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I due volti del regime iraniano: uniti sul fronte di guerra, divisi sui negoziati di pace

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Bunker ricostruiti a tempo di record, contraerea più efficiente e reclutamento a tappeto. Ma sulle mosse future lo scontro è aperto
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Resistere a oltranza o provare a trattare? Se la difesa militare di Teheran appare coesa e coerente, in grado di assorbire i colpi e di infliggerne altrettanti in maniera asimmetrica, le decisioni politiche su un eventuale negoziato con gli americani sono più difficili: le uccisioni israeliane hanno frammentato l’apparato della Repubblica islamica, creando confusione e disordine, con diversi centri di potere che competono tra loro e senza una strategia condivisa su come, quando e con quali obiettivi sedersi al tavolo.

Per i pasdaran i risultati ottenuti finora sul campo di battaglia hanno messo l’Iran in una posizione di forza, che bisogna capitalizzare. Lo stretto di Hormuz si è rivelato una leva formidabile, un filtro politico che viene usato per premiare gli stati neutrali o amici garantendo il passaggio delle navi e in prospettiva una fonte di guadagno con l’introduzione di pedaggi. In cielo, i Guardiani continuano a colpire con missili e droni le infrastrutture del Golfo e I…

Resistere a oltranza o provare a trattare? Se la difesa militare di Teheran appare coesa e coerente, in grado di assorbire i colpi e di infliggerne altrettanti in maniera asimmetrica, le decisioni politiche su un eventuale negoziato con gli americani sono più difficili: le uccisioni israeliane hanno frammentato l’apparato della Repubblica islamica, creando confusione e disordine, con diversi centri di potere che competono tra loro e senza una strategia condivisa su come, quando e con quali obiettivi sedersi al tavolo.

Per i pasdaran i risultati ottenuti finora sul campo di battaglia hanno messo l’Iran in una posizione di forza, che bisogna capitalizzare. Lo stretto di Hormuz si è rivelato una leva formidabile, un filtro politico che viene usato per premiare gli stati neutrali o amici garantendo il passaggio delle navi e in prospettiva una fonte di guadagno con l’introduzione di pedaggi. In cielo, i Guardiani continuano a colpire con missili e droni le infrastrutture del Golfo e Israele, nonostante la sola aviazione americana abbia attaccato oltre 11 mila obiettivi in cinque settimane. Ci riescono limitando l’uso dei lanciatori e nascondendoli in bunker e silos sotterranei: se colpiti, vengono rimessi in funzione anche in poche ore, secondo rapporti dell’intelligence americana. Anche la battaglia area, dove Usa e Israele hanno forza soverchiante, ha fatto un salto di qualità con l’abbattimento di due jet americani. «Abbiamo usato un nuovo sistema di difesa anti-aerea», dichiarano i pasdaran. Un pilota è disperso, l’altro è stato recuperato con una operazione ad alto rischio.

A terra, l’apparato ha lanciato la campagna “Janfada” (Sacrificare la vita) per reclutare volontari in grado di combattere contro le forze americane nel caso di una invasione di terra, senza lasciare scoperte le città. Lo speaker del Parlamento, Ghalibaf, assicura che ci sono «7 milioni di iraniani» pronti alla «resistenza», e i media di stato portano la cifra a 10 milioni: come su tutte le informazioni militari, non ci sono conferme indipendenti. La repressione interna continua e si inasprisce: centinaia di persone sono state arrestate, le città sono puntellate di checkpoint per i quali vengono utilizzati anche bambini di 12 anni, denuncia Amnesty International. Fonti della Bbc riferiscono della presenza di miliziani iracheni e afghani.

La postura bellica, tuttavia, cela spaccature politiche interne. L’intervento dell’ex ministro degli Esteri Zarif, che ha proposto un piano di pace ma è detestato dai radicali, rivela che una parte dell’apparato è consapevole dei rischi: se la guerra finirà senza un accordo, la Repubblica islamica rischia di sopravvivere ma senza i mezzi per affrontare una crisi interna sempre più profonda. Gli sforzi pakistani per mettere al tavolo Usa e Iran continuano, ma finora non hanno prodotto risultati. Secondo i media Usa, almeno due volte il vicepresidente J. D. Vance è stato in procinto di volare a Islamabad, gli iraniani hanno disertato. Il ministro Araghchi smentisce, precisando che Teheran è aperta al dialogo ma vuole garanzie che la guerra non si ripeta. Gli iraniani non si fidano: per ben due volte durante i negoziati gli americani hanno attaccato il Paese, e ucciso i funzionari coinvolti nelle trattative. Tre giorni fa gli israeliani hanno cercato di eliminare anche Kamal Kharazi, l’ex ministro degli Esteri, considerato un riformista: sua moglie è morta nel raid, lui è in ospedale. Kharazi guida il consiglio per le relazioni estere, che opera sotto il controllo della Guida suprema, una posizione che gli consente di tenere insieme diversi pezzi del sistema. Fu lui nel 2011 a suggerire ad Ali Khamenei di mandare un inviato in Oman per colloqui segreti con gli americani, l’inizio del processo che portò all’accordo nucleare del 2015. E sempre lui era in contatto con i pakistani per il possibile vertice di Islamabad.

I vertici del potere a Teheran sono frammentati e in una «situazione caotica per quanto riguarda le decisioni politiche», dice un funzionario che vuole rimanere anonimo. Mojtaba Khamenei è fuori dai radar, sulle sue condizioni di salute si rincorrono voci non confermate. L’ala più radicale dei pasdaran è contraria a un negoziato che percepisce come resa in un momento di forza. Un’altra è possibilista, a certe condizioni. La diplomazia vuole il dialogo ma è divisa sui termini di un eventuale trattativa. «Senza una leadership unificata è difficile far partire un dialogo vero e per di più con Trump che ha già barato due volte», conclude la fonte.

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