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Il biografo della regina: “La morte, l’esaurimento nervoso, la Brexit: tutto su Elisabetta II”

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Parla Robert Hardman, autore dell’ultimo “Elizabeth II”, a pochi giorni dal centenario della nascita della monarca: le accuse di aver protetto l’ex principe Andrea, il rapporto con Trump, i suoi veri sentimenti sull’Europa e quando decise di pagare le tasse
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LONDRA – La regina Elisabetta II e i suoi ultimi giorni prima della morte, l’esaurimento nervoso che la fece scomparire dalla scena pubblica per una settimana, che cosa pensava davvero della Brexit, e se ha protetto il suo “figlio preferito”, l’ex principe Andrea. Robert Hardman, 61 anni, è uno dei più grandi esperti della Royal Family nel Regno e ha appena pubblicato "Elizabeth II: in private, in public, the inside story" (Macmillan). In occasione dell'imminente centenario dalla nascita della leggendaria Queen (21 aprile 1926), Hardman è ritornato da un incontro con Donald Trump qualche settimana fa e ieri ha discusso con i giornalisti della sua opera e dei segreti della regina, presso la stampa straniera di Londra "Foreign Press Association" (Fpa).

Robert Hardman, innanzitutto perché è andato a trovare Trump qualche settimana fa?

"Sono andato a Mar-a-Lago per lunghe conversazioni con il presidente americano sulla regina Elisabetta, perché lui ne era un grande ammiratore. Ha anche u…

LONDRA – La regina Elisabetta II e i suoi ultimi giorni prima della morte, l’esaurimento nervoso che la fece scomparire dalla scena pubblica per una settimana, che cosa pensava davvero della Brexit, e se ha protetto il suo “figlio preferito”, l’ex principe Andrea. Robert Hardman, 61 anni, è uno dei più grandi esperti della Royal Family nel Regno e ha appena pubblicato "Elizabeth II: in private, in public, the inside story" (Macmillan). In occasione dell'imminente centenario dalla nascita della leggendaria Queen (21 aprile 1926), Hardman è ritornato da un incontro con Donald Trump qualche settimana fa e ieri ha discusso con i giornalisti della sua opera e dei segreti della regina, presso la stampa straniera di Londra "Foreign Press Association" (Fpa).

Robert Hardman, innanzitutto perché è andato a trovare Trump qualche settimana fa?

"Sono andato a Mar-a-Lago per lunghe conversazioni con il presidente americano sulla regina Elisabetta, perché lui ne era un grande ammiratore. Ha anche un ritratto della Queen: l’ultimo dipinto per cui lei posò. È opera di un’artista britannico-polacca chiamata Barbara Hamilton, che ritrasse la regina nella primavera del 2022, pochi mesi prima della sua morte. Alla fine, a Elisabetta piacque talmente tanto che disse che lo volle al castello di Windsor. Successivamente, Hamilton dipinse anche Trump. Mentre lo ritraeva, gli parlò di questo quadro con la sovrana, e lui fu molto interessato ad averne una copia. Così lei ne realizzò una per lui. Quando ho incontrato Trump, il quadro gli era stato appena consegnato, e decise di appenderlo nella State Dining Room, da solo, senza la presenza di altri dipinti, su un magnifico affresco italiano, con una scena di navi medievali”.

Che rapporto aveva Elisabetta II con Trump?

"Il loro primo incontro avvenne nel 2018, durante la sua visita ufficiale a Londra. Era previsto che durasse tra i 15 e i 20 minuti, ma si protrasse per quasi un’ora, perché iniziarono semplicemente a conversare. Il presidente Trump fu molto educato e rispettoso nei suoi confronti. La ammirava profondamente. Avevano anche alcuni elementi in comune che facilitarono la conversazione: entrambi avevano madri scozzesi. Inoltre, entrambi possedevano proprietà in Scozia: nel caso di Trump, campi da golf, nel caso della Regina, residenze come il castello di Balmoral. Trump mi ha rivelato che una delle prime cose che le chiese fu: ‘Voglio sapere chi è il suo presidente preferito. Avanti, chi è? Dwight D. Eisenhower? Ronald Reagan?’. La Regina rimase impeccabile e non rispose. Alla fine lui rinunciò, e provò a farle dire anche il suo primo ministro britannico preferito, ma anche stavolta senza successo. Lì capì perché fosse stata così epica e perché avesse regnato così a lungo: altri, lui compreso, avrebbero dato una risposta. Lei no. Non si sbilanciava mai. C’era comunque un senso di rispetto reciproco. La Regina nutriva anche un profondo affetto per gli Stati Uniti e considerava l’alleanza transatlantica fondamentale per l’ordine mondiale del dopoguerra. Nel dopoguerra, con un Regno impoverito e una Londra grigia, uno dei pochi simboli di entusiasmo fu il musical Oklahoma!, che la Regina amava moltissimo: lo vide più volte e ne conosceva tutte le canzoni. Anche durante il suo corteggiamento con il futuro marito principe Filippo, quella musica faceva parte della sua vita. Tornando a Trump, esiste anche il mito che sia stato scortese durante il loro primo incontro, in particolare durante l’ispezione delle truppe, quando sembrò camminare davanti alla Regina. In realtà, stava seguendo il protocollo: è l’ospite che precede, mentre il padrone di casa segue. Lui stesso rimase sorpreso da quella critica”.

