WASHINGTON – Magari Trump si era illuso che il passaggio dal pontificato di Francesco a quello di Leone avrebbe trasformato il Vaticano in una succursale della Casa Bianca. Forse i suoi consiglieri lo hanno sviato, considerando la scarsa dimestichezza che ha su queste materie, oppure potrebbe aver pensato che la conversione al cattolicesimo del vice presidente Vance e le origini del segretario di Stato Rubio lo mettessero in posizione di vantaggio. Un grossolano errore di prospettiva, che ha confuso la politica con la religione, portandolo ad uno scontro frontale che ora minaccia di danneggiarlo su entrambi i fronti.
Durante il pontificato di Giovanni Paolo II l’allineamento con gli Usa si era rafforzato, soprattutto nella lotta contro l’Urss, culminata col crollo del muro di Berlino. I presidenti dell’epoca però avevano avuto la sensibilità di capire che le motivazioni erano diverse, anche se il fine combaciava. Con Clinton il rapporto si era fatto più complesso, non solo per l’atten…
WASHINGTON – Magari Trump si era illuso che il passaggio dal pontificato di Francesco a quello di Leone avrebbe trasformato il Vaticano in una succursale della Casa Bianca. Forse i suoi consiglieri lo hanno sviato, considerando la scarsa dimestichezza che ha su queste materie, oppure potrebbe aver pensato che la conversione al cattolicesimo del vice presidente Vance e le origini del segretario di Stato Rubio lo mettessero in posizione di vantaggio. Un grossolano errore di prospettiva, che ha confuso la politica con la religione, portandolo ad uno scontro frontale che ora minaccia di danneggiarlo su entrambi i fronti.
Durante il pontificato di Giovanni Paolo II l’allineamento con gli Usa si era rafforzato, soprattutto nella lotta contro l’Urss, culminata col crollo del muro di Berlino. I presidenti dell’epoca però avevano avuto la sensibilità di capire che le motivazioni erano diverse, anche se il fine combaciava. Con Clinton il rapporto si era fatto più complesso, non solo per l’attenzione del Vaticano sui temi della vita, che portava allo scontro non solo sull’aborto, ma anche su pena di morte ed eutanasia. Bush aveva incontrato difficoltà col papa polacco sulla guerra, perché si era opposto all’invasione dell’Iraq, ma l’elezione di Benedetto era stata vista come la migliore possibile a Washington.
Nel primo mandato Trump aveva trovato Francesco, che lo aveva accolto per una visita, ma la percezione era stata dal principio quella di due visioni in contrasto, non solo per le personalità. Il giudice conservatore Scalia ci aveva detto: «Sono cattolico e obbedisco al Papa, ma questo non è il mio papa». Bergoglio aveva criticato le politiche sull’immigrazione di Donald e corretto le linee del nunzio Carlo Maria Viganò, in particolare per la scelta dei vescovi, ma la fronda conservatrice americana era stata la più potente, al punto che il consigliere Steve Bannon aveva brigato insieme a Jeffrey Epstein per rovesciarlo.
Trump era andato al funerale di Francesco per corteggiare gli elettori cattolici, che lo avevano votato in maggioranza, continuando a confondere fede e politica. Per la stessa ragione avrà pensato che l’elezione dell’americano Prevost fosse un suo successo personale, un riconoscimento del potere del capo della Casa Bianca e la necessità di assecondarlo. Poi lui era il presidente che aveva costruito la maggioranza super conservatrice della Corte Suprema grazie cui era stato bocciato l’aborto a livello federale, e forse ha dato per scontato che ciò gli garantisse riconoscenza incondizionata, come è accaduto con alcune componenti del mondo evangelico. Anche qui ha confuso fede e politica, oppure ha dato troppo retta ai conservatori della gerarchia che magari gli avevano prospettato un’inversione di rotta, tipo il cardinale di New York Dolan, oggi in pensione. Prevost non è Bergoglio, ma il Vangelo è uguale per tutti e l’aborto non è l’unico tema su cui si gioca il rapporto con la Chiesa cattolica. Gesù diceva «ero straniero e mi avete accolto» e quindi questo è un dovere non negoziabile per i fedeli. Sempre lui, quello vero, non l’immagine blasfema pubblicata da Trump sui social, avvertiva: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio». Altro dovere non negoziabile, in particolare per il vicario di Cristo, ma anche per i cattolici americani più conservatori. Il presidente non l’ha capito, forse non poteva capirlo, o magari non aveva nessuno intorno in grado di spiegarglielo, incluso il vice Vance bacchettato da proprio da Prevost per la sua interpretazione distorta di Sant’Agostino. Una rotta di collisione ovvia, anche per la mancanza degli strumenti culturali necessari ad evitarla.