L’intesa a 90 minuti dall’apocalisse: che cosa è successo tra Usa e Iran. Il nodo di Hormuz
dal nostro inviato Francesco ManacordaDOHA – Dal terrore al cessate il fuoco. L’Europa è andata a dormire con la paura dell’apocalisse incombente, scatenata dall’escalation degli attacchi all’Iran, e si sveglia con un timido raggio di speranza. I mercati già prezzano un calo della tensione sul petrolio, mentre nello Stretto di Hormuz oltre 800 navi, tra petroliere e portacontainer, restano ferme in attesa di rimettersi in movimento e far ripartire il commercio internazionale. Solo qualche eccezione: a due imbarcazioni è stato dato il via libera, non è chiaro se in cambio di un pedaggio a Teheran.
Ma che cosa è successo? Perché e come un’ora e mezzo prima dello scadere dell’ultimatum Usa, quando in Italia era mezzanotte e mezza, si è arrivati al cessate il fuoco?
La mediazione del Pakistan
La risposta non è tutta nella notte. La mediazione parte, infatti, nei giorni precedenti e ha un nome preciso, quello del Pakistan. Islamabad - ricostruisce l’agenzia di stampa Reuters - lavora da inizio aprile su un canale parallelo, co…
DOHA – Dal terrore al cessate il fuoco. L’Europa è andata a dormire con la paura dell’apocalisse incombente, scatenata dall’escalation degli attacchi all’Iran, e si sveglia con un timido raggio di speranza. I mercati già prezzano un calo della tensione sul petrolio, mentre nello Stretto di Hormuz oltre 800 navi, tra petroliere e portacontainer, restano ferme in attesa di rimettersi in movimento e far ripartire il commercio internazionale. Solo qualche eccezione: a due imbarcazioni è stato dato il via libera, non è chiaro se in cambio di un pedaggio a Teheran.
Ma che cosa è successo? Perché e come un’ora e mezzo prima dello scadere dell’ultimatum Usa, quando in Italia era mezzanotte e mezza, si è arrivati al cessate il fuoco?
La mediazione del Pakistan
La risposta non è tutta nella notte. La mediazione parte, infatti, nei giorni precedenti e ha un nome preciso, quello del Pakistan. Islamabad - ricostruisce l’agenzia di stampa Reuters - lavora da inizio aprile su un canale parallelo, coinvolgendo Arabia Saudita, Turchia ed Egitto e mantenendo contatti diretti sia con Washington sia con Teheran.
Lunedì 6 aprile, sempre secondo la Reuters, viene presentata una proposta articolata in due fasi: un cessate il fuoco immediato e poi l’avvio di negoziati più ampi. Al centro c’è ovviamente lo Stretto di Hormuz, il braccio di mare controllato dall’Iran da cui passa circa il 20% dei flussi mondiali di petrolio e di gas, perché è lì che la crisi militare diventa crisi globale.
"Un’intera civiltà morirà”
Il 7 aprile, ieri, la pressione sale al massimo. Donald Trump fissa un ultimatum pubblico con parole che resteranno: “Un’intera civiltà morirà”: l’alternativa per l’Iran – dice – è riaprire lo Stretto o affrontare una nuova fase di attacchi senza tregua. Ma nelle stesse ore, riferisce ancora la Reuters, il premier pakistano Shehbaz Sharif chiede agli Stati Uniti una proroga della scadenza e allo stesso tempo sollecita l’Iran a dare un segnale concreto e consentire il passaggio delle navi come gesto iniziale. Le due potenze non si parlano, almeno ufficialmente, tutti i rapporti passano attraverso la mediazione pakistana. Una mediazione inevitabilmente costruita più con telefonate e messaggi che con incontri formali.
I contatti si intensificano, coinvolgono anche livelli militari e di intelligence, e si muovono su più capitali. Ma gli attacchi non cessano: per tutta la giornata di martedì Israele bombarda ponti e infrastrutture in Iran, mentre le forze Usa si concentrano sull’isolotto di Kargh, cuore della logistica petrolifera iraniana: qui la strategia è diversa, non si colpiscono le infrastrutture, ma le difese militari; è un modo per mettere pressione, per avvisare Teheran che il passo successivo mirerà proprio al suo petrolio. L’Iran risponde, missili – intercettati – arrivano a tarda sera anche nei vicini Paesi del Golfo.
A 90 minuti dall’apocalisse
Si arriva così alle ultime ore, quando la crisi sembra sul punto di un’escalation senza ritorno. Secondo l’agenzia Bloomberg, l’intesa viene raggiunta circa novanta minuti prima della scadenza fissata da Trump, ossia le otto di sera negli Usa, le due di notte in Italia, Il compromesso è scarno: due settimane di cessate il fuoco e riapertura dello Stretto. Ma le condizioni divergono.
Washington parla di apertura “completa, immediata e sicura”, mentre Teheran precisa che il passaggio sarà possibile solo “in coordinamento con le proprie forze armate”. È questo il punto chiave dell’accordo, e anche il suo limite, che andrà testato sul campo nelle prossime ore.
Venerdì, secondo fonti citate da Axios, a Islamabad si dovrebbe tenere un vertice internazionale per provare a consolidare l’intesa raggiunta. Quando i mercati riaprono, questa mattina, la reazione è immediata. Il Brent scende fino al 16%, le Borse globali rimbalzano. È una lettura ottimistica: la crisi si è fermata, il rischio estremo si riduce. Ma nello Stretto la scena è diversa perché per ora le navi non ripartono.
Il nodo di Hormuz
Secondo dati citati da Al Jazeera, nelle settimane di crisi fino a 2.000 navi sono state coinvolte tra blocchi e deviazioni. Tra queste almeno 400 petroliere, oltre a navi che trasportano Gnl, il gas liquefatto, e cargo. Oggi nel Golfo ci sarebbero almeno 800 navi bloccate (salvo rare eccezioni): in condizioni normali ne transitano circa 135 al giorno. Ripartire non sarà facile, anche perché secondo fonti regionali, l’Iran avrebbe disposto almeno una decina di mine nello Stretto. Il problema è la fiducia, bisogna capire quanto conterà sul campo l’intesa raggiunta tra le capitali. Gli armatori aspettano chiarimenti, le assicurazioni valutano il rischio. I premi di guerra, secondo analisti citati da Al Jazeera, sono aumentati fino al 300% e non torneranno rapidamente indietro. E soprattutto pesa il precedente del Mar Rosso: anche dopo la riapertura, il traffico non è mai tornato pienamente ai livelli precedenti. Per questo il cessate il fuoco, per ora, è una soluzione politica più che operativa. La coda di navi, i carichi accumulati e le infrastrutture danneggiate richiederanno tempo per essere riassorbiti. Secondo operatori del settore citati da Al Jazeera, anche con una riapertura immediata serviranno mesi per tornare alla normalità.
L’incognita Israele
E restano aperte anche alcune domande decisive. Lo Stretto sarà davvero libero o resterà di fatto sotto controllo iraniano, con passaggi autorizzati e selettivi? I mercati stanno scontando una normalizzazione troppo rapida rispetto a una riapertura che resta parziale e reversibile? E soprattutto, che cosa accadrà sul piano militare più ampio?
Israele ha già chiarito che il cessate il fuoco non si applica al Libano, lasciando aperto un fronte che può riaccendere la tensione in qualsiasi momento. La notte ha fermato l’escalation, ma all’alba nello Stretto di Hormuz il traffico globale è ancora fermo. E la normalità, per ora, resta una scommessa.