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Ghalibaf, il volto dei duri dell’Iran che sa essere pragmatico

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Con la decapitazione della vecchia guardia il capo del Parlamento di Teheran ha ottenuto un potere molto più grande
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ISLAMABAD – Gli iraniani non hanno mai vinto una guerra, ma non hanno mai perso un negoziato»: a dirlo fu Trump nel 2020, dopo che nel 2018 aveva stracciato l’accordo sul nucleare siglato da Obama ritenuto da molti esperti un piccolo capolavoro di diplomazia. Sei anni dopo, è il braccio destro di Trump a ri-negoziare la stessa intesa, JD Vance, e non è detto che gli andrà meglio. Di fronte a lui ha una delegazione tosta, in cui a fare da mediatore sarà proprio colui che da giorni attacca gli americani via Twitter: Mohammed Ghalibaf, 64 anni, ex generale dei pasdaran, sindaco di Teheran, capo della polizia, alla guida del Parlamento già da due legislature.

Ghalibaf, come Vance, ambisce da sempre a scalare la verticale del potere iraniana, ma per tre volte si è candidato alla presidenza e per tre volte ha perso. È sopravvissuto a numerose accuse di corruzione, grazie alle conoscenze nell’apparato che gli hanno risparmiato processi veri, ha cambiato casacca senza darlo troppo a vede…

ISLAMABAD – Gli iraniani non hanno mai vinto una guerra, ma non hanno mai perso un negoziato»: a dirlo fu Trump nel 2020, dopo che nel 2018 aveva stracciato l’accordo sul nucleare siglato da Obama ritenuto da molti esperti un piccolo capolavoro di diplomazia. Sei anni dopo, è il braccio destro di Trump a ri-negoziare la stessa intesa, JD Vance, e non è detto che gli andrà meglio. Di fronte a lui ha una delegazione tosta, in cui a fare da mediatore sarà proprio colui che da giorni attacca gli americani via Twitter: Mohammed Ghalibaf, 64 anni, ex generale dei pasdaran, sindaco di Teheran, capo della polizia, alla guida del Parlamento già da due legislature.

Ghalibaf, come Vance, ambisce da sempre a scalare la verticale del potere iraniana, ma per tre volte si è candidato alla presidenza e per tre volte ha perso. È sopravvissuto a numerose accuse di corruzione, grazie alle conoscenze nell’apparato che gli hanno risparmiato processi veri, ha cambiato casacca senza darlo troppo a vedere, destreggiandosi tra i principalisti, l’ala più intransigente del sistema, e i pragmatici, rimanendo sempre in sella.

La guerra, con l’uccisione della vecchia guardia, l’ha proiettato in una posizione di grande influenza. Al tavolo di Islamabad rappresenterà la voce dei duri, perché questo è il negoziato dei pasdaran, ma sarà anche il pragmatico insieme al ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Ha dimostrato in passato di poterlo essere, attento com’è al business, come quando tappezzò Teheran di opere d’arte anche occidentali, al posto di slogan e murales religiosi, per celebrare l’accordo con Obama. All’epoca si disse che un’intesa siglata dai moderati in Iran e dai liberal negli Stati Uniti non sarebbe durata perché i falchi da entrambe le parti l’avrebbero boicottata. E così è stato.

Adesso al tavolo ci sono gli oltranzisti, e quella oligarchia politico-militare che grazie alle sanzioni ha rafforzato la presa sul paese, concentrando nelle sue mani tutti i business possibili, dal petrolio alle comunicazioni. Questa volta non ci sono i moderati come l’ex presidente Rouhani e il suo ministro Zarif che trattarono con Obama, sui cui scaricare le responsabilità di un fallimento o a cui intestare il merito di un successo. Gli iraniani, anche quelli anti-regime, sono stanchi della guerra. L’economica vacilla. Molti non tollereranno che il governo, ancora una volta, decida di investire massicciamente in conflitti regionali, invece che sulla ricostruzione. Teheran muove da una posizione di forza con il controllo di Hormuz, ma Ghalibaf e i pasdaran dovranno dimostrare di saper gestire questa leva, senza trasformarla in un boomerang.

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