Lo scandalo Epstein e le accuse di insabbiamento riguardo all’ex principe e suo “figlio preferito” Andrea stanno offuscando l’icona sinora intoccabile di Elisabetta?

“Non credo. È chiaro che tutte le recenti rivelazioni su Andrea e i file legati a Jeffrey Epstein sono emerse dopo la sua morte. Ma penso che, negli anni a venire, gli storici prenderanno le distanze e guarderanno l’insieme. L’episodio di Andrea e tutta la vicenda Epstein, sono sicuramente importanti, non voglio affatto minimizzarli. Ma resta una parte relativamente limitata all’interno di un regno durato settanta anni. Elizabeth II è stata la monarca più longeva della nostra storia. Ha presieduto a cambiamenti epocali: ha dovuto smantellare un impero e trasformarlo nel Commonwealth, e farlo con grazia. Ha guidato il Paese dentro l’Europa e poi fuori dall’Europa, attraverso molteplici conflitti. È stata l’ultima leader mondiale ad aver servito durante la Seconda guerra mondiale. Ha parlato a più generazioni. Quando salì al trono nel 1952, a 25 anni, madre di due figli, metà delle nazioni oggi esistenti non erano ancora nate. Insomma, era una figura globale. Certo, oggi la vicenda di Andrea è in primo piano. Ma bisogna ricordare che molti trovano comodo attribuire tutto a lei, dicendo: “Era il suo figlio preferito, gli era concesso tutto proprio per questo”. Ma non è così. Nel mio libro entro nel dettaglio del loro rapporto: chi sostiene che fosse il suo preferito usa una scorciatoia mediatica, ma la realtà è molto più complessa. Andrea era il figlio per cui lei si preoccupava di più. Non era un “figlio d’oro” coccolato più degli altri: era quello che la preoccupava davvero”.

Perché?

“Negli altri tre figli (re Carlo, Anna ed Edoardo, ndr) vedeva sicurezza e indipendenza: sapeva che se la sarebbero cavata. Con Andrea, invece, soprattutto dopo che questi lasciò la Marina, temeva che si sarebbe perso. Non era particolarmente brillante ed era, in effetti, piuttosto manipolabile, come abbiamo scoperto. C’è anche la percezione diffusa che sia stata la regina a procurargli il ruolo di inviato commerciale, per cui ora Andrea è accusato di aver passato informazioni governative segrete ad Epstein, e che quindi sia colpa sua. Ma è completamente errato. Come spiego nel libro, nel 2001, quando Andrea stava per lasciare la Royal Navy, la regina e il Palazzo cercarono con insistenza di convincere la Marina a trattenerlo. Ma la Royal Navy non riuscì a trovare un ruolo adeguato: non c’era più spazio per lui. Fu il governo di Tony Blair, su impulso di Peter Mandelson (indagato e accusato anche lui negli Epstein Files, ndr), a suggerire che potesse diventare una sorta di ambasciatore per il commercio britannico, sfruttando la sua popolarità come membro della Royal Family. Dunque, dire oggi che sia tutta colpa della regina è semplicemente sbagliato. Certo, lei adorava suo figlio, ma non era cieca di fronte ai suoi difetti. Un’altra cosa emersa è che era anche favorevole a fargli lasciare la reggia Royal Lodge nel castello di Windsor, dal quale lo avrebbe poi sfrattato il fratello Carlo, una volta diventato re. Poi arrivò il Covid e tutto si complicò ulteriormente. Come dicevo, non era cieca di fronte ai suoi errori, ma fu profondamente colpita dalla sua caduta. Nel libro racconto che uno dei momenti più tristi per lei fu quando, dopo i primi scandali legati ad Epstein, dovette annunciare il ritiro di Andrea dalla vita pubblica: qualcuno disse di non averla mai vista così abbattuta. Se c’è una sola consolazione, è che non abbia dovuto assistere a ciò che è accaduto dopo”.

