SULYSAP (UNGHERIA) – Adesso è tutta colpa di Facebook. Alla vigilia delle elezioni cruciali di domani in Ungheria che secondo tutti i sondaggi potrebbero segnare la fine del suo lungo regno, Viktor Orbán sembra risucchiato da una spirale paranoica. Ieri, attraverso il suo portavoce, ha accusato l’algoritmo del social di Mark Zuckerberg di «lavorare contro i partiti governativi». Facebook è stato uno degli strumenti principali dell’ascesa del suo rivale Peter Magyar ed è tra i social più utilizzati in Ungheria.
Non pago, l’autocrate magiaro ha tirato nuovamente fendenti alla cieca contro il suo rivale. L’opposizione «complotta con servizi di intelligence stranieri, senza fermarsi davanti a nulla» ha scritto in un post - pubblicato propri…
SULYSAP (UNGHERIA) – Adesso è tutta colpa di Facebook. Alla vigilia delle elezioni cruciali di domani in Ungheria che secondo tutti i sondaggi potrebbero segnare la fine del suo lungo regno, Viktor Orbán sembra risucchiato da una spirale paranoica. Ieri, attraverso il suo portavoce, ha accusato l’algoritmo del social di Mark Zuckerberg di «lavorare contro i partiti governativi». Facebook è stato uno degli strumenti principali dell’ascesa del suo rivale Peter Magyar ed è tra i social più utilizzati in Ungheria.
Non pago, l’autocrate magiaro ha tirato nuovamente fendenti alla cieca contro il suo rivale. L’opposizione «complotta con servizi di intelligence stranieri, senza fermarsi davanti a nulla» ha scritto in un post - pubblicato proprio su Facebook. Orbán ha accusato Magyar di portare avanti un «tentativo organizzato di usare il caos, la pressione e la demonizzazione internazionale per mettere in discussione la decisione del popolo ungherese». Il premier ungherese ha tuonato contro presunte «minacce di violenza» contro i suoi sostenitori, «accuse di brogli elettorali completamente inventate» e «manifestazioni pre-organizzate» prima dello spoglio.
I brogli sono stati un tema soprattutto di quest’ultimo scorcio di campagna elettorale. Ma come ricorda Márta Pardavi, copresidente del Comitato di Helsinki in Ungheria, «il sospetto di brogli non è una novità». Interpellata da Repubblica, Pardavi ricorda già alle elezioni del 2018 e nel 2022 «gli osservatori dell’Osce avevano rilevato delle irregolarità, insieme a una squadra di attivisti ungheresi, ma avevano giudicato che quelle anomalie non avessero avuto un impatto rilevante sulle elezioni». Dopo che varie inchieste hanno nuovamente acceso un faro sul rischio di un voto truccato, Pardavi pensa che stavolta ci sarà una «maggiore vigilanza» ma teme anche che siccome per Fidesz «la posta è molto alta», il rischio sia «reale»che nelle comunità più povere la pressione sugli elettori aumenti.
Pardavi sottolinea anche che c’erano stati scandali già nel 2022 nelle comunità ungheresi in Romania o Serbia che votano notoriamente per posta o affidando la loro scheda a dei comitati elettorali spesso organizzati da Fidesz. «La questione è: chi li raccoglie? Sono custoditi in modo sicuro, imparziale, segreto?». Alle scorse elezioni era emerso che alcune contenitori con le schede dei voti andati all’opposizione erano stati bruciati. «E infine - conclude Pardavi, «c’è un punto interrogativo che riguarda i morti: le liste dei defunti vanno aggiornate tra Serbia o Romania e Ungheria. Altrimenti qualcuno potrebbe votare al posto di un morto».