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Le incognite della tregua. Gli attacchi sul Golfo proseguono: ecco chi non vuole deporre le armi

(reuters)

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Non è solo Israele in Libano a non volersi fermare. Una parte dei Guardiani della Rivoluzione iraniani potrebbe spingere per continuare il conflitto
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La tregua è piena di incognite, perché la guerra ha spezzato tutti gli equilibri nella regione. La prima minaccia è ovviamente la situazione nel Libano, dove Israele vuole portare avanti le operazioni contro Hezbollah nonostante la milizia filoiraniana abbia dichiarato questa mattina di aderire alla sospensione delle ostilità.

Nell’accordo mediato dal governo pakistano era stata inclusa la sospensione dei combattimenti in Libano, ma Netanyahu non intende accettare questo punto. E’ una situazione non secondaria, perché mette gli ayatollah davanti alla scelta di abbandonare il principale alleato, entrato nel conflitto al fianco di Teheran con una mossa che ha spaccato la comunità sciita libanese e approfondito l’isolamento del Partito di Dio all’interno del Paese. Il rischio è che la prosecuzione della campagna dello Stato ebraico spinga le fazioni più dure all’…

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La tregua è piena di incognite, perché la guerra ha spezzato tutti gli equilibri nella regione. La prima minaccia è ovviamente la situazione nel Libano, dove Israele vuole portare avanti le operazioni contro Hezbollah nonostante la milizia filoiraniana abbia dichiarato questa mattina di aderire alla sospensione delle ostilità.

Nell’accordo mediato dal governo pakistano era stata inclusa la sospensione dei combattimenti in Libano, ma Netanyahu non intende accettare questo punto. E’ una situazione non secondaria, perché mette gli ayatollah davanti alla scelta di abbandonare il principale alleato, entrato nel conflitto al fianco di Teheran con una mossa che ha spaccato la comunità sciita libanese e approfondito l’isolamento del Partito di Dio all’interno del Paese. Il rischio è che la prosecuzione della campagna dello Stato ebraico spinga le fazioni più dure all’interno degli ayatollah a riprendere gli attacchi missilistici contro Israele, direttamente o attraverso gli Houthi. Le Israeli Defence Force vanno avanti con i loro piani. Hanno ribadito l’ordine di evacuazione per tutto il Libano meridionale dove i tank proseguono la loro marcia e per sette dei quartieri sud di Beirut, quelli a maggioranza sciita, dove sono attesi i bombardamenti.

Non c’è solo Israele a guardare con diffidenza alla cessazione delle ostilità. Almeno tre monarchie del Golfo temono che Donald Trump voglia chiudere il conflitto lasciando al suo posto il regime iraniano: una prospettiva che non intendono accettare. Il primo sono gli Emirati, che hanno subito danni gravi alle infrastrutture e soprattutto temono che la situazione attuale impedisca la ripresa del turismo. Il comunicato ufficiale del governo esalta “l’epica difesa nazionale in una guerra che abbiamo cercato di evitare”. E poi sottolinea: “Oggi ci muoviamo per affrontare uno scenario regionale complesso con un strumenti e conoscenze maggiori, oltre a una capacità più solida di influenzare e condizionare il futuro”. In queste settimane gli emissari degli Eau hanno condotto uno shopping frenetico per rifornire gli arsenali, acquistando sistemi difensivi ma anche mezzi d’attacco in consegna rapida. Attualmente l’aviazione emiratina è in grado di condurre azioni offensive, ma solo di portata limitata: questa mattina ci sono state misteriosi esplosioni sull’isola di Sirri, un avamposto iraniano proprio di fronte a Dubai. Non è escluso che si possa trattare di un’iniziativa per eliminare le postazioni missilistiche prima che si giunga a una pace definitiva. Ma intorno alle 11 c’è stata pure un’incursione di droni.

L’allarme in mattinata è suonato anche in Kuwait, altra nazione che non vede di buon occhio il cessate il fuoco. “Dalle 8 le difese sono state impegnate in un’intensa ondata di attacchi iraniani, affrontando 28 droni”. Molti sono stati intercettati ma ci sono stati “danni materiali significativi a impianti petroliferi, centrali elettriche e impianti di desalinizzazione dell’acqua”. Il Paese è il più vicino all’Iran e ha ospitato le batterie missilistiche statunitensi che hanno colpito da terra i pasdaran in queste settimane. Non ha capacità militari autonome e adesso si sente esposto al ricatto della Repubblica Islamica. La stessa paura del Bahrein, che ha subìto devastazioni gravissime per la ritorsione degli ayatollah e dove la situazione è ancora più incerta. Anche questa mattina c’è stato almeno un missile scagliato dai Guardiani della Rivoluzione contro il piccolo Stato, dove si trova il quartiere generale della V Flotta Usa. E’ stato segnalato un attacco di droni contro l’isola di Sitra, con un ordigno – forse un Patriot della contraerea – precipitato sulle case. Insomma, nel Golfo il conflitto non si è ancora fermato.

Non è chiaro perché proseguano gli assalti iraniani. Un’ipotesi è di natura tecnica: le unità dei pasdaran agiscono in silenzio radio, per evitare di svelare le loro posizioni, secondo un programma pianificato in anticipo e non sarebbero ancora state avvertite della tregua. Ma ci sono interpretazioni più inquietanti: una fazione dei Guardiani della Rivoluzione sarebbe contraria a fermare le armi, perché convinta che in questo momento l’Iran sia in vantaggio e la volontà americana di chiudere rapidamente la guerra offra un’opportunità unica alla Repubblica islamica. Solo nelle prossime ore si riuscirà a capire quali sono gli assetti di potere a Teheran e sei questi raid nel Golfo sono soltanto l’ultima raffica o l’inizio di una turbolenza più insidiosa.

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