. La televisione di Baghdad mostra un gruppo di piloti prigionieri, tra cui Cocciolone: il suo volto tumefatto testimonia il trattamento che ha subito. Vengono liberati alla fine della guerra, dopo 47 giorni di prigionia. Più tardi, in un’intervista, il capitano Cocciolone racconta di essere stato brutalmente torturato, perdendo alcuni denti per le percosse e subendo una lacerazione della lingua, suturata dai suoi carcerieri. Anche il video di Cucciolone suscita costernazione e polemiche quando è trasmesso dalla tv in Italia.
Black Hawk Down
Nel 1993 durante la battaglia di Mogadiscio in Somalia contro le milizie islamiche, tre elicotteri americani Black Hawk cadono colpiti dal nemico, due in territorio ostile, e le forze speciali lanciano un’ampia missione per liberare i superstiti: nell’operazione, in seguito ricostruita dal film “Black Hawk Down”, muoiono 17 militari americani e 73 rimangono feriti. Il video dei corpi dei soldati Usa trascinati per le strade di Mogadiscio dai ribelli, trasmesso dalle televisioni americane, suscita enorme impressione negli Stati Uniti, portando successivamente il presidente Clinton e l’Onu a ritirare tutto il contingente dalla Somalia.
L’unico sopravvissuto
Nel 1995 in Bosnia il pilota americano Scott O’Grady viene salvato da una missione congiunta dell’Air Force e dei Marines dopo essere stato abbattuto ed essere sopravvissuto da solo per sei giorni mentre le milizie serbe gli davano la caccia. Nel 1999, sempre nel corso dei conflitti nell’ex-Jugoslavia, il pilota di uno Stealth F-117, i caccia “invisibili” ai radar, abbattuto dai serbi, viene trovato e tratto in salvo da una missione di soccorso dei parà. Nella guerra in Afghanistan per rispondere all’attentato di al Qaida contro le Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, l’Air Force conduce centinaia di missioni di soccorso per recuperare i suoi piloti e soldati. Una in particolare passa alla storia, quando nel 2005 una squadra di parà americani viene inviata a salvare un membro dei Navy Seals, le leggendarie forze speciali della Marina Usa, ferito e rifugiatosi in un villaggio, dopo che tre membri del suo team sono stati uccisi. Erano stati mandati a distruggere una cellula di al Qaeda. Anche questa drammatica impresa diventa un film: “Lone Survivor” (L’unico sopravvissuto).