✕

Negoziato Usa-Iran, tutti a Islamabad in cerca dell’accordo di pace: l’uranio il principale ostacolo

Ascolta l'audio

Appuntamento sabato nella capitale pachistana. Vance guiderà la delegazione americana, Ghalibaf quella iraniana. Accuse reciproche di aver modificato le condizioni della tregua sul Libano, il nucleare e la libertà di navigazione
2 minuti di lettura

La data c’è: sabato, 11 aprile. Il luogo pure, la capitale inedita protagonista di uno sforzo negoziale che molti consideravano impossibile, e che invece ha portato al cessate il fuoco: Islamabad. I capi delle delegazioni sono pronti: il vicepresidente degli Stati Uniti, J D Vance, che si gioca la partita più importante nella sua corsa verso una possibile presidenza, insieme a Steve Witkoff e Jared Kushner per l’America; lo speaker del Parlamento, Mohammed Ghalibaf, e il ministro degli esteri, Abbas Araghchi, per l’Iran. Potrebbe essere l’incontro che fa la Storia, il primo negoziato diretto tra i rappresentanti di due nazioni ostili da 47 anni, il segno che una nuova era politica è cominciata dopo l’uccisione di Ali Khamenei che si era sempre opposto a colloqui diretti con il “satana” americano. Ma la tregua siglata nella notte tra martedì e mercoledì è ancora troppo fragile per avere la certezza che tutto questo accada davvero.

In mezzo c’è Beirut, sfregiata a morte dagli attac…

La data c’è: sabato, 11 aprile. Il luogo pure, la capitale inedita protagonista di uno sforzo negoziale che molti consideravano impossibile, e che invece ha portato al cessate il fuoco: Islamabad. I capi delle delegazioni sono pronti: il vicepresidente degli Stati Uniti, J D Vance, che si gioca la partita più importante nella sua corsa verso una possibile presidenza, insieme a Steve Witkoff e Jared Kushner per l’America; lo speaker del Parlamento, Mohammed Ghalibaf, e il ministro degli esteri, Abbas Araghchi, per l’Iran. Potrebbe essere l’incontro che fa la Storia, il primo negoziato diretto tra i rappresentanti di due nazioni ostili da 47 anni, il segno che una nuova era politica è cominciata dopo l’uccisione di Ali Khamenei che si era sempre opposto a colloqui diretti con il “satana” americano. Ma la tregua siglata nella notte tra martedì e mercoledì è ancora troppo fragile per avere la certezza che tutto questo accada davvero.

In mezzo c’è Beirut, sfregiata a morte dagli attacchi israeliani. Teheran è decisa a difendere il cessate il fuoco anche in Libano, a preservare quella “unità dei fronti”, pilastro della dottrina di difesa ideata dal defunto generale Soleimani, che invece Israele vuole spezzare per mettere in sicurezza i suoi confini. «La palla è nel campo degli Stati Uniti, devono scegliere, cessate il fuoco o continuare la guerra tramite Israele», dichiara Araghchi a tarda sera. Dopo poco, è anche Ghalibaf, il generale ex Pasdaran, diventato tra gli uomini più influenti a Teheran, a dare il suo ultimatum: gli Usa hanno violato il cessate il fuoco, così i negoziati sono «irragionevoli». Cita un drone in sorvolo sui cieli iraniani, gli attacchi in Libano, ma soprattutto il diritto all’arricchimento dell’uranio negato da Trump.

Sarà uno dei due punti cruciali di queste trattative, se partiranno: il nucleare e Hormuz. Per tutta la giornata ieri si sono rincorse notizie e smentite su quale sia la base concordata da cui partire nei colloqui. I media iraniani hanno fatto circolare una bozza di dieci punti, con condizioni che gli americani avevano già bocciato in passato: revoca di tutte le sanzioni, controllo di Teheran sullo stretto, il ritiro dei soldati Usa dal Medioriente, la fine degli attacchi contro l’Iran e i suoi alleati. In una versione diffusa solo in farsi, gli iraniani hanno inserito anche l’ “accettazione del diritto all’arricchimento”, il tallone di Achille che ha fatto naufragare tutti i precedenti tentativi di accordo, portando alla guerra.

Trump ha smentito diversi di questi punti. Ha ribadito che «non ci sarà nessun arricchimento», ha parlato di alleggerimento delle sanzioni, non di rimozione, di un possibile missione congiunta con gli iraniani per estrarre insieme il tesoro di Isfahan, i 400 kg di uranio arricchito che nelle intenzioni di Washington dovrebbero essere portati fuori dall’Iran. La Casa Bianca afferma che i dieci punti passati ai media non sono quelli concordati e sui quali, invece, si discuterà in Pakistan a «porte chiuse». Sul Libano gli americani smentiscono anche i mediatori, sostenendo che non facesse parte dell’accordo per la tregua.

Su Hormuz, che si è rivelata la principale conquista strategica degli iraniani in questa guerra, Trump sembra pronto a concessioni significative: sto pensando a una “joint venture” con l’Iran per garantire la sicurezza dello Stretto, ha detto. Gli iraniani vogliono il diritto di riscuotere pedaggi, in bitcoin o yuan, dalle navi in transito. Secondo alcune fonti, fino a 2 milioni di dollari per ogni nave da dividere con l’Oman, i soldi servirebbero a Teheran per la ricostruzione. E Trump vuole partecipare all’affare. L’idea, tuttavia, è destinata a incontrare molte resistenze, dai Paesi del Golfo ma anche dagli europei, dalla Cina, dalle nazioni Unite che ancora ieri hanno invocato la libertà di navigazione.

Per le monarchie arabe alleate di Trump sarebbe uno smacco storico: sottomettersi al controllo di Teheran in un’area di mare che ha fatto la loro fortuna, con milioni di barili di petrolio spediti ogni giorno a mezzo mondo. «Attendiamo il primo round di negoziati di persona con l’Iran», ha ribadito la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt. Ma al tavolo di Islamabad siederanno virtualmente in tanti, a cominciare dalle monarchie che hanno costruito con gli Usa l’era dei petrodollari, oggi a rischio di declinare.

Leggi i commenti