Un abisso dimenticato da millenni
di Massimo AdinolfiUn’intera civiltà morirà stanotte, ha detto Donald Trump. Forse, ha aggiunto. O forse no. Ma l’ultima volta in cui fu offerta senza giri di parole la resa o la completa distruzione fu quando Cleomede, figlio di Licomede, e Tisia, figlio di Tisimaco, giunsero sull’isola di Melo, misero da parte i discorsi alati e le giustificazioni ipocrite e argomentarono nella maniera più aspra: «I più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano. Riflettete, dunque: la patria è una sola, e la sua sorte da una sola deliberazione sarà decisa, di salvezza o di rovina». Nient’altro che potenza e sottomissione, dunque. Anche gli dèi, dissero, agiscono così.
Qualche anno è passato da allora. Qualche millennio, più precisamente. Non che da allora l’umanità non abbia conosciuto stermini e genocidi, in questa o in quella parte del mondo, e sventure anche più grandi, più orribili e più imperdonabili di quella che il Commander-in-chief ha voluto prospettare, non si sa neppure con quanta e…
Un’intera civiltà morirà stanotte, ha detto Donald Trump. Forse, ha aggiunto. O forse no. Ma l’ultima volta in cui fu offerta senza giri di parole la resa o la completa distruzione fu quando Cleomede, figlio di Licomede, e Tisia, figlio di Tisimaco, giunsero sull’isola di Melo, misero da parte i discorsi alati e le giustificazioni ipocrite e argomentarono nella maniera più aspra: «I più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano. Riflettete, dunque: la patria è una sola, e la sua sorte da una sola deliberazione sarà decisa, di salvezza o di rovina». Nient’altro che potenza e sottomissione, dunque. Anche gli dèi, dissero, agiscono così.
Qualche anno è passato da allora. Qualche millennio, più precisamente. Non che da allora l’umanità non abbia conosciuto stermini e genocidi, in questa o in quella parte del mondo, e sventure anche più grandi, più orribili e più imperdonabili di quella che il Commander-in-chief ha voluto prospettare, non si sa neppure con quanta esatta comprensione del senso delle sue stesse parole (lasciandoci così sperare che si tratti solo dell’ennesima iperbole, dell’ennesima esibizione sbruffona, dell’ennesima prova di brutale e inutile arroganza).
Non che non siano mai state formulate, nella storia recente o lontana, minacce, ingiunzioni, ultimatum; o che non siano mai state richieste rese e capitolazioni. Ma quel che non può lasciare indifferenti, che suona decisamente fuori scala, è l’idea che il Presidente degli Stati Uniti d’America, nelle stesse ore in cui saluta orgoglioso gli astronauti che hanno portato l’umanità più lontano che mai, là dove la Terra scompare azzurrina sotto l’orizzonte della Luna, possa mettere sul piatto della bilancia, anche solo a titolo di ipotesi, la fine di una intera civiltà. Cosa ha creduto di minacciare Trump? Un popolo e le sue tradizioni, una lingua e la sua cultura, le case le strade e le moschee, le industrie e i bazar?
In un saggio politico-psicologico di qualche anno fa, Peter Sloterdijk passava in rassegna le forme di accumulazione dell’ira, «prima parola d’Europa», che, dai tempi dell’Achille omerico, all’inizio della civilizzazione occidentale, hanno segnato la storia umana. Tramontato il tempo degli eroi, dell’orgoglio e della guerra fra i popoli antichi, le religioni monoteiste hanno dirottato nell’Aldilà il patrimonio dell’ira. In tempi moderni, si è accesa invece, in nome dell’uguaglianza, l’ira degli oppressi e l’utopia della militanza rivoluzionaria. Ma anche questo fuoco si è spento e l’ira si è dispersa: il fondamentalismo islamico, scriveva il filosofo all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, cova secolari risentimenti ma riesce ad accendere solo pochi focolai di violenza. Manca, all’ampio disegno tracciato da Sloterdijk, quel che si può sospettare oggi nelle parole di Trump: che l’ira tornasse ad accumularsi non nelle periferie diseredate del mondo, ma nel suo centro, dietro la bianca facciata in arenaria della White House. Da lì, infatti, il 47esimo Presidente della nazione più potente al mondo manda all’inferno quei pazzi bastardi dei suoi nemici, minacciandoli di spazzarli via e di distruggerli completamente.
Non so cosa succederà: quale attacco di quale portata l’Iran dovrà subire. Ma non credo sia solo una questione di entità dei bombardamenti oppure di stile disinvolto nelle trattative, o anche solo di calcolo geopolitico (dopo tutto, gli Ateniesi, a Melo, formulavano con molto maggiore equilibrio la loro cruda politica di potenza). Ho timore, invece, che, si superi o no la linea rossa tracciata per stanotte da Donald Trump, i giorni dell’ira stiano per davvero tornando.