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Bisogna risalire ai tempi di Bonifacio VIII per un attacco così violento

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Frequenti sono state le accuse contro i pontefici da parte di laici o uomini di Chiesa, ma per quanto riguarda i governanti lo sguardo si deve stendere fino Medioevo quando sovrani o imperatori organizzavano vere macchine del fango
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L’odierno attacco del presidente degli Stati Uniti contro papa Leone XIV non è soltanto incomprensibile. È anche eccezionale nella storia recente del papato e la sua eccezionalità si spiega facilmente. I rari casi in cui accuse furono lanciate a Papi da governanti appartengono a un passato lontano. Bisogna risalire al Medioevo e al Rinascimento.

Frequenti erano invece accuse contro i papi, il papato, la curia romana da parte di laici o uomini di Chiesa. Il caso di Dante è emblematico. Nella Commedia, il poeta non ha posto nessun Papa suo contemporaneo in Paradiso. Per Dante, tutti i Papi contemporanei sono peccatori, anche per colpe minori: Adriano V è accusato di avarizia, Martino IV di gola. Ben più grave dell'avarizia e della gola è il peccato di simonia, colpe di cui si macchiarono tre Papi – Niccolò III, Bonifacio VIII e Clemente V – che si trovano perciò all'Inferno, nella Bolgia dei simoniaci. Persino Celestino V – se è lui «il Papa del gran rifiuto» -, che la memoria storica c…

L’odierno attacco del presidente degli Stati Uniti contro papa Leone XIV non è soltanto incomprensibile. È anche eccezionale nella storia recente del papato e la sua eccezionalità si spiega facilmente. I rari casi in cui accuse furono lanciate a Papi da governanti appartengono a un passato lontano. Bisogna risalire al Medioevo e al Rinascimento.

Frequenti erano invece accuse contro i papi, il papato, la curia romana da parte di laici o uomini di Chiesa. Il caso di Dante è emblematico. Nella Commedia, il poeta non ha posto nessun Papa suo contemporaneo in Paradiso. Per Dante, tutti i Papi contemporanei sono peccatori, anche per colpe minori: Adriano V è accusato di avarizia, Martino IV di gola. Ben più grave dell'avarizia e della gola è il peccato di simonia, colpe di cui si macchiarono tre Papi – Niccolò III, Bonifacio VIII e Clemente V – che si trovano perciò all'Inferno, nella Bolgia dei simoniaci. Persino Celestino V – se è lui «il Papa del gran rifiuto» -, che la memoria storica celebra come il Papa angelico, non riceve alcuna clemenza da Dante.

I Papi di Avignone li vede come «lupi rapaci in veste di pastori» che «si preparano a bere» «del nostro sangue», cioè del patrimonio della Chiesa, il frutto del sangue dei martiri. Sono accuse forti, possenti, tutto sommato simili a quelle che il domenicano Girolamo Savonarola rivolgerà contro Alessandro VI, il Papa che più di ogni altro pontefice del Rinascimento fu oggetto di accuse severe per la sua condotta privata e la sua spregiudicatezza con cui favoriva la simonia. Savonarola pagò però di persona. Il 12 maggio 1497 fu scomunicato e il 23 maggio 1498 bruciato sul rogo. Ancora più frequenti erano le accuse rivolte alla curia romana, che i romani presero l’abitudine di affiggere alla statua del leggendario Pasquino, la cui storia inizia proprio sotto Alessandro VI. Erano testi dal carattere satirico, di protesta e di vituperio. A metà dell’Ottocento, i sonetti di Giuseppe Gioachino Belli segnarono una stagione nuova nella storia della satira antiecclesiastica e politica.

Non sono però mai mancati, nei secoli antichi, soprattutto medievali, accuse di ordine politico, organizzate dai sovrani, imperatori o re. Come quelle rivolte a Giovanni XII, papa dal 955 al 964. Il racconto che ne fa Liutprando da Cremona è tendenzioso, ma non privo di verità. Le accuse, gravi e infamanti, furono lette in pubblico il 6 novembre 963, nella basilica di San Pietro, in un sinodo presieduto dall'imperatore Ottone I. Molte erano immaginarie, come essersi servito di filtri d’amore diabolici o aver invocato idoli durante il gioco dei dadi. Più precise appaiono quelle di aver consacrato vescovo di Todi un bambino di dieci anni, nominato vescovi per simonia, compiuto adulteri, portato armi e esercitato la caccia, o accecato il proprio padrino. Al suo posto il sinodo elesse per triplice acclamazione il protoscriniario Leone, un laico, che prese il nome di Leone VIII. Ma Giovanni XII riuscì a tornare e l’antipapa Leone VIII fu a sua volta accusato di spergiuro, dichiarato illegittimo e scomunicato.

Le più forti accuse lanciate da un sovrano contro un papa riguardano Bonifacio VIII, l’ultimo papa del Duecento. Benedetto Caetani fu eletto papa la vigilia di Natale del 1294, il che avrebbe dovuto essere considerato come un felice presagio. Ma non fu così. Già da vivo, divenne uno dei Papi più denigrati del Medioevo. Tra il 1297 e il 1312, prima i cardinali Giacomo e Pietro Colonna, poi Guglielmo di Plaisians e Gugliemo di Nogaret, i legisti del re di Francia Filippo il Bello, lanciarono accuse di ogni genere contro il Caetani, su ordine del re: il Papa è denunziato come falso pastore, colpevole di aver indotto con l’inganno il suo predecessore (Celestino V) a dare le dimissioni. Il suo linguaggio è definito insultante, minaccioso, sarcastico.

Egli è accusato di violare il segreto della confessione, di non rispettare il digiuno e l’astinenza, di possedere un demone privato, di essersi dato a pratiche magiche. Lo si taccia di fornicazione, di avere avuto due figli, di aver tenuto delle concubine, e poi certo anche di simonia, di aver desiderato il dominio del mondo, di aver dilapidato i beni della Chiesa o di essersi servito in maniera sfrontata di nepotismo. Avrebbe messo in dubbio dogmi quali la Trinità, l’Incarnazione di Cristo e la Verginità di Maria, ma anche l’immortalità dell’anima, la vita eterna e la risurrezione.

Oggi sappiamo, grazie alle magistrali ricerche di Jean Coste (1926-1994), che le accuse contro Bonifacio VIII sono il frutto di una complessa campagna dalle precise cadenze. Nel 1297 i cardinali Giacomo e Pietro Colonna organizzarono la loro opposizione a Bonifacio VIII tentando di dimostrare la non validità della sua elezione, concentrando le loro accuse su un suo modo avido e tirannico di governare la Chiesa e di aver provocato la morte del suo predecessore. Nel 1302, da Parigi, i legisti del re di Francia preferirono accusarlo di eresia con argomenti che gli inquisitori consideravano come costitutivi di ogni culto idolatrico (sacrifici, immolazioni, e così via). Nel 1312, durante il Concilio di Vienne, le accuse – per lo più stereotipe e inverificabili, sovente vere e proprie fake news – furono archiviate, lasciando il campo libero al processo contro i Templari e alla condanna al rogo del maestro dell’ordine Jacques de Molay (Parigi, 18 marzo 1314). Clemente V assolse Bonifacio VIII dalle accuse di eresia, ma esse continuarono a lungo, anche in epoca moderna, su pressione della corona di Francia, a gettare ombre sulla memoria storica dell’«ultimo Papa del Medioevo».

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