Il “mezzano” Asim Munir, il feldmaresciallo pakistano che ha fermato Trump
di Carlo PizzatiChi ha portato questa bizzarra tregua tra Washington e Teheran? Bizzarra perché assomiglia molto all'ennesima tattica TACO di Trump: minaccia totale, poi proroga, poi si vedrà. Non è stata la Nato, nemmeno l'Onu, non la sola Cina, figuriamoci la Turchia e neanche l'Egitto, anche se tutti hanno partecipato al coro. L'ha spinta, almeno per due settimane, il feldmaresciallo Syed Asim Munir Ahmed Shah: ex capo dell'intelligence, generale trasformato in maresciallo per decreto, l’uomo più potente del Paese più contraddittorio della terra, il Pakistan. Il ministro degli Esteri indiano Jaishankar, suo arci-nemico, lo ha definito dalal che in urdu vuol dire ruffiano, mezzano e, in senso meno insolente, intermediario o faccendiere. Un insulto calibrato. Ma anche un riconoscimento involontario.
Per capire perché proprio il Pakistan abbia fatto tirare un sospiro di sollievo al mondo, basta fare la lista di quello che sta succedendo dentro e attorno ai suoi confini in queste settimane: una guerra…
Chi ha portato questa bizzarra tregua tra Washington e Teheran? Bizzarra perché assomiglia molto all'ennesima tattica TACO di Trump: minaccia totale, poi proroga, poi si vedrà. Non è stata la Nato, nemmeno l'Onu, non la sola Cina, figuriamoci la Turchia e neanche l'Egitto, anche se tutti hanno partecipato al coro. L'ha spinta, almeno per due settimane, il feldmaresciallo Syed Asim Munir Ahmed Shah: ex capo dell'intelligence, generale trasformato in maresciallo per decreto, l’uomo più potente del Paese più contraddittorio della terra, il Pakistan. Il ministro degli Esteri indiano Jaishankar, suo arci-nemico, lo ha definito dalal che in urdu vuol dire ruffiano, mezzano e, in senso meno insolente, intermediario o faccendiere. Un insulto calibrato. Ma anche un riconoscimento involontario.
Per capire perché proprio il Pakistan abbia fatto tirare un sospiro di sollievo al mondo, basta fare la lista di quello che sta succedendo dentro e attorno ai suoi confini in queste settimane: una guerra dichiarata contro i Talebani afghani, con bombardamenti su Kabul; attacchi continui dei Talebani pakistani nel territorio nazionale; un'insurrezione separatista in Baluchistan al confine con l’Iran con offensive simultanee in 10 città; tensioni militari perenni in Kashmir con l'India nucleare; il leader più popolare del Paese, l’ex campione di cricket Imran Khan, in carcere, come anche la moglie, con una condanna a 17 anni definita “arbitraria” dall'Onu, in un Paese dove i primi ministri finiscono in media assassinati o dietro le sbarre; quattro milioni e mezzo di lavoratori nel Golfo le cui rimesse, ora in forse, tengono in piedi l'economia; un debito strategico colossale verso la Cina; un patto di difesa con l'Arabia Saudita che potrebbe trascinarlo in guerra contro l'Iran. In tutto questo, il Pakistan ha trovato il modo di farsi “mezzano dell'apocalisse.”
Il motivo è paradossale: non è un Paese forte in nessun teatro, ma è l'unico che attraversa tutti i teatri. Intermediario ideale.
Munir ha costruito con pazienza il canale verso Washington. Nella prima amministrazione Trump, il Pakistan era un fastidio su cui il presidente twittava parole sgarbate. La musica è cambiata. Il Pakistan ha capito come fare meglio di Giorgia Meloni: ha nominato Trump al Nobel per la pace, ha partecipato al suo "Board of Peace" su Gaza, ha portato Munir a pranzo alla Casa Bianca. Il Feldmaresciallo ha sedotto il presidente come si fa con un cliente capriccioso. Il risultato è che oggi Munir sta al telefono tutta la notte con vicepresidente JD Vance, mentre il ministro degli Esteri pakistano Dar tiene il filo con Abbas Araghchi, capo della diplomazia iraniana. Mentre gestisce le sorti del mondo, il Pakistan conduce una guerra sul fronte afghano, dopo aver creduto per decenni di poter usare i Talebani come pedine. Non è andata così: da quando governano a Kabul, gli attentati in Pakistan sono raddoppiati, anche perché Islamabad li ha traditi durante la caccia a Osama bin Laden. A febbraio, la pazienza si è esaurita con i bombardamenti su Nangarhar e Paktika, seguiti dagli attacchi talebani e dalla dichiarazione di guerra aperta.
Il Paese che media la pace regionale combatte simultaneamente sul suo confine settentrionale. A ovest, poi, c'è l'Iran, con cui il Pakistan condivide 900 chilometri di frontiera nel Baluchistan, la provincia più grande e più povera del Paese. Qui i separatisti della Baluchistan Liberation Army combattono da decenni per l'indipendenza, prendendo di mira infrastrutture cinesi, militari, banche. Su questo fronte esiste però un'intesa silenziosa con Teheran: il nazionalismo Baluch attraversa il confine, e i due Paesi hanno un interesse comune a sopprimerlo. Nel 2024 il Pakistan ha bombardato obiettivi della Bla in territorio iraniano, senza che Teheran protestasse formalmente. È questo filo, discreto e non pubblicizzato, uno dei fondamenti della fiducia che rende possibile la mediazione di Munir con Teheran.
Poi c'è “mamma” Cina, che ha investito 62 miliardi di dollari nel Cpec, il Corridoio Economico che collega il porto di Gwadar alla provincia cinese dello Xinjiang. Quando Munir è volato a Pechino per incontrare il ministro degli esteri Wang Yi, il risultato è stato una proposta congiunta per il cessate il fuoco in Iran: non solidarietà diplomatica soltanto, ma interesse industriale diretto. La Cina importa il 40 per cento del suo petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz. Sostenere la mediazione pakistana è politica industriale. E infine ci sono i lavoratori nel Golfo che spediscono a casa 27 miliardi di dollari l'anno. Il Pakistan ha firmato nel settembre 2025 un patto di difesa con l'Arabia Saudita, senza obbligo di intervento automatico. Quando l'Iran ha colpito infrastrutture saudite, Islamabad ha scelto di non considerarlo un casus belli. Il filo è teso, ma non si è rotto.
È questa mappa di dipendenze incrociate, questa rete di debiti e di paure, a spiegare il paradosso. Un Paese forte non farebbe il dalal tra potenze rivali. La debolezza strutturale del Pakistan, la sua impossibilità di permettersi nemici forti, lo ha obbligato a tenere aperto ogni canale, con l’America, la Cina, l’Arabia Saudita, l’Iran. Questa molteplicità di esposizioni lo ha reso, in questo preciso momento storico, l'unico Paese al mondo in grado di chiamare contemporaneamente Washington e Teheran senza che nessuno dei due riattaccasse. Jaishankar voleva insultare Munir. Ha invece descritto con precisione involontaria il meccanismo che ha funzionato: il mezzano, a volte, è l'uomo più importante che ci sia.Benvenuti in Pakistan. Il Paese dove il Feldmaresciallo governa, il leader eletto è in prigione, e, grazie a tutto ciò, per ora il mondo non è esploso.