DOHA – Se anche dovesse andare nel migliore dei modi – e al momento non c’è da scommetterci – il Golfo non crede più alle tregue. Non più, almeno, come scorciatoia per uscire da una guerra che ormai ha cambiato natura. «La situazione nella regione è rapidamente degenerata. Tornare allo status quo è un miraggio e non accadrà», spiega Majed Mohammed Al-Ansari, consulente e portavoce del primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al Thani.
Vista da qui, dai piani alti del ministero degli Esteri – il primo ministro ha anche questo dicastero – con veduta su Doha, ma soprattutto su un Medio Oriente che teme il caos senza fine, la destinazione può essere una sola: «Raggiungere una stabilità duratura richiede una soluzione politica per l’intera regione».
In questo quadro, il Golfo rilegge anche le proprie alleanze. Per anni la sicurezza regionale è stata costruita su equilibri fragili e incompleti e sempre affidata in sostanza alla mano protettiva ma pesante degli Usa.…
DOHA – Se anche dovesse andare nel migliore dei modi – e al momento non c’è da scommetterci – il Golfo non crede più alle tregue. Non più, almeno, come scorciatoia per uscire da una guerra che ormai ha cambiato natura. «La situazione nella regione è rapidamente degenerata. Tornare allo status quo è un miraggio e non accadrà», spiega Majed Mohammed Al-Ansari, consulente e portavoce del primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al Thani.
Vista da qui, dai piani alti del ministero degli Esteri – il primo ministro ha anche questo dicastero – con veduta su Doha, ma soprattutto su un Medio Oriente che teme il caos senza fine, la destinazione può essere una sola: «Raggiungere una stabilità duratura richiede una soluzione politica per l’intera regione».
In questo quadro, il Golfo rilegge anche le proprie alleanze. Per anni la sicurezza regionale è stata costruita su equilibri fragili e incompleti e sempre affidata in sostanza alla mano protettiva ma pesante degli Usa. Oggi, con la guerra alle porte di casa e qualche missile che arriva fino a casa, «l’unica strada è che i Paesi della regione costruiscano una propria architettura di sicurezza che contrasti le fonti di instabilità». Tradotto significa un’alleanza che escluda le ali estreme di Iran e Israele. E gli Usa, che prima scatenano l’inferno e poi spiegano che lo Stretto di Hormuz non è un loro problema? Qui la risposta si fa diplomatica: «La nostra alleanza strategica con gli Stati Uniti resta essenziale». Una frase che fotografa un equilibrio obbligato. Dell’Europa, che pure della partita vorrà e dovrà interessarsi, non sembra il momento di parlare; anche se la visita di Giorgia Meloni alle tre monarchie più influenti del Golfo è stata apprezzata.
Ma è proprio da quest’area – pensano a Doha – che deve partire il cambiamento, con l’idea di allargare il perimetro del Gcc, il Consiglio di cooperazione del Golfo. «Non può essere limitata al Gcc, ma deve essere un “Gcc rafforzato”, un quadro più ampio che includa altri attori della regione». Tra i candidati naturali Giordania, Siria, Iraq, Libano, ma anche il Pakistan che oggi cerca la mediazione e una Turchia rampante: una mappa completa e quasi ridondante dell’area. Del resto, «non possiamo più comportarci come se fossimo al sicuro da forze destabilizzanti esterne». Riuscirà davvero il Gcc a cambiare faccia e soprattutto natura, anche considerando la linea dura che Riad vorrebbe con Teheran e quella che era la relazione tra gli Emirati e Israele? «Nessuno si aspetta che i Paesi del Golfo parlino con una sola voce. Abbiamo interessi e sistemi politici diversi – è la risposta – ma il livello di coordinamento è già molto alto; politicamente e militarmente». Del resto, «la sicurezza nel Golfo è indivisibile: non si può parlare della sicurezza di un Paese senza parlare di quella degli altri». E poi c’è Hormuz, il vero baricentro della crisi. Qui la linea è netta e dice che la risposta militare, messa costantemente a rischio anche da un solo drone o da un barchino Houti, non può bastare: «Ciò che serve per riaprire lo Stretto di Hormuz è una soluzione combinata – politica, economica e di sicurezza».