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In Iran catene umane per difendersi, poi l’annuncio: “Abbiamo vinto”

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Il regime: “Accettate le nostre condizioni”. Pezeshkian aveva chiamato il popolo alla resistenza: “14 milioni pronti a morire”
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Una girandola di telefonate, cablo diplomatici, contatti diretti e indiretti. La mediazione del Paksitan che si fa più pressante, il gioco di squadra con i turchi, poi l’intervento, decisivo, della Cina. Quando a Teheran è piena notte l’annuncio sul canale 6 della tv di stato che investe una nazione con il fiato sospeso: cessate il fuoco per due settimane. L’apparato della Repubblica islamica la vende come vittoria, parla di «ritirata umiliante di Trump» che ha «accettato le condizioni dell’Iran». Ma è tattica ad uso interno che a tanti iraniani non interesserà. Quel che conta è tirare un sospiro si sollievo, evitare l’apocalisse.

A cambiare verso a una giornata da incubo iniziata con la minaccia di Trump di cancellare la civiltà iraniana è Il messaggio del premier pakistano che, a sera, spezza l’angoscia dell’attesa. Shehbaz Sharif chiede a Trump due settimane in più per dare spazio alla diplomazia e agli iraniani la riapertura di Hormuz come gesto di buona volontà. La Repubblic…

Una girandola di telefonate, cablo diplomatici, contatti diretti e indiretti. La mediazione del Paksitan che si fa più pressante, il gioco di squadra con i turchi, poi l’intervento, decisivo, della Cina. Quando a Teheran è piena notte l’annuncio sul canale 6 della tv di stato che investe una nazione con il fiato sospeso: cessate il fuoco per due settimane. L’apparato della Repubblica islamica la vende come vittoria, parla di «ritirata umiliante di Trump» che ha «accettato le condizioni dell’Iran». Ma è tattica ad uso interno che a tanti iraniani non interesserà. Quel che conta è tirare un sospiro si sollievo, evitare l’apocalisse.

A cambiare verso a una giornata da incubo iniziata con la minaccia di Trump di cancellare la civiltà iraniana è Il messaggio del premier pakistano che, a sera, spezza l’angoscia dell’attesa. Shehbaz Sharif chiede a Trump due settimane in più per dare spazio alla diplomazia e agli iraniani la riapertura di Hormuz come gesto di buona volontà. La Repubblica islamica sembra favorevole, Washington non respinge la proposta: il cessate il fuoco, seppur temporaneo, appare vicino. Il Pakistan è riuscito nell’impresa di avvicinare posizioni lontanissime. Asim Munir, il capo di stato maggiore di Islamabad, protagonista nella partita del negoziato, ha fatto pesare le sue connessioni: l’amicizia con il presidente Usa, la vicinanza con i pasdaran, il patto di difesa con l’Arabia saudita che - ha fatto capire agli iraniani - i pakistani avrebbero dover attivare se la guerra si fosse estesa al Golfo. Ma decisivo, racconta il New York Times, è stato l’intervento «dell’ultimo minuto della Cina, un alleato chiave, che ha chiesto all’Iran di mostrare flessibilità e disinnescare le tensioni, e in mezzo alle crescenti preoccupazioni per la devastazione economica dovuta ai danni alle infrastrutture critiche».

Il cessate il fuoco alla fine arriva, confermato da entrambe le capitali. Washington e Teheran. Gli iraniani sostengono che sia stato approvato anche dalla nuova guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, sebbene non siano chiare le sue reali condizioni di salute. Secondo il Times sarebbe addirittura incosciente. Ma adesso per gli iraniani questo non conta, l’unica parola che ha un peso è tregua, e forse persino fine della guerra, vera pace. L’apertura di Trump a considerare la proposta dell’Iran in 10 punti come base per il negoziato ha contribuito al primo successo della diplomazia che ora dovrà fare i conti con lo scoglio più duro, la realtà, a cominciare dalla riapertura di Hormuz. Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi conferma che sarà riaperto per due settimane sotto il controllo militare iraniano.

Per gli iraniani è la prima alba senza bombe da 40 giorni, e arriva dopo ore di terrore. Assan aveva sigillato le finestre con assi di legno. Arash aveva fatto incetta di benzina, nella paura che Trump scatenasse davvero l’apocalisse colpendo e centrali elettriche. «Siamo tutti stressati», dice Maryam, 34 anni, che lavora in un’azienda di consulenza. Chi poteva è scappato da Teheran verso il nord, gli altri sono rimasti raccattando generatori, cibo, torce, candele, power bank.

Per tutto il giorno il paese è stato in allerta. Il governo ha chiamato la nazione alla difesa. «Oltre 14 milioni di fieri iraniani hanno, finora, dichiarato la loro prontezza a sacrificare le proprie vite a difesa dell’Iran e io sono uno di loro», aveva scritto il presidente Pezeshkian. Il gesto di un musicista, Ali Ghamsari, noto suonatore di Tar, ha scosso e commosso: accampato davanti alla centrale di Davamand aveva promesso di restare lì e suonare a oltranza per opporsi alla distruzione di un patrimonio nazionale. Centinaia di sostenitori del governo avevano risposto all’appello del ministro dello sport a inscenare catene umane intorno a centrali e ponti per difendere la nazione, schermando col proprio le sue infrastrutture. Un moto di orgoglio e di azione a difesa del Paese che ha coinvolto anche chi alla Repubblica islamica non ha mai fatto sconti.

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