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Il bimbo, il medico, la poetessa: le vite spezzate da Israele nel massacro dell’8 aprile in Libano

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Sono 357 le persone uccise da una pioggia di bombe in un giorno che resterà scolpito nella memoria: una strage, da Beirut a Tiro
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GERUSALEMME – La maestra e la cartolaia. Il bimbo con le macchie di sugo sulla maglietta. La famiglia: tutti insieme a tavola, tutti insieme sottoterra. La Spoon River del massacro di Beirut, di un 8 aprile che resterà scolpito nella storia tragica del Libano, apre le pagine dei giornali libanesi come L’Orient-Le Jour. Ma non l’hanno scritta i giornalisti: l’ha scritta la pioggia di bombe sganciata come un uragano dai caccia israeliani. Ha seppellito il medico con la barba e il deputato socialista con la cravatta; la poetessa, la giornalista…

I morti confermati sono 357, tiene i conti il ministero della Sanità libanese, con oltre 1.100 feriti. L’Idf «ha ucciso più di 200 militanti di Hezbollah» in «attacchi a sorpresa contro centinaia di terroristi nei centri di comando in tutto il Libano», rivendica il ministro della Difesa israeliano Katz. Ma è l’ecatombe di civili ciò che emerge dai cumuli di macerie a Beirut e nella valle della Bekaa. E a Tiro, a Sidone e nei paesi del Sud.

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GERUSALEMME – La maestra e la cartolaia. Il bimbo con le macchie di sugo sulla maglietta. La famiglia: tutti insieme a tavola, tutti insieme sottoterra. La Spoon River del massacro di Beirut, di un 8 aprile che resterà scolpito nella storia tragica del Libano, apre le pagine dei giornali libanesi come L’Orient-Le Jour. Ma non l’hanno scritta i giornalisti: l’ha scritta la pioggia di bombe sganciata come un uragano dai caccia israeliani. Ha seppellito il medico con la barba e il deputato socialista con la cravatta; la poetessa, la giornalista…

I morti confermati sono 357, tiene i conti il ministero della Sanità libanese, con oltre 1.100 feriti. L’Idf «ha ucciso più di 200 militanti di Hezbollah» in «attacchi a sorpresa contro centinaia di terroristi nei centri di comando in tutto il Libano», rivendica il ministro della Difesa israeliano Katz. Ma è l’ecatombe di civili ciò che emerge dai cumuli di macerie a Beirut e nella valle della Bekaa. E a Tiro, a Sidone e nei paesi del Sud.

«Proprio lì», mostra Hussein Saleh camminando sul pietrisco della sua casa. «Sono corso qui in stato di shock, li ho persi tutti», dice. Nove persone, nove morti compresa la moglie incinta e il bimbo in grembo: «Erano a pezzi. Piangevo sotto shock, ma quando ho tirato su la sua testa di mia figlia da terra è cambiato tutto. Qualcosa nel cuore si è spezzato. Non ero più io».

(afp)

Hadi Ismail Fahs era solo un bimbo. Aveva ancora gli spaghetti spiaccicati sui vestiti quando è arrivato tra le braccia del dottor Hussein Yahfoufi. Stava mangiando quando il raid aereo ha centrato casa ad Aramoun: «Non urlava, non piangeva. Non si lamentava», scrive il dottore sui social descrivendo «quel silenzio pesante che noi medici conosciamo, quando la vita si spegne». Ola Attar era una donna bellissima, giovane mamma di due bimbe di 8 e 11 anni che avevano perso il papà nell’esplosione del porto di Beirut, il 4 agosto 2020. Ola lottava anche per loro insieme all’associazione delle 220 vittime, perché fosse fatta giustizia. Invece ha trovato un altro massacro, e le sue figlie sono sole.

Ecco Ghada Dayekh, la giornalista 60enne di Radio Sawt al-Farah. È morta a Tiro, a sud del Litani. Era in onda da 37 anni, dice Alwan Charafeddine, direttore e proprietario della radio il cui nome in arabo significa Voce della Gioia. «La voce della gioia era la sua — dice Alwan — ha formato generazioni di giornalisti e intere generazioni sono cresciute con quella voce». All’inizio della guerra Israele aveva bombardato la radio, ma Ghada si era trasferita a lavorare da casa: «Pensava di essere al sicuro, era certa che non ci fossero installazioni “partigiane” nelle vicinanze».

Salma Khatoun, poetessa in lingua araba, è morta con il marito nel quartiere Tallet el-Khayat di Beirut. L’inferno si è portato via la casa e i frutteti, gli ulivi e la vita, ha scritto la sorella su Facebook mentre scrittori ed editori ne celebrano la memoria e «le serate nella loro terrazza a intrecciare ricordi e recitare poesie». Sono vite che non entrano nell’identikit dei «terroristi di Hezbollah» a cui dà la caccia l’Idf. Nader Khalil, 35 anni, era un maestro torrefattore: è morto nella bottega Rifaï in cui lavorava a Corniche el-Mazraa, a Beirut. Il dottor Nadim Chamseddine è morto nella casa studio in cui riceveva i pazienti, ucciso insieme alla moglie Asrar e ai tre figli. A Kaifun, nel distretto di Aley, una bomba ha schiantato la farmacia in cui lavorava Fatima Amhaz, uccidendola sul colpo. Suo fratello, capitano di marina libanese, era stato catturato dall’Idf a Batroun nel 2024 con l’accusa di far parte di Hezbollah. E in quella farmacia sono morti anche il proprietario, Said el-Khansa; e Rana Shaya, la volontaria che prendeva medicinali da distribuire agli sfollati. E anche Rana Naji, che era lì per il latte in polvere per le sue bimbe.

Addio a Jamil Jrab, il cameriere del ristorante Jaï ad Hamra. Se n’è andata l’intera famiglia Nassereddine, tutti e sette morti nella loro casa a Mansoura, nell’Hermel, polverizzata dalle bombe. E la famiglia Haoui, tutti meno una donna in gravi condizioni. È un elenco senza fine di volti e storie, di vite intrecciate nella stessa morte.

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