BUDAPEST – La transizione è appena cominciata e già siamo in pieno Le Carrè. Mentre Peter Magyar stava rispondendo alle domande dei cronisti, un collaboratore gli ha infilato ieri un bigliettino sul podio. Il premier in pectore ha esitato un attimo e poi ha chiarito un piccolo giallo che si trascinava da ore. Il ministro degli Esteri uscente Peter Szijjarto, quello pizzicato di recente mentre si genufletteva all’omologo russo Lavrov - «sono al suo servizio» - si era volatilizzato sin dalla notte elettorale. E sui social si era già scatenata la ridda: «è in Russia», «è a Rostov», «è sparito».
Sul “mini-Orban”, come lo ha definito con disprezzo Magyar, si stava diffondendo insomma il sospetto di un rocambolesco fugone all’estero, tipico dei bonzi in disgrazia. E invece no, ha scandito il leader di Tisza: «Szijjarto è arrivato al ministero degli Esteri e stanno cominciando a distruggere documenti relativi alle sanzioni. Gli dico da subito che non sarà sufficiente». Il premier in pectore ha aggiunto che l’episodio, che sarebbe comico non fosse tragico, «può dare un’idea del contesto in cui si trova oggi l’Ungheria». Una distruzione di documenti pubblici, ha concluso, che ricorda quanto accadeva «ai tempi del comunismo».
In effetti la scena ne ricorda altre, storiche. Ad esempio i tritacarte fumanti degli uffici della Stasi nell’inverno del 1989, poche settimane dopo la caduta del muro di Berlino. Allora i cittadini tedeschi assaltarono le sedi dei famigerati servizi segreti della Ddr per impedire lo scempio delle barbe finte che cercavano disperatamente di distruggere le prove di decenni di abusi e sorveglianze capillari. I tedeschi, messe in salvo le striscioline dei tritacarte, le fecero ricostruire da specialisti che per anni si dedicarono a un certosino quanto massacrante lavoro di ripristino.
In queste ore, la nomenclatura che ha regnato a Budapest negli ultimi sedici anni teme ovviamente le pulizie di primavera annunciate da Peter Magyar, le inchieste contro la corruzione endemica che ha pervaso l’era Orban. Magyar ha garantito anche ieri che la magistratura tornerà a essere indipendente e che non spetterà a lui decidere chi mettere sotto inchiesta. Insomma, non sarà lui a decidere se Orban e la sua corte, proni per anni alla Russia e alla Cina, andranno in galera. Ma intanto qualcuno ha pensato bene di mettere le mani avanti.