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Così, con la visita di Leone, l’autoritaria Algeria cerca di riabilitarsi davanti all’Occidente

Papa Leone con il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune (ansa)
Parla il politologo Hasni Abidi: “Il presidente Tebboune vuole dimostrare che il Paese non è isolato e inaffidabile". Ma le nuove leggi contro l’indipendenza della magistratura e il pugno duro contro la libertà di culto, dimostrano il contrario
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TUNISI - Il significato politico della visita di papa Leone XIV in Algeria? “Per il suo presidente, Abdelmadjid Tebboune, la possibilità di mostrare che il suo non è un Paese isolato, chiuso e infrequentabile per gli Occidentali”, osserva Hasni Abidi, politologo, direttore del Cermam (Centro di studi e di ricerca sul mondo arabo e mediterraneo) di Ginevra. È un’opportunità importante per Tebboune ai tempi di Donald Trump: dall’inizio del suo mandato, Algeri ha moderato altamente i toni a livello internazionale (un quasi mutismo sull’Iran) e fa di tutto per non pestare i piedi, anche indirettamente, agli Stati Uniti. Accogliere a braccia aperte il Pontefice appare come un’ulteriore prova di affidabilità.

Intanto, comunque, l’Algeria resta uno dei regimi autoritari più duri del mondo arabo (anzi, è sempre più autoritario), ma, come sottolinea Abidi, “il Papa non visita solo paradisi democratici”. Nella visita Prevost vuole mettere l’accento su Sant’Agostino, che è nato e ha vissuto gran…

TUNISI - Il significato politico della visita di papa Leone XIV in Algeria? “Per il suo presidente, Abdelmadjid Tebboune, la possibilità di mostrare che il suo non è un Paese isolato, chiuso e infrequentabile per gli Occidentali”, osserva Hasni Abidi, politologo, direttore del Cermam (Centro di studi e di ricerca sul mondo arabo e mediterraneo) di Ginevra. È un’opportunità importante per Tebboune ai tempi di Donald Trump: dall’inizio del suo mandato, Algeri ha moderato altamente i toni a livello internazionale (un quasi mutismo sull’Iran) e fa di tutto per non pestare i piedi, anche indirettamente, agli Stati Uniti. Accogliere a braccia aperte il Pontefice appare come un’ulteriore prova di affidabilità.

Intanto, comunque, l’Algeria resta uno dei regimi autoritari più duri del mondo arabo (anzi, è sempre più autoritario), ma, come sottolinea Abidi, “il Papa non visita solo paradisi democratici”. Nella visita Prevost vuole mettere l’accento su Sant’Agostino, che è nato e ha vissuto gran parte della sua vita da queste parti. Anche in questo Algeri vede una buona occasione per riabilitarsi presso l’Occidente cristiano, al di là dei problemi che ha da sempre con la Francia. “Indirettamente il Papa riconcilia l’Algeria con la sua storia millenaria, prima della conquista araba e prima del colonialismo francese – continua Abidi -. Il potere algerino coglie l’occasione per contraddire chi, soprattutto a Parigi, dice che l’Algeria è una creazione coloniale e che deve tutto alla Francia”.

Con gli ex colonizzatori la relazione resta ostica, alti e bassi continui e gli ultimi anni sono stati tendenti soprattutto al basso, anche per il caso Boualem Sansal (lo scrittore franco-algerino rimasto lì in carcere per un anno) e per il giornalista francese Christophe Gleizes, catturato in loco durante un reportage e ancora in prigione. Pessimi restano pure i rapporti col vicino Marocco (anche per l’appoggio degli algerini agli indipendentisti saharawi) e con gli Emirati Arabi Uniti: ai due Paesi Algeri ha sempre rinfacciato l’alleanza con Israele. Da sottolineare: Marocco ed Emirati sono due alleati importanti di Parigi. Le tensioni con loro e la vicinanza storica con la Russia hanno compromesso non poco l’immagine internazionale dell’Algeria, ma negli ultimi anni il regime “è riuscito a uscire da questo isolamento e la foto di Tebboune insieme a papa Leone ad Algeri sarà un’immagine importante a livello mediatico, proprio per suggellare questa nuova realtà”.

Sì, ormai le cose sono cambiate. Per due anni (fino al dicembre scorso) il Paese maghrebino ha avuto un posto nel consiglio di sicurezza dell’Onu e si è fatto notare per un particolare e apprezzato attivismo, riportando l’attenzione sulla tragedia di Gaza. Poi, si è sviluppata una vicinanza con l’Italia (Giorgia Meloni è andata in visita ufficiale ad Algeri lo scorso 25 marzo, a chiedere di rafforzare le forniture di gas nel mezzo dell’ultima crisi del Golfo) e l’Algeria, che aveva preso le distanze dalla Spagna per i dissensi sulla questione del Sahara Occidentale, ha recuperato pure su quel fronte (ripristinando l’invio di idrocarburi).

Quanto all’imbarazzante legame con la Russia, si è allentato. “Nel luglio 2023 i Brics bocciarono l’adesione dell’Algeria – conclude Abidi –: fu vissuto come un dramma. Il Paese ritenne che Mosca non avesse sufficientemente sostenuto la sua candidatura. La Russia resta il principale fornitore di Algeri nel campo militare, ma dopo quell’episodio le relazioni si sono compromesse”. Nel frattempo, invece, soprattutto con la seconda presidenza Trump, il regime algerino si è riconciliato con gli Usa, senza atti espliciti, ma con un atteggiamento che punta a non “disturbare” in nessun modo gli americani. Tebboune sta ammorbidendo, ad esempio, le sue posizioni sul dossier del Sahara Occidentale e praticamente non interviene sull’attacco all’Iran, Paese con il quale nel passato l’Algeria aveva avuto un rapporto privilegiato.

Si diceva della foto “rassicurante” che sarà quella di Prevost con Tebboune. Al di là della comunicazione, non potrà annullare certe tristi realtà. Lo stesso giorno della visita di Meloni il Parlamento algerino ha adottato una dozzina di emendamenti costituzionali, che hanno indurito l’autoritarismo del Paese (azzerando, tra le alte cose, quanto era rimasto dell’indipendenza della magistratura rispetto al potere esecutivo). Per la libertà di culto, pochi problemi coi pochissimi cattolici presenti in Algeria, ma negli ultimi anni il regime ha praticamente chiuso tutte le chiese evangeliche aperte in Algeria (non ci sono statistiche sul numero di questi fedeli, ma sarebbero diverse decine di migliaia).

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