ISLAMABAD – Il palcoscenico è allestito, Islamabad è pronta. Chiusa, sigillata come un diamante prezioso, con l’esercito al comando e 10mila agenti, poliziotti, forze speciali, a presidiare ogni angolo di strada. E fiera. «Qui sono tutti eccitati», dice sorridente Imad mentre guida verso la zona rossa, la cittadella del potere dove ci sono le istituzioni, le ambasciate, i ministeri, chiusa al traffico e ai cittadini. Per il Pakistan sono giorni speciali: «Per una volta parlano di noi non per gli attentati», ma per l’ambizione della pace.
Le aspettative per i colloqui di oggi tra Iran e Stati Uniti sono alte: nessuno ricorda più quando è stata l’ultima volta che il Pakistan ha mediato un vertice così decisivo. L’ultimo alto funzionario americano a visitare il Paese fu Joe Biden nel 2011, allora era vicepresidente. Fino a tarda sera, ieri, i pachistani sono rimasti a seguire con agitazione le notizie in bilico: Teheran minacciava di disertare il banco senza cessate il fuoco in Liba…
ISLAMABAD – Il palcoscenico è allestito, Islamabad è pronta. Chiusa, sigillata come un diamante prezioso, con l’esercito al comando e 10mila agenti, poliziotti, forze speciali, a presidiare ogni angolo di strada. E fiera. «Qui sono tutti eccitati», dice sorridente Imad mentre guida verso la zona rossa, la cittadella del potere dove ci sono le istituzioni, le ambasciate, i ministeri, chiusa al traffico e ai cittadini. Per il Pakistan sono giorni speciali: «Per una volta parlano di noi non per gli attentati», ma per l’ambizione della pace.
Le aspettative per i colloqui di oggi tra Iran e Stati Uniti sono alte: nessuno ricorda più quando è stata l’ultima volta che il Pakistan ha mediato un vertice così decisivo. L’ultimo alto funzionario americano a visitare il Paese fu Joe Biden nel 2011, allora era vicepresidente. Fino a tarda sera, ieri, i pachistani sono rimasti a seguire con agitazione le notizie in bilico: Teheran minacciava di disertare il banco senza cessate il fuoco in Libano e senza lo scongelamento dei suoi fondi bloccati all’estero, Washington chiedeva il rilascio degli americani prigionieri in Iran, tutto questo mentre il vicepresidente Usa era in viaggio e i jet pachistani si alzavano in volo per scortare due aerei della delegazione iraniana. Sono atterrati infine alla base area di Nur Khan.
Le delegazioni condivideranno lo stesso albergo, il lussuoso Serena Hotel, ma senza incrociarsi. Almeno non per ora, perché l’obiettivo dei pachistani è arrivare a colloqui diretti tra americani e iraniani. «I negoziati passeranno attraverso diverse fasi, e potrebbero durare anche più di un giorno, fino a domenica o lunedì: prima di tutto bisognerà ricostruire una base minima di fiducia tra le parti», dice Jauhar Saleem, ex ambasciatore del Pakistan in Germania e in Italia che ora guida un think tank legato al ministero degli Esteri. Lo incontriamo a un caffè nella strada 1, nel più esclusivo quartiere di Islamabad a ridosso dell’enclave diplomatica, con le villette immerse nel verde, le signore in eleganti abiti colorati, i reporter internazionali che cercano di bucare il muro della discrezione. La fragilità della tregua e le posizioni ancora bellicose delle parti impongono cautela. L’obiettivo dei pachistani è arrivare a un memorandum di intesa che chiuda la prima fase dei negoziati cementando il cessate il fuoco, magari per prolungarlo fino a 30, 40 giorni e così concedere ai negoziatori lo spazio per trattare.
Due questioni saranno determinanti: Hormuz e il nucleare. La Casa Bianca insiste sulla rinuncia all’arricchimento da parte dell’Iran e sulla consegna dell’uranio già arricchito, Teheran esige la revoca totale delle sanzioni, e rivendica il diritto ad arricchire. «In questo momento per l’Iran la priorità assoluta è mantenere il controllo sullo stretto di Hormuz, probabilmente preferirà conservare l’uranio come merce di scambio in una fase successiva dei negoziati», dice Qamar Cheema, direttore del Sanober Institute, uno dei più accreditati think tank di Islamabad. Paradosso: prima della guerra, l’Iran aveva una sola leva, il programma nucleare, ora ne ha due.
Anche la strategia pachistana è doppia: da un lato preservare la propria neutralità, dall’altra costruire una sorta di cordone di sicurezza diplomatico intorno ai negoziatori. Ai colloqui di oggi parteciperanno indirettamente anche i sauditi e i cinesi, confermano due fonti. Pechino è stata fondamentale nel persuadere gli iraniani ad accettare la tregua nella notte in cui la guerra sembrava destinata a precipitare in un abisso. I quotidiani pachistani il giorno dopo erano su di giri: «Il Pakistan salva un’intera civiltà», titolava il Tribune; «Il Pakistan è pronto a restituire la pace al mondo», secondo il Dunya. A Islamabad è il momento dell’orgoglio nazionale, si parla di Asim Munir - il maresciallo a capo delle forze armate che ha fatto da regista al cessate il fuoco - come di una specie di Kissinger dell’Asia occidentale. Sui social e in tv si sprecano le frecciatine all’avversario di sempre, l’India, esclusa dal grande palcoscenico della mediazione. Dietro, però, ci sono interessi molto più concreti. Il Pakistan ha fiutato il riequilibrio tra potenze nella regione mediorientale, sa che gli iraniani potrebbero uscire rafforzati dal conflitto, e se le sanzioni alla fine dovessero davvero essere rimosse, Islamabad potrebbe riattivare il vecchio progetto di un gasdotto per importare gas dall’Iran a prezzi inferiori a quelli a cui adesso lo acquista dal Qatar. L’infrastruttura al momento è bloccata dalle sanzioni secondarie americane. Rifare la pace nel mondo, dunque, e anche qualche buon affare.