Guerra del Golfo, è nata una stella alla tv araba. Ed è iraniana
dal nostro inviato Francesco ManacordaDOHA – A tarda sera, quando Hassan Ahmadian appare sugli schermi di Al Jazeera Arabic, di solito in programmi come “Ma Wara’ al-Khabar” o “Ma Wara’ al-Hadath” — i “Porta a Porta” locali, pieni di opinioni contrastanti sui destini della regione — si spengono le voci e si accendono i telefonini: commenti entusiastici sui social media, meme impietosi verso i suoi avversari, attacchi senza quartiere e difese rabbiose da parte dei fan. Sì, perché nel mondo arabo è nata una stella televisiva. E la notizia è che è iraniana.
Chi è Hassan Ahmadian
Una quarantina d’anni, barba curata e occhiali sottili, Ahmadian non è un personaggio da talk show, ma un professore universitario di Relazioni internazionali a Teheran che sta diventando uno dei più efficaci portavoce della causa iraniana in un mondo che spesso guarda con diffidenza al vicino che sta dall’altra parte del Golfo Persico.
Per tornare a latitudini vicine, un po’ Dario Fabbri, parecchio Parsi — nel senso di Vittorio Emanuele — anch…
DOHA – A tarda sera, quando Hassan Ahmadian appare sugli schermi di Al Jazeera Arabic, di solito in programmi come “Ma Wara’ al-Khabar” o “Ma Wara’ al-Hadath” — i “Porta a Porta” locali, pieni di opinioni contrastanti sui destini della regione — si spengono le voci e si accendono i telefonini: commenti entusiastici sui social media, meme impietosi verso i suoi avversari, attacchi senza quartiere e difese rabbiose da parte dei fan. Sì, perché nel mondo arabo è nata una stella televisiva. E la notizia è che è iraniana.
Chi è Hassan Ahmadian
Una quarantina d’anni, barba curata e occhiali sottili, Ahmadian non è un personaggio da talk show, ma un professore universitario di Relazioni internazionali a Teheran che sta diventando uno dei più efficaci portavoce della causa iraniana in un mondo che spesso guarda con diffidenza al vicino che sta dall’altra parte del Golfo Persico.
Per tornare a latitudini vicine, un po’ Dario Fabbri, parecchio Parsi — nel senso di Vittorio Emanuele — anche se, a differenza dei commentatori nostrani, lui il conflitto lo vive anche addosso e non si limita a raccontarlo.I suoi punti forti? Uno splendido arabo classico, innanzitutto, che nella millenaria contesa linguistica con il persiano viene letto sulle labbra di un iraniano come segno di rispetto dai tanti spettatori di Al Jazeera.
Ma non è solo questione di lingua. Conta anche come Ahmadian esprime i suoi pensieri: in un mondo televisivo che spesso riproduce in scala ridotta, ma senza filtri, l’aggressività esasperata della regione, la sua pacatezza buca lo schermo. Non alza la voce, non interrompe, aspetta il suo turno. Poi dipana il filo del suo discorso. Così, dal Maghreb ai Paesi del Golfo, conquista anche chi – e sono tanti – non la pensa come lui.
Il punto di vista dell’Iran
Basta scorrere le clip più condivise per ritrovare alcune sue affermazioni-tipo, diventate quasi formule. Sullo Stretto di Hormuz: “Non è una crisi temporanea, è una leva strutturale”. Sui rapporti con gli Stati Uniti: “Non si può negoziare dentro un’agenda già scritta da Washington”. E nei momenti di scontro televisivo più diretto, quando gli viene contestata la pressione iraniana sul Golfo a suon di missili, ribalta il piano: “Ma vi pare accettabile usare armi di terra, aria e mare contro l’Iran e poi parlare di legittimità?”. Sono frasi che rispettano – e anzi amplificano – l’ortodossia del regime iraniano, ma che passano come messaggi definitivi. E infatti funzionano nei talk show così come nei video ritagliati per i social.
Gli studi negli Stati Uniti
Ahmadian insegna Relazioni internazionali all’Università di Teheran, dove ha preso il dottorato in Studi regionali e sviluppato una linea di ricerca centrata su sicurezza del Medio Oriente, Iraq e dinamiche del Golfo. Nel curriculum anche un periodo come ricercatore alla Harvard Kennedy School, nel cuore del “Grande Satana” a stelle e strisce. Proprio questa doppia appartenenza, interna e allo stesso tempo perfetta per dialogare con l’esterno, lo rende particolarmente efficace come alfiere della propaganda di Teheran.
Non è un funzionario, non è un portavoce ufficiale; ma spesso, davanti a sterminate platee televisive, assume – in modo anche più efficace degli originali – lo stesso ruolo: rendere presentabile, comprensibile e perfino razionale la linea di un regime come quello iraniano che resta segnato da una repressione interna spietata e da una proiezione esterna spesso aggressiva. E la sua forza comunicativa non attenua questa ambiguità, ma la amplifica.
La consacrazione nell’immaginario collettivo arriva – come ormai dappertutto nel mondo – anche attraverso i meme. Uno dei più diffusi mette a confronto due immagini: da una parte il panel di esperti che si danno sulla voce l’uno con l’altro; dall’altra Ahmadian immobile: “Volume: 0 — Impatto: 100”, recita la didascalia. Il pubblico arabo, con le mille sfumature politiche e religiose che lo attraversano, reagisce ai suoi interventi in modo netto. Da un lato i sostenitori: “Parla meglio di molti arabi”, “Finalmente qualcuno che spiega”. Dall’altro i critici: “Propaganda elegante”, “Voce costruita”. In mezzo, un dato difficilmente contestabile: lo guardano tutti, fino alla fine. Ed è un dato che non riguarda solo gli indici di ascolto, ma forse anche il destino dello scontro armato.