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La Ue prepara la missione: fregate e sminatori italiani a Hormuz

(reuters)

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L’Europa con Canada e altri 30 paesi si preparano a scortare le navi: ma solo quando la tregua sarà consolidata e con l’accordo dell’Iran
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Una coalizione di volenterosi per tutelare la sicurezza delle rotte navali nel Golfo, ma solo quando le armi si saranno fermate. In tutte le capitali europee, e non solo, si stanno mettendo a punto i piani per schierare una flotta a Hormuz: anche Palazzo Chigi ha dato la disponibilità a mandare le navi della Marina militare. A dare corpo al lavoro delle cancellerie e degli Stati maggiori è un passaggio del comunicato firmato ieri dai leader di alcuni Paesi del Vecchio Continente, inclusa Giorgia Meloni, dal Canada e dai vertici della Commissione Ue: «I nostri governi contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz».

Nonostante le indiscrezioni, viene escluso in questa fase un ruolo della Nato. Lo ha detto esplicitamente nelle scorse settimane il primo ministro britannico Keir Starmer, uno dei promotori della coalizione: «Lasciatemi essere chiaro, questa non sarà e non è mai stata immaginata come una missione dell’Alleanza atlantica». L’obiettivo è pre…

Una coalizione di volenterosi per tutelare la sicurezza delle rotte navali nel Golfo, ma solo quando le armi si saranno fermate. In tutte le capitali europee, e non solo, si stanno mettendo a punto i piani per schierare una flotta a Hormuz: anche Palazzo Chigi ha dato la disponibilità a mandare le navi della Marina militare. A dare corpo al lavoro delle cancellerie e degli Stati maggiori è un passaggio del comunicato firmato ieri dai leader di alcuni Paesi del Vecchio Continente, inclusa Giorgia Meloni, dal Canada e dai vertici della Commissione Ue: «I nostri governi contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz».

Nonostante le indiscrezioni, viene escluso in questa fase un ruolo della Nato. Lo ha detto esplicitamente nelle scorse settimane il primo ministro britannico Keir Starmer, uno dei promotori della coalizione: «Lasciatemi essere chiaro, questa non sarà e non è mai stata immaginata come una missione dell’Alleanza atlantica». L’obiettivo è presentarsi nella regione in maniera quanto più autonoma dagli Stati Uniti, con una netta presa di distanze dalla guerra di Donald Trump. Ma non potrà essere neppure un’operazione dell’Unione europea, perché c’è l’intenzione di allargarla a quanti più Paesi possibili: Londra ha ipotizzato il coinvolgimento di almeno 35 nazioni di tutto il mondo.

Finora l’attività degli ammiragliati è quella che viene definita “prudent planning”: elaborare diverse opzioni di intervento da mettere a disposizione delle autorità politiche. Un punto di riferimento è Emasoh, la squadra europea creata nel 2020 proprio per pattugliare lo Stretto di Hormuz su spinta francese. In quell’occasione l’Italia mise a disposizione una fregata, un’unità logistica e un drone Reaper basato a Gibuti. Nel maggio 2024 questa attività venne congelata: in parte perché veniva a sovrapporsi con il dispositivo sempre europeo di Aspides tra Mar Rosso e Oceano Indiano; in parte perché a metà aprile c’era stato il primo grande attacco iraniano contro Israele, con la risposta dello Stato ebraico.

Oggi tra gli scenari che vengono vagliati c’è la scorta alle petroliere, che andrebbe condotta con fregate secondo lo stesso schema adottato nel Mar Rosso contro le incursioni degli Houthi. Ma nel Golfo viene reputata indispensabile la presenza anche di cacciamine nell’eventualità che i pasdaran possano seminare ordigni sommersi lungo la rotta del greggio. Finora le indiscrezioni sulla presenza di mine non sono state confermate, ma si tratta di una minaccia che non può essere esclusa.

La richiesta avanzata a Roma riguarda proprio questi mezzi: la nostra Marina è considerata un’eccellenza nel settore e ha gestito due campagne di sminamento nel Golfo nel 1988 e nel 1991. Un paio di unità della classe Lerici - costruite in vetroresina per non attivare gli inneschi magnetici - potrebbero essere destinate a questa spedizione, con la scorta di almeno una fregata. Il governo Meloni nelle scorse settimane ha sempre specificato che uno schieramento militare nel Golfo sarebbe potuto avvenire solo sotto bandiera Onu. Al momento i “volenterosi” fanno riferimento alla risoluzione 2817 approvata dal Palazzo di Vetro il 16 marzo che condanna “le interferenze iraniane nella navigazione attraverso Hormuz”.

La Gran Bretagna nei giorni scorsi ha trasferito a Gibilterra una nave specializzata, la Proteus, che gestisce una serie di droni sottomarini per neutralizzare le trappole esplosive. Anche una seconda unità - la Lyme Bay, che serve anche da appoggio per operazioni anfibie – potrebbe venire mobilitata per coordinare la spedizione britannica. Londra conta su una base in Qatar, dove i suoi militari hanno preso parte attivamente alla difesa contro i droni iraniani. Una spinta determinata per l’operazione sicurezza viene pure dalla Francia, che invece ha un’infrastruttura portuale negli Emirati.

Secondo Der Spiegel, pure la Bundeswehr sta portando avanti una “pianificazione preventiva” anche se il punto di vista tedesco è chiaro ed è condiviso da tutti i partner: non sono possibili attività di natura militare senza un accordo con l’Iran, che al momento non è intenzionato a rinunciare al controllo di Hormuz. Anzi, Teheran si sente rafforzata nelle sue pretese dalle concessioni prospettate dagli Stati Uniti nella bozza di trattativa: una linea che potrebbe impedire qualsiasi iniziativa internazionale per ripristinare il diritto alla navigazione.

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