Nel libro lei rivela che anche la regina ebbe un esaurimento nervoso.

“Già. Tendiamo a considerare la Queen come l’incarnazione perfetta del “keep calm and carry on”. Ed era davvero così: una persona immensamente stoica, molto coraggiosa. Ma nella sua vita affrontò diverse situazioni di pericolo, momenti davvero spaventosi. Tutto, però, culminò nell’estate del 1969, un periodo davvero straordinario. In quelle settimane stava per andare in onda un documentario reale, Royal Family, destinato agli schermi britannici e internazionali. Era un progetto rivoluzionario: per la prima volta le telecamere entravano a Palazzo per mostrare da vicino la vita della monarchia. Il documentario era legato a un evento importante: l’investitura dell’erede al trono Carlo come Principe di Galles, poco prima del suo ventunesimo compleanno. La cerimonia al Caernarfon Castle fu pensata anche per la televisione: di fatto, il primo grande evento reale costruito con il mezzo televisivo in mente, in coincidenza dell’avvento della tv a colori. C’era quindi moltissimo in gioco. Ma, nel frattempo, in Galles stava emergendo un’attività separatista violenta: attentati, bombe, vittime. L’Irlanda del Nord sarebbe esplosa di lì a poco con i Troubles. L’investitura di Carlo veniva vista quasi come una seconda incoronazione, un evento enorme, ma si svolgeva in un clima di tensione e terrorismo. La mattina stessa della cerimonia, mentre il corteo si dirigeva verso il castello, si udì l’esplosione di una bomba. Tutta la pressione accumulata raggiunse il culmine. Quando la cerimonia terminò, si vedono le immagini della regina sorridente, visibilmente sollevata. Ma, tornata a Buckingham Palace, scomparve per una settimana intera, proprio nel pieno della stagione mondana. Avrebbe dovuto partecipare al torneo di tennis a Wimbledon, ma annullò tutto. In seguito ho scoperto, da una persona a lei molto vicina, che fu il momento più vicino a un esaurimento nervoso. Non un crollo totale, ma un esaurimento da stress. Il Palazzo parlò ufficialmente di influenza, cosa piuttosto improbabile a luglio, e così riportò la stampa. In realtà, era arrivata al limite: quindi si mise a letto e si fermò. Eppure, quello stesso periodo fu straordinario anche per altri motivi: poche settimane dopo ci fu lo sbarco sulla Luna, ma nel Regno Unito più persone guardarono il documentario sulla Royal Family che l’allunaggio. Quel documentario, spesso descritto oggi come un errore, fu in realtà il più grande successo televisivo fino a quel momento. Ma nel 1969 tutta quella pressione divenne eccessiva. Ed è significativo che quello sia stato l’unico anno senza il tradizionale messaggio di Natale della monarca. A dicembre, la Regina disse semplicemente che il pubblico l’aveva vista abbastanza. Così, il giorno di Natale del 1969, invece del consueto discorso, gli spettatori videro una replica del documentario…”.

Che idea si è fatto della sua morte, l’8 settembre 2022?

"Penso che la transizione sia stata estremamente fluida. Il fatto che non ci sia stata una lunga e lenta fase di declino è un altro aspetto notevole. Molti temevano che si potesse verificare una situazione simile a quella della regina Vittoria, con settimane di attesa e continui aggiornamenti medici mentre le condizioni peggioravano gradualmente. Invece è stato tutto sorprendentemente rapido, esattamente come lei avrebbe voluto. In modo silenzioso, quasi impercettibile. Non ci furono lunghe attese, né folle radunate per giorni. Alcuni membri della Royal Family stavano ancora arrivando al suo capezzale quando spirò. La Storia lo ricorderà come un passaggio di potere estremamente lineare e naturale".

La regina era davvero per la Brexit? Ci sono state enorme speculazioni su questo tema.

"Ho incontrato persone che la conoscevano molto bene e che erano convinte fosse favorevole alla Brexit. Altro, altrettanto vicine a lei, assolutamente certe che fosse per il restare in Ue. Poco prima del referendum il tabloid Sun aprì il giornale con il titolo: ‘La Regina sostiene la Brexit’. In realtà, si è poi scoperto che si basava su un commento fatto durante un pranzo diversi anni prima, quando il termine ‘Brexit’ non esisteva ancora e non si parlava affatto di referendum. In quell’occasione aveva detto: ‘Non capisco perché non possiamo semplicemente uscirne’, dall'Ue. Ma questo non significa essere favorevoli alla Brexit: indicava piuttosto una certa esasperazione per il funzionamento di alcune istituzioni".

