DOHA – Lo Stretto di Hormuz si riprende la scena. Mentre tacciono le armi e Islamabad si aprono i negoziati tra Stati Uniti e Iran, il baricentro reale della crisi resta in quel braccio di mare dove, nel punto più stretto, circa 30 chilometri separano i Paesi del Golfo Persico dall’Iran.
E il nodo che immobilizza lo Stretto e soffoca l’economia mondiale è tecnico prima ancora che politico. Secondo il New York Times, che cita fonti del governo Usa, Teheran non sarebbe infatti in grado di localizzare con precisione tutte le mine navali posate nelle settimane scorse. Alcune sarebbero state disseminate senza una mappatura completa, altre potrebbero essersi spostate con le correnti. Le parole del ministro degli Esteri Abbas Araghchi sulle «limitazioni tecniche» alla navigazione nello Stretto vengono lette a Washington come un’ammissione implicita di questa difficoltà. Se così fosse, il risultato sarebbe una roulette russa su larghissima scala, in cui chi passa lo Stretto non sa se è destinato a farcela o ad affondare e il fatto che anche ieri solo una manciata di navi si siano avventurate a effettuare il passaggio, conferma la grande incertezza che circonda Hormuz.
Sul piano operativo, intanto, gli Usa si muovono. Donald Trump annuncia infatti che lo sminamento è avviato. «È un favore ai Paesi di tutto il mondo, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud, Francia, Germania e molti altri», scrive sul social Truth. Ma Trump, come di consueto, usa l’occasione anche per attaccare gli alleati, che «incredibilmente non hanno il coraggio né la volontà di svolgere questo compito in modo autonomo», e per lanciare uno spot commerciale: «Abbiamo più petrolio di quanto ne abbiano le due maggiori economie petrolifere al mondo assieme, e di qualità superiore. Vi stiamo aspettando. Tempi di consegna rapidi!».
Queste le parole, mentre i fatti sono che il Comando centrale americano ha confermato ieri che due cacciatorpediniere — l’USS Frank E. Peterson e l’USS Michael Murphy — hanno attraversato lo Stretto e operano nel Golfo «come parte di una più ampia missione tesa ad assicurare che lo Stretto sia del tutto libero da mine». È un segnale politico forte: gli Stati Uniti vogliono dimostrare che la rotta resta aperta. «Abbiamo cominciato il processo per creare un nuovo corridoio e condivideremo presto questa rotta sicura con il settore marittimo per favorire il libero flusso del commercio», dice infatti Brad Cooper, comandante del Comando centrale americano.
Ma anche sui fatti non c’è certezza: di fronte alle prime indiscrezioni su navi Usa a Hormuz, Teheran si è affrettata a dire che, per via delle minacce iraniane, le unità americane avevano rinunciato a entrare nello Stretto; subito la controsmentita americana e poi il comunicato che dovrebbe mettere il punto finale.
Di fatto, però, le due navi Usa sono cacciatorpedinieri lanciamissili, progettati per difesa e attacco: possono proteggere operazioni di sminamento, ma difficilmente possono effettuarle. Per quello servono capacità dedicate, oggi più scarse di quanto lo fossero fino a pochi mesi fa. Usa e Gran Bretagna hanno infatti ridotto proprio alla vigilia della crisi – con un catastrofico tempismo - la loro presenza specializzata nel Golfo. Washington ha ritirato i cacciamine della classe Avenger basati in Bahrain, mentre la Royal Navy ha chiuso una presenza durata oltre vent’anni, ritirando tra il 2025 e l’inizio del 2026 le unità delle classi Hunt e Sandown. La nuova dottrina Usa prevede invece l’utilizzo di droni aerei e subacquei, coordinati dalle Litoral Combat Ships: il problema è che la teoria non è stata ancora applicata sul campo, in particolare in uno scenario complesso come Hormuz.
Questo rende la bonifica un’operazione inevitabilmente lenta. Le mine navali, come riconoscono gli stessi ambienti militari, sono molto più facili da posare che da rimuovere: ogni tratto di mare deve essere scandagliato più volte, ogni oggetto identificato, ogni possibile minaccia neutralizzata. In acque trafficate e poco profonde, il processo può richiedere settimane. Si muove anche la diplomazia europea. Emmanuel Macron ha avviato contatti con Arabia Saudita e con l’Iran attarverso il presidente Pezeshkian nel tentativo di costruire una de-escalation che permetta una riapertura della rotta. Perché il dato strutturale resta immutato: da Hormuz passa circa un quinto del petrolio mondiale e ogni giorno che trascorre il resto del mondo è più preoccupato.