A Dubai la guerra blocca anche gli aiuti umanitari: “Sempre più difficile soccorrere Gaza e Sudan ”
dal nostro inviato Filippo SantelliDUBAI – Dentro uno dei magazzini i medicinali e altri materiali sanitari per Gaza sono ben imballati e sistemati sui pellet, pronti da caricare su un camion e poi imbarcare su un aereo. Finanziati dal servizio umanitario dell’Unione europea, l’Organizzazione mondiale della Sanità ha provato a consegnarli in Egitto una prima volta qualche giorno fa, ma l’aereo ha dovuto fare marcia indietro per il maltempo e sono tornati qui a Dubai. In teoria dovrebbero ripartire a breve, ma chi può dirlo con certezza? La guerra contro l’Iran e la chiusura di Hormuz non stanno bloccando solo i flussi di gas e petrolio, ma anche quelli di un’altra merce, dai volumi assai più piccoli ma altrettanto se non più importante, cioè gli aiuti umanitari.
DUBAI – Dentro uno dei magazzini i medicinali e altri materiali sanitari per Gaza sono ben imballati e sistemati sui pellet, pronti da caricare su un camion e poi imbarcare su un aereo. Finanziati dal servizio umanitario dell’Unione europea, l’Organizzazione mondiale della Sanità ha provato a consegnarli in Egitto una prima volta qualche giorno fa, ma l’aereo ha dovuto fare marcia indietro per il maltempo e sono tornati qui a Dubai. In teoria dovrebbero ripartire a breve, ma chi può dirlo con certezza? La guerra contro l’Iran e la chiusura di Hormuz non stanno bloccando solo i flussi di gas e petrolio, ma anche quelli di un’altra merce, dai volumi assai più piccoli ma altrettanto se non più importante, cioè gli aiuti umanitari.
L’emergenza delle emergenze
Un’emergenza di chi risponde alle emergenze, e che ora – denunciano gli operatori sul campo, dal Libano all’Africa - rischia di rendere tutte le crisi più acute. “Siamo abituati a lavorare nelle difficoltà, ma questa è un grossa sfida”, dice Giuseppe Saba, l’italiano che nella sua lunga carriera al World Food Program, cominciando dal primo centro di Brindisi, ha creato la rete logistica globale di risposta alle emergenze delle Nazioni Unite (Unhrd), e che da qualche tempo è diventato amministrazione delegato di Dubai Humanitarian, l’organizzazione no profit degli Emirati che - su terra donata dallo sceicco - ospita il più grande dei cinque nodi di quella rete. Una distesa di 145mila metri quadrati di magazzini, oltre venti campi da calcio, dove le varie Wfp, Oms, Unicef depositano barrette energetiche, tende, letti, coperte, camioncini, antenne di comunicazione, vestiti, medicinali, mezzi trasporto e quaderni per un valore di 200 milioni di dollari, pronti e imballati per essere spediti dove serve. Questo luogo alla periferia Sud di Dubai è ideale, lontano dai scintillanti grattacieli ma strategicamente collocato tra il mega porto di Jebel Ali e il nuovo aeroporto. E Dubai è ideale, perché al centro di molte delle aree di crisi più grandi del mondo, oasi di stabilità in mezzo a un Medio Oriente sempre in tumulto. Da qui normalmente parte la metà dei volumi complessivi di aiuti spediti dalla rete internazionale.
Traffico bloccato
O meglio partivano fino a ieri, prima che la città diventasse a sua volta un fronte di guerra e vedesse scombussolate tutte i suoi flussi, compresi quelli umanitari. Il traffico di navi verso Jebel Ali, dove arrivavano da tutto il mondo le scorte per riempire i magazzini, ora è bloccato. E il traffico in uscita dal centro di Dubai Humanitarian, che per le spedizioni urgenti viaggia soprattutto via aereo, è fortemente condizionato dall’impennata dei costi e delle assicurazioni. Dall’inizio del conflitto il prezzo di un volo da Dubai a Kabul è salito da 265mila a 365 mila dollari, e le compagnie non possono bloccarlo per più di 24 ore. Mentre i funzionari del Wfp, che gestisce la rete logistica, devono cercare lunghe e costose deviazioni. Prima gli aiuti verso l’Afghanistan, a cominciare dalle barrette ad alto apporto contro la denutrizione, venivano mandati via nave in Iran e poi da lì via terra, ora devono passare attraverso Arabia Saudita, Giordania, Siria, Turchia, Azerbaijian e Uzbekistan. Gli aiuti per il Sudan devono essere imbarcati sull’altra costa, quella del Mar Rosso, ma il costo di un camion per Jeddah è passato da 1.500 a 5.500 dollari. “Le soluzioni ci sono, ma costano care per le assicurazioni, i prezzi dei carburanti e perché già le organizzazioni umanitarie soffrono di budget ridotti”, dice Saba. Un riferimento ai tagli alla cooperazione di Trump, ma anche di Regno Unito ed Europa.
Dubai al centro
Qualcuno, come l’esperto del Council on Foreign Relations Sam Vigersky è arrivato perfino a sostenere che il polo di Dubai potrebbe rivelarsi il “tallone d’Achille” della rete di aiuto internazionale, specie se la guerra dovesse prolungarsi a lungo o inasprirsi. Qui sul campo però sia le varie organizzazioni presenti che – ovviamente – Dubai Humanitarian sottolineano che il centro non sia rimasto chiuso un giorno, che gli aiuti – sebbene a ritmi ridotti – continuano ad uscire, e che gli operatori dei trasporti dell’emirato – dagli aerei di Emirates, alla logistica di DP World, per arrivare alla flotta personale dell’Emiro Al Maktoum – hanno fornito un costante sostegno. D’altra parte la rete logistica globale delle Nazioni Unite è pensata proprio per essere resiliente, e in caso di problemi ad uno dei nodi poter compensare con gli altri. Anche così però la resilienza ha dei limiti, specie se i costi dei trasporti continuassero a salire e anche l’altro stretto chiave dei commerci marittimi, Bab El-Mandeb venisse chiuso dalle minacce degli houthi: “Al momento riusciamo a rispondere almeno alle emergenze più acute – dice Saba – c’è solo da sperare che non se ne verifichino altre”.