E una volta le venne rinfacciato di aver indossato un cappello troppo “europeo”, con i colori della Ue.

“Vero. Potrebbe anche essere stato un piccolo scherzo della sua guardarobiera. La regina prestava attenzione a ciò che indossava, ma non era lei a decidere tutto nei dettagli. La sua storica assistente personale, Angela Kelly, ebbe un ruolo fondamentale negli ultimi anni, contribuendo anche a rinnovare la sua immagine pubblica. Nel suo libro racconta che, quando scoppiò la polemica sul cappello, dissero che era solo una coincidenza, ma che li fece sorridere. In ogni caso, credo che Elisabetta, come tutto il Regno Unito, fosse divisa sulla Brexit. Non si può sapere con certezza, e probabilmente nessuno lo saprà mai. In generale, però, credeva nel consenso, nella cooperazione, nel lavoro di squadra e nelle alleanze: elementi che farebbero pensare a una leggera inclinazione verso il ‘Remain’, a restare in UE. Ma resta una supposizione. Proprio perché era così brava a rimanere neutrale, molte persone tendono a proiettare su di lei le proprie opinioni: ‘Sicuramente la pensava così’, dicono, ma in realtà non lo sappiamo. Quello che si può dire con più sicurezza è che, all’inizio, fu decisamente favorevole all’ingresso nella Comunità Europea. Se si leggono i suoi discorsi del 1972, risultano molto diretti, cosa che il suo staff degli ultimi anni trovava sorprendente. All’epoca, però, non era un tema controverso: il governo di Edward Heath le forniva discorsi fortemente favorevoli all’ingresso nel Mercato Comune, e lei li pronunciava con convinzione. In ogni caso, fu una figura presente prima, durante e dopo l’appartenenza del Regno Unito all’Unione Europea. Questo, più di ogni altra cosa, dimostra l’ampiezza straordinaria del suo regno. Non c’è praticamente nessun altro leader mondiale, e certamente nessuno in Europa, che sia stato in carica prima dell’ingresso, durante la permanenza e dopo l’uscita dall’Unione Europea”.

La Royal Family continua ad avere un sistema di finanziamento molto controverso.

"Le finanze reali sono, e continueranno a essere, uno degli aspetti più controversi della monarchia. È sempre stato così, e probabilmente lo sarà anche in futuro. In realtà, tutto ciò che riguarda le finanze del "Crown Estate" è regolato dal Tesoro e dal governo. Non è qualcosa che la famiglia reale possa gestire liberamente. Diverso è il caso delle proprietà private, che funzionano come beni personali. Il tema del Crown Estate resta comunque controverso, soprattutto alla luce della vicenda Andrea. Per quanto riguarda invece le principali fonti “semi-private” di reddito reale, si tratta di strutture di origine medievale: il Ducato of Lancaster, che finanzia il sovrano, e il Ducato di Cornovaglia, che sostiene l’erede al trono. Questi sistemi esistono da oltre mezzo millennio e sono sempre più messi in discussione. Molti si chiedono, ad esempio, perché un agricoltore debba pagare un affitto al ducato, che poi va direttamente al monarca. È così che il sistema è stato strutturato nei secoli, ma oggi il dibattito è aperto. Queste strutture dovrebbero esistere? E, se sì, come dovrebbero essere regolamentate? Non è qualcosa che la monarchia possa decidere da sola. Uno dei momenti più interessanti del regno fu nel 1992, durante una forte pressione mediatica sul fatto che la Regina non pagasse le tasse. Questa esenzione derivava da un accordo storico risalente al periodo successivo all’abdicazione di Edoardo VIII (zio di Elisabetta, ndr), quando rinunciò al trono. Per evitare il collasso finanziario della monarchia, fu stabilito un compromesso con il governo di Neville Chamberlain: i beni reali restavano formalmente alla Corona, ma il sovrano non era tenuto a pagare tasse su di essi, anche perché non poteva disporne liberamente. Era un accordo poco trasparente, nato però in una situazione di emergenza. Come mi disse l’ex primo ministro britannico John Major, lui stesso spiegò alla Regina che non era obbligata a pagare le tasse: esisteva un valido precedente politico. Ma fu lei a decidere diversamente, dicendo: ‘Sto ricevendo molte critiche, quindi pagherò comunque’. Dal 1992 in poi, dunque, la Regina ha scelto volontariamente di pagare le tasse, pur non essendo obbligata”.

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